Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

Laura Liberale 17/09/2020 0

Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa

Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

 

Benvenuta, Maria Angela, e grazie.

Comincerei proprio dal tuo impegno didattico, in prima linea anche in questo

momento di emergenza. La formazione specialistica di cui ti stai occupando nasce

dalla presa d’atto di come questa pandemia abbia universalmente stravolto la sfera

rituale del commiato, generando quello che tu hai giustamente definito “un lutto nel

lutto”. Parliamone.

Le diverse esigenze degli operatori e dei cerimonieri funerari, legate alla necessità di

dare riscontri alle richieste determinate dall’attuale emergenza sanitaria, hanno

interessato sia la sottoscritta che l'intero sistema funerario. E la risposta concordata ed unanime delle Federazioni del settore si è concretizzata con l’ideazione di un corso sui riti e le ritualità per onorare i defunti, in questo periodo di diffusione

dell’epidemia. Proprio le limitazioni imposteci, hanno condizionato il percorso

rituale che al momento non potrà avere le stesse caratteristiche delle cerimonie

tradizionali.

I divieti e le limitazioni, che non riguardano solo la preparazione e la cura del

defunto, con l’igiene e la vestizione del corpo, ma l’impossibilità di vedere e toccare

il proprio caro, frustrano ed inibiscono i sentimenti, impedendo di vegliare chi

amiamo. Il feretro viene chiuso frettolosamente, a volte anche senza una preghiera o

una benedizione o qualche parola di conforto del cerimoniere.

La fretta e la paura del contagio si sono sostituite alla elaborazione del lutto, la

cremazione alla tradizionale sepoltura.

Il lutto nel lutto perché l’ultimo saluto, concepito come prima, non esiste più. Come

non ci è permesso abbracciarci, scambiarci parole di sollievo che prima il rito

consentiva, così ora manca quel sentirsi parte della famiglia e della comunità.

Funerali online, dirette streaming: l’obbligo del distanziamento ci vede ricorrere a

una modalità di funerale che, pur non essendo nuova in termini temporali (penso

soprattutto a Stati Uniti e Gran Bretagna), è però del tutto nuova nel suo imporsi, in

questo momento, come unica modalità di condivisione allargata.

La tua visione in merito?

La mancanza del supporto della comunità, religiosa o laica che sia, destinato a far

superare il senso di afflizione e di angoscia, ora viene sostituito da una diversa

modalità di ciò che il rito sottende, nelle parole e nei gesti, nel tempo e negli spazi a

disposizione: con il coinvolgimento dei bambini, ad esempio, che hanno perduto i

nonni, la cui fragilità è stata sovrastata dalla pandemia.

Il rito che, riconsiderato e riletto, viene “tradotto” dagli strumenti digitali ed

informatici a disposizione, il cui utilizzo nonostante i pregiudizi, sta permettendo di

scoprire impensabili capacità (anche la Chiesa sta dimostrando di utilizzarli):

 

computer, smartphone, tablet e qualsiasi strumento che permetta la creazione di

contatti, anche attraverso la mediazione dello schermo, permettono di diluire nel

tempo l’atipicità del percorso rituale, le cui sfaccettature ne precludono alcune fasi

ma ne permettono altre, anche se diverse.

Ti chiedo anche se pensi che questa forma di funerale possa sostituirsi del tutto,

almeno finché così sarà ritenuto necessario, alle precedenti, oppure se, a beneficio dei

dolenti, sarà utile, quando possibile, “integrarla” con le tradizionali forme di

commiato, implicanti presenza fisica, vicinanza e contatto?

Come ogni evento che comporta trasformazioni epocali, ci sarà un prima e un dopo.

La fase del post emergenza sarà probabilmente caratterizzata da una sorta di

integrazione tra invenzione e tradizione, peraltro già avvertita e messa in atto a

livello rituale, in particolare con la nascita delle aule del commiato e di nuove figure

professionali come quella del cerimoniere funebre.

In questa fase di transito, occorre dare voce e consapevolezza a nuove forme

personali di saluto, per trasformare il dolore e le lacrime in parole e azioni

condivise.

In quali modi, secondo te, la figura del cerimoniere funebre può “ricollocarsi” nel

contesto emergenziale che stiamo vivendo?

