Formaldeide e tanatoprassi: rischi, limiti e nuove prospettive per la conservazione dei cadaveri
Andrea Pastore 10/04/2026 0
I cadaveri umani rappresentano ancora oggi uno strumento didattico di straordinario valore per l’insegnamento dell’anatomia, della fisiologia e di molte altre discipline mediche. Nessun modello virtuale, per quanto avanzato, riesce infatti a riprodurre in modo pienamente fedele la resistenza dei tessuti, la loro consistenza e le proprietà meccaniche che solo il corpo umano reale può offrire alla formazione di studenti e professionisti.
Tuttavia, il corpo umano è un materiale biologico e, come tale, è naturalmente soggetto a decomposizione. Per rallentare e inibire questo processo sono state sviluppate nel tempo pratiche di tanatoprassi e di imbalsamazione, basate soprattutto sull’impiego di fluidi conservanti. Tra questi, la formaldeide ha occupato per oltre un secolo un ruolo centrale, diventando il cardine delle formulazioni utilizzate per la preservazione dei cadaveri.
Negli ultimi anni, però, il dibattito scientifico e professionale si è intensificato. La tossicità della formaldeide, sia per gli operatori sia per l’ambiente, ha spinto ricercatori e professionisti del settore a cercare soluzioni alternative, più sicure ma ugualmente efficaci. In questo scenario si inserisce una riflessione sempre più attuale: è davvero possibile sostituire la formaldeide? E, soprattutto, esistono strategie intermedie capaci di ridurre l’esposizione professionale senza compromettere la qualità della conservazione?
Il cadavere umano tra formazione e innovazione
Nell’ambito della formazione universitaria in medicina e nelle discipline correlate, il corpo umano continua a rappresentare un supporto essenziale. La dissezione anatomica e l’osservazione di preparati prosettici mantengono un valore didattico insostituibile, nonostante l’evoluzione delle tecniche di imaging post mortem e dei modelli digitali tridimensionali.
Negli ultimi anni, il ricorso alla tomografia computerizzata post mortem, all’angiografia post mortem e alla risonanza magnetica ha ampliato le possibilità di studio. Eppure, molti clinici e anatomisti continuano a sostenere la centralità della dissezione, poiché essa consente di apprendere caratteristiche strutturali e tattili che nessun simulatore artificiale è ancora in grado di replicare in modo completo.
Per questo motivo, modelli virtuali e cadaveri reali non devono essere considerati strumenti in competizione, bensì complementari. Ma l’utilizzo del corpo umano a fini didattici richiede necessariamente un’adeguata conservazione, ottenuta attraverso specifici trattamenti di tanatoprassi.
Tanatoprassi e imbalsamazione: obiettivi e definizioni
La tanatoprassi comprende l’insieme delle tecniche moderne destinate a rallentare la decomposizione del cadavere, distruggere i microrganismi patogeni e consentire una presentazione del corpo decorosa e il più possibile naturale. Essa comprende sia la conservazione a freddo, positiva o in congelamento, sia l’iniezione di sostanze chimiche ad azione biocida e conservante.
L’imbalsamazione, in questo contesto, può essere considerata una sottocategoria della tanatoprassi, oggi intesa principalmente come la perfusione del corpo con fluidi conservanti durante le operazioni tanatopratiche.
Gli obiettivi fondamentali della tanatoprassi sono tre: sanificazione, presentazione e conservazione. I primi due dipendono in larga parte dai fluidi impiegati e dalle cure mortuarie complementari, come il grooming post mortem e il make-up funerario. La qualità del fluido conservante rimane dunque centrale per il risultato finale.
Il ruolo storico della formaldeide
Le moderne soluzioni imbalsamanti contengono una grande varietà di sostanze: conservanti, biocidi, agenti umettanti, coloranti e altri componenti capaci di garantire una conservazione completa, tessuti morbidi, buona colorazione muscolare e vascolare e una presentazione naturale del corpo.