L’innegabile inizio di una nuova era, tesa ad affrontare e superare l’emergenza

sanitaria, ha contribuito anche a far nascere forme rituali alternative di commiato

che intendono, nella loro essenzialità, rendere il dolore più sopportabile. Tra queste,

la figura del cerimoniere che, per la Casa funeraria o per l’impresa funebre, diviene

figura di fiducia per i dolenti sia nell’organizzare un momento commemorativo

online sia nel raccogliere le informazioni necessarie per riuscire a dare un attimo di

sollievo, personalizzando l’ultimo saluto, con il racconto ed il ricordo di momenti di

vita del defunto.

La sua presenza diviene ancora più significativa in alcune fasi cruciali del percorso

rituale, come nel rito di consegna delle ceneri, la cui gestione, a causa della

situazione dei crematori, congestionati fino a pochi giorni fa, rendeva impossibile

garantirne con certezza i tempi di affidamento.

Penso alle fosse comuni di Hart Island, negli USA. Ti chiedo di immaginare, come

studiosa, cerimoniere e scrittrice, un rito pubblico che possa onorare la loro memoria.

Ho predisposto, al riguardo, alcuni schemi rituali per cercare di sostenersi nella

dimensione commemorativa, vivendo un momento collettivo, che possono ben

adattarsi anche ad Hart Island.

A pochi giorni dalla parziale riapertura alle frequentazioni ed ai contatti, sono state

attivate diverse tipologie di servizi di supporto al lutto per integrare le carenze della

vicinanza e della presenza fisica.

 

Le persone che sono morte in questo terribile periodo fanno parte di un dramma che

accomuna tutti e che, d’altro canto, fa sentire la forza del vivere, proprio quando la

vita termina e conferisce nuovo valore al senso della comunità e dell’appartenenza

sociale, creando nuovi modi per stare insieme e condividere i sentimenti.

La poesia, la musica, gli oggetti-simbolo sono sicuramente elementi significativi che

possono integrarsi all’energia ed alla vitalità della straordinarietà della

commemorazione pubblica.

Maria Angela Gelati, tanatologa e formatrice nelle materie collegate alla morte, al

lutto ed alla Death education. Ideatrice e curatrice, insieme a Marco Pipitone, della

prima Rassegna di Cultura in Death Education Il Rumore del

Lutto (www.ilrumoredellutto.com), è giornalista e blogger. Nel 2016 ha co-fondato

l’Associazione Segnali di Vita e il Gruppo Nazionale di Lavoro “Stanza del Silenzio

e dei Culti”. 

Come docente collabora con molte realtà tra le quali il Master Death Studies & the

End of Life (Dipartimento FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova (diretto

dalla Prof.ssa Ines Testoni).

Autrice di numerosi articoli e saggi inseriti in miscellanee, ha pubblicato le favole di

Death Education Il lecca-lecca di cristallo (Terra marique, 2018) e L’albero della

vita (Mursia, 2015). Ha curato i libri Ritualità del silenzio. Guida per il cerimoniere

funebre (Nuovadimensione, 2018) e Ci sono cose che (Diritto d’autore, 2012).

Il suo impegno umano e scientifico contribuisce al miglioramento di una corretta

cultura della vita che ha in sé la morte.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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Andrea Pastore 13/10/2021

Gli animali hanno un concetto di "morte" e sperimentano il lutto?
 Secondo la tanatologia, due criteri fondamentali per poter stabilire l'esistenza di un concetto di morte nelle varie specie animali sono ritenuti essere il riconoscimento verso un individuo morto della "perdita di funzionalità" e della "irreversibilità" della sua condizione. 

 Uno dei comportamenti più frequenti e utili per studiare il concetto di morte nelle varie specie è quello riscontrato in molte specie di primati dove le madri trasportano e curano il corpo senza vita dei loro infanti.

 Questo comportamento risulta ambivalente: i comportamenti di queste madri sono ascrivibili ad un "lutto materno" oppure al contrario mostrano come le stesse non abbiano ben compreso l'irreversibilità della perdita di funzionalità dei loro infanti e dunque la loro morte?

 In un recente studio alcuni ricercatori hanno esaminato una vasta mole di dati presenti in letteratura su circa 409 eventi di ICC (infant corpse carried by mothers) rappresentati trasversalmente in 50 specie di primati cercando di comprendere quali variabili influenzino questo comportamento e se lo steso possa essere effettivamente usato per stabilire la comprensione del concetto di morte in una data specie.

 I risultati hanno mostrato come nelle specie in cui si è osservato tale comportamento, la probabilità di trasportare il cadavere era più bassa se le cause della morte dell'infante erano di origine traumatica, come ad esempio nel caso dell'infanticidio, rispetto al caso in cui fossero di origine naturale (malattie). Anche l'età della madre influiva su questa probabilità, infatti le giovani madre mostravano una probabilità maggiore nell'eseguire questo comportamento rispetto a madri più anziane.

 Inoltre, al momento della morte tanto più era bassa l'età dell'infante tanto più si allungava la durata del trasporto del suo cadavere da parte della madre. Questo suggerisce come alla base di questa differenza ci sia la forte motivazione emotiva legata al legame madre-infante che risulta essere molto più forte nelle primissime fasi dell'ontogenesi degli infanti.

 Questi risultati presi insieme ci indicano come nelle varie specie di primati in cui si è riscontrato questo comportamento sia la presenza e il grado del legame emotivo madre-infante, sia le diverse cause di morte dell'infante ne condizionano la sua frequenza e la sua durata.

 Gli autori suggeriscono come in presenza di  molti più segnali indicanti la "perdita di funzionalità" e "l'irreversibilità" a seguito della morte dell'infante come nel caso delle morti di origine traumatica e con l'avanzare dell'età delle madri, queste riescano ad imparare più facilmente che l'infante sia morto e di conseguenza evitano di trasportarlo; viceversa la motivazione a continuare a prendersi cura del cadavere sarebbe più forte nel caso in cui le cause della morte siano "ambigue" e l'età dell'infante sia bassa, data la presenza di una forte motivazione materna ad accudire l'infante nelle primissime fasi della sua vita.

 Non si può comunque escludere che la probabilità di trasportare il cadavere dell'infante sia più bassa nel caso delle morti di origine traumatica a causa della presenza di un contesto socio-ambientale inibitorio in tal senso; le madri  potrebbero non trasportare e abbandonare il corpo dei loro infanti a causa dello stress e della paura condizionata dagli eventi che hanno ad esempio portato all'infanticidio dei loro piccoli.

 Insieme, questo gradiente legato al trasporto del cadavere degli infanti lascia ipotizzare come la presenza di un concetto minimo di morte possa essere presente nelle specie di primati in cui è stato osservato tale comportamento e come tale concetto affondi le radici all'interno di un'esperienza comparabile al lutto vissuta dalle madri in funzione del grado del legame emotivo madre-infante e delle cause della morte di quest'ultimo.

Gli umani sono stati a lungo considerati gli unici in grado di comprendere il concetto di morte ed eseguire alcuni riti funebri, come il lavaggio del corpo del defunto.

Questo atto è stato eseguito per millenni, in tutte le sue forme, sulla terra, sott'acqua, nell'aria, di notte o in pieno giorno.

Non si considera che un animale possa rattristarsi. Eppure, può comportarsi in modo molto simile a quello di un essere umano, specialmente tra le grandi scimmie, di fronte alla morte. Si può parlare di lutto o empatia, anche se queste caratteristiche sono considerate appannaggio dell’antropomorfismo.

Si può presumere che i compagni della vittima mostrino il dolore per una grande perdita in termini sociali, ma è impossibile valutare le emozioni causate da questa perdita. Le espressioni più sottili di emozione, le uniche in grado di rivelarci informazioni sull'impatto della perdita subita, sfuggono a tutte le osservazioni, neutralizzate da sentimenti più immediati come paura, rabbia, tristezza o persino gioia alcuni casi. Ma i congeneri della vittima raramente sono i testimoni immediati della morte, non trovandosi vicino al corpo.

L'espressione di empatia, lutto e dolore, così come altre manifestazioni generalmente associate alla perdita di un altro essere umano, sono di difficile accesso quando si è nel regno animale, poiché ci si può basare solo su comportamenti osservabili che rivelano informazioni parziali e limitate sulle emozioni vissute dall'animale.