Tra tutti questi ingredienti, la formaldeide si è affermata storicamente come il composto più importante. Grazie alle sue proprietà battericide, fungicide e insetticide, i fluidi a base di formaldeide sono stati, fin dall’inizio del Novecento, la principale alternativa alle antiche miscele contenenti sali di metalli pesanti, assai più pericolose e tossiche.
Dal punto di vista chimico, la formaldeide è un’aldeide altamente reattiva. La sua efficacia deriva dalla capacità di reagire con proteine, lipidi e acidi nucleici, producendo legami crociati che stabilizzano i tessuti e ne rallentano drasticamente la degradazione.
Formaldeide come fissativo dei tessuti
L’azione fissativa della formaldeide si basa soprattutto sulla formazione di ponti metilenici tra proteine adiacenti. In altre parole, il composto “lega” tra loro le strutture proteiche, rendendo i tessuti più stabili e meno soggetti a decomposizione.
Questa capacità di reticolazione chimica è alla base del suo straordinario successo in anatomia patologica, istologia e tanatoprassi. Tuttavia, il processo deve essere attentamente controllato: un eccesso di formaldeide può portare a un irrigidimento eccessivo dei tessuti, con perdita di elasticità e comparsa di un aspetto meno naturale.
Per limitare questi effetti, la formaldeide viene normalmente impiegata in soluzione acquosa, come formalina. Le formulazioni moderne cercano di calibrare la concentrazione in modo da garantire una fissazione adeguata senza determinare un indurimento eccessivo del cadavere.
Formaldeide come conservante e disinfettante
Oltre alla fissazione tissutale, la formaldeide svolge un’importante azione conservante e disinfettante. Il composto possiede un ampio spettro antimicrobico ed è in grado di contrastare efficacemente i microrganismi responsabili della putrefazione.
La sua reazione con proteine e acidi nucleici non solo distrugge i microrganismi presenti, ma crea anche un ambiente chimicamente sfavorevole alla proliferazione batterica futura. In questo senso, la formaldeide agisce sia come agente di sanificazione immediata sia come barriera conservativa nel tempo.
Anche in questo caso, però, il vantaggio ha un prezzo. La concentrazione deve essere sufficientemente alta da impedire la crescita microbica, ma non tanto elevata da provocare tossicità eccessiva o alterazioni strutturali indesiderate nei tessuti.
I limiti della formaldeide
Se da un lato la formaldeide rappresenta ancora oggi uno dei migliori compromessi tra capacità conservativa, azione fissativa e costo, dall’altro i suoi limiti sono ormai ben documentati.
La formalina è considerata un composto pericoloso, soprattutto a causa dei vapori tossici che può liberare. Già a basse concentrazioni nell’aria può provocare irritazione oculare e delle mucose, disturbi respiratori, riduzione dell’olfatto, irritazioni cutanee e dermatiti allergiche da contatto.
A ciò si aggiunge un aspetto ancora più critico: l’associazione tra esposizione a formaldeide e rischio oncologico. Studi epidemiologici e valutazioni internazionali hanno collegato l’esposizione professionale a un aumento del rischio di alcuni tumori, in particolare a carico del distretto nasale e nasofaringeo, ma anche del sistema ematopoietico e di altre sedi.
Nel laboratorio anatomico, nei reparti di anatomia patologica e negli ambienti di tanatoprassi, gli effetti avversi dell’esposizione sono stati oggetto di numerose indagini. Anche livelli inferiori ai limiti professionali in alcuni casi sono stati associati a danni citogenetici nei lavoratori esposti.
Di conseguenza, la formaldeide pone problemi non solo sanitari, ma anche ambientali, normativi e gestionali.
Altri svantaggi pratici nelle formulazioni imbalsamanti
Oltre alla tossicità, la formaldeide presenta diversi inconvenienti tecnici. Coagula rapidamente il sangue, può conferire ai tessuti una colorazione grigiastra quando si mescola con il sangue residuo, fissa eventuali discromie, disidrata i tessuti, restringe i capillari, invecchia chimicamente nel tempo e produce un odore sgradevole.