Per essere in grado di condurre ricerche sulle reazioni degli animali alla morte, dobbiamo pensare ai casi in cui colpisce una determinata popolazione dal vivo, permettendo così un contatto immediato con il cadavere. Raramente conosciamo gli eventi che precedono la morte, nonché le relazioni sociali che uniscono la vittima ai sopravvissuti, che potrebbero fare luce sui sentimenti degli altri di fronte alla morte. Nei primati e nelle grandi scimmie possiamo distinguere diverse forme di morte: morte accidentale, morte di giovani o anche morte per malattia.

 

Che consapevolezza hanno gli animali della morte?

Se gli animali riescono a capire fino a un certo punto il passaggio dalla "vita" a quella "senza vita" di uno di loro, che dire della propria morte? Ne sono consapevoli?

I gorilla adottano diversi comportamenti simili a quelli osservati nell'uomo, inclusa una fase di lutto.

Per i ricercatori, la comprensione che gli animali hanno del passaggio dalla vita alla morte è spesso sottovalutata.

Si ritiene che molti fenomeni, come la capacità di ragionare, di usare strumenti o la consapevolezza della morte, differenzino l'uomo da altre specie. Ma la scienza ha dimostrato che questo confine è lungi dall'essere definito come si potrebbe pensare. Il modo in cui i gorilla rispondono all'agonia o alla morte di un compagno indica che la loro consapevolezza della morte è molto più sviluppata di quanto si possa immaginare.

 
 
 
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Laura Liberale 03/02/2021

Intervista alla tanatoesteta Beatrice Roncato


Ciao Beatrice! Parto col chiederti come ti sei avvicinata a questa professione?

 

Cara Laura, intanto grazie per questo spazio concesso. Mi sono avvicinata alla tanatoestetica da tre anni, dopo in realtà aver intrapreso percorsi che mi riportavano sempre a questo lavoro. La mia vocazione, a me piace chiamarla proprio così, nasce sin da quando ero piccola. Nella mia famiglia non c’è mai stato alcun timore nel coinvolgere me, come mio fratello, nelle questioni più delicate dell’esistenza, nemmeno per quanto riguarda la malattia e la morte stessa. Sono stata in qualche modo “fortunata”: ho una tradizione legata alla perdita avvenuta tra le mura domestiche, dove la morte ha visto coinvolgere i familiari nella piena dolcezza e pazienza che solo un decesso in abitazione può comportare. Mi spiego meglio: la scomparsa della nonna paterna è avvenuta improvvisamente, ma tra le sue cose più care: il suo salotto, caldo e accogliente, le sue sigarette che mai scordava, caso volle che ci fosse mio padre nella stanza a fianco quando lei se ne andò.

 Ci venne data la possibilità visto anche il mese in cui scomparve, un gelido febbraio, di trattenerla in casa sua sino al giorno del funerale, e fu proprio lì che per la prima volta ebbi modo di prendermi cura dell’ultimo atto di mia nonna. All’epoca, 9 anni fa, ancora non ero a conoscenza di corsi formativi specifici per la tanatoestetica, ma sentii in qualche modo “mio” il diritto di prendermi cura di lei, in quei particolari che la rendevano unica. L’Impresa, dopo averla riposta nel feretro, non si curò in realtà di certi accenni che solo noi familiari conoscevamo bene: senza troppo pensarci presi dal suo cassetto i suoi trucchi, il suo rossetto ed il suo smalto rosso, il suo pettine, ed un foulard che era solita indossare nelle occasioni a lei speciali. Posso dire di ricordare quel momento come fosse ieri: il pettine mi permise di accarezzarla sistemandole i capelli come a lei piaceva. Le presi le mani, gliele strinsi tra le mie, come fossero di vetro, e le misi lo smalto.

 

Le posi il foulard in modo tale da celare quella fastidiosa mentoniera che non sopporto proprio, e le stesi una lacrima di rossetto, spruzzando poi il suo profumo, di cui conservo ancora oggi la boccetta. Ciò che provai allora è ciò che provo tuttora nel prendermi cura dei defunti e degli affetti di coloro che si affidano a me: gratitudine, reverenza, consapevolezza di quanto la vita sia un battito di ciglia.

 

Pensi che sia utile questo tipo di trattamento per i dolenti?

 

Ne sono fermamente convinta, soprattutto per una buona elaborazione del lutto. Penso sia un servizio capace di rispondere a due esigenze fondamentali, la dignità del defunto e la serenità di chi rimane, del dolente.

Avere un contatto visivo con la salma di un proprio caro non è mai facile e spesso si evita di entrare in camera ardente prima della chiusura del feretro. Le persone hanno paura, hanno timore di non riscontrarvi l’immagine che si era soliti incontrare in vita. La tanatoestetica è una carezza che può aiutare ad affrontare la morte con maggiore consapevolezza, senza mascherare in realtà ciò che la morte stessa è: è indiscutibile che il corpo abbia cessato le proprie funzioni vitali, la tanatocosmesi rende tale impatto meno “traumatico” per il dolente, che può ritrovare –anche solo attraverso un particolare inconfondibile del proprio caro-quell’autenticità che è poi insita nella cura che la tanatoestetica propone. Non si tratta solo di porre del trucco, il dietro le quinte è ben più complesso: disinfezione ed igiene, vestizione decorosa e attuata in modo delicato, un maquillage leggero e che non dia l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno di sconosciuto.

Mi preme sottolineare che la tanatoestetica è solo un ramo della Tanatoprassi solo di seguito al quale, per dei risultati davvero ottimali, si può procedere con il trattamento di tanatocosmesi. Se la salma infatti non viene adeguatamente conservata dal punto di vista igienico, possono presentarsi spiacevoli risvolti nel corso della veglia pur avendo applicato la tanatoestica. Ritengo inappagabile il senso di serenità, riscontrato anche nelle parole dei dolenti, dopo aver avuto modo di dare l’ultimo saluto al proprio caro riconoscendovi l’unicità.

 Come pensi si possa rivoluzionare il nostro modo di pensare ed affrontare la morte, in una società che sembra essersene dimenticata?

 

Il Master in Death Studies & the End of Life è stato fondamentale al fine di capire quanto il nostro rapporto con la morte e il morire sia giunto ad un punto per il quale non si debba più voltarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Viviamo nell’epoca del tutto e subito, della divinazione del corpo perfetto, sempre giovane ed eterno, come se la vecchiaia e il fine vita fossero una malattia, una sorta di condanna.

Attraverso la morte dell’Altro, invece, possiamo imparare molto: affrontare la nostra finitudine, il rapporto con il nostro corpo che muta come mutano le nostre relazioni ed affetti - non eterni - e dunque meritevoli di una cura ed empatia che solo guardando in faccia anche i lati più dolorosi e negativi della nostra esistenza possono essere svelate.

 

Impareremmo a non dare nulla per scontato, a vivere il qui ed ora con consapevolezza riconoscenza verso chi abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella nostra vita.

 

 Ritengo parimenti basilare introdurre, sin dalla tenera età, percorsi di educazione alla morte che sappiano coinvolgere, con parole gentili ma sincere, anche i più piccoli. Solo in questo modo si potrà creare un terreno fertile da cui far germogliare l’idea che la morte, più che nemica, possa essere alleata nell’apprezzare in profondità la nostra esistenza terrena.

 

 Biografia

 

Dopo la Laurea Specialistica in Sociologia, si è formata come Tanatoesteta e Cerimoniere funebre. Scrive articoli per la rubrica “Spazi di riflessione” per TgFuneral24. Ha frequentato il Master in Death Studies & the End of Life (Università degli Studi di Padova) per acquisire maggiori competenze nel campo della Tanatologia al fine di offrire un maggior supporto ai dolenti e, soprattutto, una maggiore consapevolezza della Morte e del morire.

 

 

 

 

 

 

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Laura Liberale 11/04/2021

Un Percorso di Death Education

Laura Liberale intervista Elena Alfonsi

Perché ti occupi di raccontare la morte attraverso l’analisi delle opere d’arte?

Le opere d’Arte sono una straordinaria opportunità per fornire concretamente all’individuo la

dimostrazione di come le dimensioni individuali, relazionali, sociali entrino inevitabilmente in

gioco nei rapporti tra morte, cultura e storia; situazioni sociali e biografie individuali; condizioni di

malattia e vita quotidiana; perdite ed elaborazioni nelle diverse età della vita; interiorità e codici

comportamentali condivisi.

Se riteniamo che la cultura del mondo debba essere tutelata, ossia difesa e salvaguardata, poiché

fondante per la vita degli uomini, dovremmo ritenere, a maggior ragione, che anche la vita degli

uomini debba poter essere tutelata quindi difesa e salvaguardata ma anche: assistita, curata, protetta.

A questo proposito il percorso di DeAd che propongo, e che si intitola La Morte nell’Arte pone

attenzione, con l’ausilio delle immagini di opere d’Arte, alla sofferenza, al dolore e alla perdita

cercando di riconoscere nelle creazioni artistiche dell’uomo i profili dell’angoscia causata

dall’incontro con la morte e osservare come gli artisti abbiano gestito il suo racconto. L’insieme

delle opere d’Arte prese in considerazione daranno la possibilità di instaurare un confronto culturale

ampio in grado di promuovere l’integrazione della morte nella vita.

L’Arte permette di continuare a sensibilizzare la società sulla fondamentale importanza di divulgare

il lavoro dei professionisti che si occupano della cura dell’angoscia per la morte. Questo con

l’educazione, che è formazione, per portare a considerare le esperienze di perdita (intesa nelle sue

varie accezioni) e di lutto, come parti essenziali del senso della vita.

La paura di morire, di un corpo che si trasforma e della sua successiva decomposizione sono

ossessioni da emarginare. Per questo è indispensabile colmare la distanza che separa il pensiero dei

vivi dal loro giungere comunque inesorabilmente a un termine conducendo la società a raggiungere

un conveniente livello intellettuale e morale per divenire: “amica della morte” - “alfabetizzata dalla

morte”.

Guidare alla presa di coscienza dell’ultimo avvenimento della vita umana, reintegrando il pensiero

della morte nella vita collettiva, è un terreno educativo da presidiare in una prospettiva didattica

costante, non emergenziale né riparatoria ossia che tenda ad allontanarne o peggio sradicarne il

ricordo. Dobbiamo invece favorire il riavvicinamento dell’uomo al pensiero della morte. L’obiettivo

è rendere cosciente la comunità della fondamentale importanza di un percorso di consapevolezza

dell’esistenza di un fine vita nell’inscindibile rapporto con la vita. Attraverso la cultura potremo

sempre riflettere sulla cessazione delle funzioni vitali nell’uomo per rendere gli individui più maturi

e di supporto nei riti di passaggio per la pace dei vivi.

Le immagini di opere d’arte create da artisti del passato o contemporanei, stimolano a una

osservazione in grado di scomporre segno e colore, offrendo l'opportunità di un nuovo sguardo

dell’opera che ha in sé la morte quale fondamentale potenza creativa tutt'altro che scevra da un

assillante pensiero.

Quali sono le opere d’arte che prendi in considerazione?

Sin dall’antichità il compianto, il rito funebre e la sepoltura sono stati rappresentati da una

complessa gestualità e da una serie di credenze e superstizioni. Si trattava di riti di passaggio che

accompagnavano il corpo del defunto assicurando il distacco della sua anima e l’impossibilità di

ritornare nelle spoglie di un fantasma. La Chiesa tentò di attribuire a queste ritualità un fondamento

di fede, ma risultò molto difficile anche soltanto accostare il rito antico a valori cristiani. Benché

l’impresa fu irta di ostacoli il cordoglio collettivo, il funerale e la sepoltura, nel corso dei secoli

acquisirono un valore distinto di cerimonie di un “esodo” dell’anima dal corpo senza più vita alla

vita eterna, dannata o beata che fosse, e attribuirono ai vivi il ruolo di intermediario affinché i morti

giungessero più agevolmente in Paradiso. Era quello il momento del commiato in cui la ritualità

formulava la richiesta di riposo e luce eterna che contraddistinguono la pace della vita oltre la morte

terrena.

 La persistenza delle tradizioni antiche, l’avvicinamento di motivi cristiani e il dolore umano

espresso di fronte al corpo morto hanno caratterizzato il rito funebre, già codificato da liturgia e

legislazione, estremamente complesso anche da raffigurare. Nell’ambito della rappresentazione

passionale figurativa molti studiosi, con non poche difficoltà, si sono impegnati a ricostruire la

ritualità che ha permesso di osservare il modo etimologicamente originario di intendere la passione.

Partendo da questo specifico significato l’analisi delle opere d’arte, del passato o contemporanee

che contengano elementi di relazione con la morte del corpo o rappresentino la morte di un corpo

come tipi diversi di configurazione, ritengo possa essere fondamentale per la narrazione della morte

in contrapposizione alla paura di morire.

Quali casi ritieni possano essere il fondamento dello studio sulla rappresentazione della morte?

La morte di Cristo o il martirio di San Sebastiano sono i due casi che ne danno una versione

particolare, ossia la morte come atto del morire poiché è coinvolta una tematica passionale che è

l’atto puntuale del morire. È questo il motivo per cui è inevitabile il coinvolgimento di

un’aspettualità della sofferenza: incoatività dell’agonia, puntualità dell’atto di morte, duratività

dell’essere morti. Da qui e dalla struttura che ne deriva è possibile vedere come la natura aspettuale

del morire in alcuni periodi storici venga caricata di contenuti ideologici che per essere espressi

nell’arte dovranno presentare figure particolari che siano in grado di rappresentare tale aspettualità.

Tuttavia parlare della morte come figura rappresentata è parlare della fisionomia della morte come

accadimento fisico che coinvolge l’essere umano, ma anche dei suoi simboli e dei suoi emblemi.

Tra gli artisti contemporanei che hai inserito nella tua ricerca quale potresti segnalarci in questa

occasione di dialogo?

Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda Laura perché mi permette di citare un artista

italiano di fama internazionale che ammiro: Agostino Arrivabene. Ritengo che tra le opere ancora

nel suo studio, una sia l’emblema di questa estenuante pandemia. È un lavoro del 2016 intitolato

Martyrii Corona che fu esposto in una ricca personale alla Casa del Mantegna a Mantova proprio in

quell’anno. Ricordo con chiarezza che quando la vidi mi si palesò immediatamente non solo una

precisa immagine di morte, ma anche la sensazione di percepirne la temperatura e l’odore. Non il

corpo ma l’interpretazione perfettamente rifinita, nello stile di un’artista di pittura meditativa colta,

di uno dei simboli della passione di Cristo: la corona del martirio. In uno spazio in cui la luce

sembra persino riluttante ad assumere il ruolo che le compete, una corona di capillari sanguiferi

posa in bilico di fronte a chi osserva su una spessa lastra marmorea dipinta a tutta lunghezza.

Un’architettura dal personale grafismo a punta di pennello, una fitta rete di sottilissimi vasi che

sembrano agitarsi come le ciocche sconvolte della “capellatura” medusea. Adagiata con sublime

delicatezza Martyrii Corona travalica lo stato di incertezza e precarietà dell’uomo, citando una

canestra del passato che riferiva della transitorietà tra la vita e la morte. L’ariosa consistenza

plastica posta al centro della pietra dirama come da una spina, verso l’alto e verso il basso, mentre il

calore che l’abbandona esala e si eleva con sottili stalagmiti cuneiformi. Essa tenta la fusione tra i

due mondi in uno schema derivato in pittura dai fiamminghi, visto in Bellini, in Mantegna, che

contrappone al gelido piano la danza di sangue arborescente, non ancora coagulato, percorso dalla

luce. Vibranti di quel colore, che forse più di tutti riporta alla realtà della morte, gli elementi

organici appaiono fisicamente tangibili inondati dalla delicata luminosità che non assorbe il dramma

ma al contrario lo amplifica e lo mette a nudo fondendolo al freddo e all’angoscia stimolata dalla

rigida pietra. Inevitabile legare il sentimento umano di chi osserva all’evidenza del sapiente studio

del disegno dall’antico, della sua comprensione, dal fatto di saper vedere il vero ed essere in grado

di trasformarlo in un’opera universale mai così attuale e capace di parlare nel tempo. Un dipinto

geniale e di forte intensità perché Martyrii Corona è il pianto dei dolenti che in questo triste

momento della storia dell’uomo sono stati travolti dal dolore per la morte dell’altro. Anche il rigore

della rappresentazione ci pone di fronte ad un crescendo di linee parallele in una prospettiva

bloccata, tagliata ai lati per attribuirle un valore psicologico: ciò che è dettato dal rigore scientifico

presuppone una lettura attenta. La pietra dipinta a marezza fornisce indicazioni precise sulla sua

 consistenza e permette di comprendere le capacità dell’arte attraverso le qualità pittoriche di resa

che dimostrino come le opere che possiedono la forza di coinvolgere, debbano necessariamente

vedere unite nell’artista pittura e intelletto. Inevitabile che questa immagine non possa che rimanere

impressa in modo indelebile nella memoria per il rigore composto della tecnica, la precisione

prospettica, la capacità di rappresentare la realtà fatta di minuti particolari, l’invenzione

nell’accostare gli elementi. Una serie di passaggi bilanciati e graduali impongono allo sguardo di

procedere lungo la verticale dell’opera e scivolare sulla materia diversa. Il segmento temporale del

racconto, dal martirio alla gloria raggiunta con il sacrificio della vita, è preghiera di dolore. Ed è

così che l’esaltazione della sofferenza, di quel sangue versato, è passione che rivive nella perdita di

vigore materico in un progressivo levarsi al cielo. Una supplica ricreata sul ribaltamento della

consistenza, da solida a vapore che come fiamma trionfante ci esorta a non perdere la speranza.

In questa rappresentazione della morte vi è uno dei modelli di costruzione pittorica. Daniel Arasse

ha ben dimostrato che la prospettiva di Filippo Brunelleschi presenti un’esigenza di esattezza e di

coerenza della scena della pittura indipendentemente da ciò che vi si rappresenta, per cui attenzione

allo spazio. Leon Battista Alberti invece propone una prospettiva dove esattezza e coerenza sono in

funzione della narrazione, quella da lui definita “istoria”. Eppure, benché senza corpo, quest’opera

riveste un ruolo pedagogico-emozionale e stimola a provare passione poiché il meccanismo di

identificazione che si innesca tra il dipinto e colui che osserva, proprio in questo specifico tempo di

grande sofferenza del mondo, si attiva dalla dichiarata equivalenza di passione come movimento

dell’animo e il movimento creato dalla pittura. Mi pare evidente che questo modello possa essere

inserito nelle sfide alla natura della rappresentazione bidimensionale statica, dove lo spazio coerente

ed esatto è un principio ottico e geometrico. D’altro canto non potremo esimerci dal considerare in

questo luogo di dolore la possibilità di includere anche ciò che non è mai omogeneo alla natura del

piano dell’espressione della pittura, ossia la linearità della dimensione temporale del movimento,

cioè dell’azione.

Grava sull’uomo la drammatica esperienza di troppe improvvise sottrazioni e in questa tela il

messaggio è chiaro quand’anche raggiunga lo sguardo più vano. Forte è l’opera che seduce e nutre

il pensiero con immagini che raccontino del tempo che porta il morire di chi amiamo e di noi.

 

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Elena Alfonsi

Laureata in Storia della Critica d'Arte all'Università degli Studi di Padova scrive dal 1992 come Critica d'Arte.

Dal 2018 è Presidente dell'Associazione Culturale Aretè. Dal 1992 al 1997 a Milano è Consulente Scientifica per le acquisizioni della collezione privata appartenuta al Dott. Giorgio Cappricci.

Dal 1992 al 1999 è a Venezia come Consulente Scientifica di una Collezione Privata. Abita a Mantova ed è Critica d'Arte indipendente diplomata in Tanatologia Culturale al Master Death Studies e the End of Life - Dipartimento FISPPA - Università degli Studi di Padova con cui collabora dal 2018. Si occupa di arte, cultura e Death Education attraverso la pittura, la scultura, la fotografia, la letteratura, la poesia. E’ scrittrice, ideatrice di progetti didattico–culturali, di progetti di responsabilità etica a sostegno della cultura, di laboratori didattico formativi per un corretto approccio all’arte. Dal 2017 organizza a Mantova, nella prestigiosa sede della Casa del Mantegna una Rassegna di Cultura intitolata Alla fine dei conti. Riflessioni sulla vita e sulla morte. 

Dal 2018 promuove il Progetto “La morte nell'Arte. La cultura veicolo di sviluppo”. Dall’A.A. 2019/2020 è Docente Esterna di Storia dell'Arte e Storia della Critica d'Arte alla Accademia Internazionale dell'Intaglio a Bulino e Belle Arti di Bruno Cerboni Bajardi a Urbino. Dal 2019 collabora con l'Istituto Mantovano di Storia Contemporanea di Mantova.Dal 2022 come Socia AGC sarà l'organizzatrice di un'esposizione itinerante, la prima in Italia, dedicata al Gioiello Devozionale Contemporaneo in collaborazione con AGC Associazione Gioiello Contemporaneo, che inizierà da Padova nell'Oratorio di San Rocco per poi proseguire in altre sedi.

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