Per compensare questi limiti, le formulazioni a base di formaldeide includono spesso agenti bagnanti, glicerina, anticoagulanti come il citrato di sodio, coloranti come l’eosina, profumazioni e altri correttivi chimici. Il problema è che ottenere una miscela veramente equilibrata resta complesso, poiché ciascun componente possiede caratteristiche fisico-chimiche differenti in termini di pH, viscosità, solubilità e comportamento in diluizione.
Anche il rapporto tra formaldeide e alcoli richiede attenzione. L’aggiunta di etanolo, metanolo o isopropanolo può migliorare alcune prestazioni del fluido, ridurre parte dei vapori liberi e contribuire alla conservazione di glicogeno e acidi nucleici. Tuttavia, gli alcoli possono accentuare la retrazione e l’indurimento dei tessuti, oltre ad aumentare l’infiammabilità delle miscele.
Le alternative senza formaldeide
Per evitare i limiti dei fluidi tradizionali, negli ultimi anni sono stati testati numerosi sostituti della formaldeide. Alcuni sono già stati studiati in ambito anatomico, istologico o funerario, ma i risultati restano eterogenei.
Tra le sostanze prese in considerazione figurano sali metallici come il cloruro di zinco e il solfato di alluminio, composti come il cloralio idrato, dialdeidi quali glutaraldeide e glicoal, miscele di etanolo-glicerina-timolo, derivati iodati, soluzioni saline sature, tannini vegetali, resine acriliche, liquidi ionici e altre formulazioni sperimentali.
Molti di questi candidati presentano proprietà interessanti sotto il profilo conservativo e antimicrobico, ma nessuno ha ancora raggiunto un consenso unanime come sostituto perfetto della formaldeide. Le criticità riguardano la stabilità in miscela, il costo, la tossicità residua, la capacità di penetrazione tissutale, l’effetto estetico finale e la durata della conservazione.
In altre parole, sostituire la formaldeide non significa soltanto trovare una sostanza meno tossica, ma riuscire a riprodurre un equilibrio molto complesso di proprietà fisiche, chimiche e biologiche.
Una strada intermedia: i formaldehyde releasers
In questo scenario emerge una proposta particolarmente interessante: l’impiego di sostanze rilascatrici di formaldeide, i cosiddetti formaldehyde releasers.
Si tratta di composti capaci di generare formaldeide nel tempo, direttamente per decomposizione di una molecola precursore oppure indirettamente come sottoprodotto di specifiche reazioni chimiche. Queste sostanze sono già ampiamente utilizzate in altri settori, come la cosmetica, i fluidi industriali, le vernici e i trattamenti tessili.
L’idea alla base del loro impiego in tanatoprassi è semplice ma promettente: ridurre la presenza immediata di formaldeide libera nel fluido imbalsamante, e quindi l’esposizione professionale durante la preparazione del corpo, mantenendo però la capacità conservativa grazie al rilascio progressivo di formaldeide nel tempo, durante la fase di stoccaggio del cadavere.
In questo modo, la preservazione del corpo resterebbe garantita, ma con una potenziale diminuzione del rischio per gli operatori.
I vantaggi e le criticità dei releasers
L’aspetto più interessante dei formaldehyde releasers è il possibile controllo dell’emissione di formaldeide nel tempo. In teoria, la sostanza attiva sarebbe presente in quantità minore al momento della manipolazione, mentre la sua azione conservante si svilupperebbe progressivamente durante la conservazione del corpo.
Tuttavia, questo approccio presenta ancora importanti criticità. La principale riguarda la cinetica di rilascio, cioè la velocità e la quantità con cui la formaldeide viene effettivamente liberata nelle diverse condizioni di impiego.
Il rilascio dipende infatti da numerosi fattori: pH, temperatura, matrice chimica, diluizione, forza ionica e presenza di altri componenti del fluido o dei tessuti corporei. Questo rende estremamente difficile prevedere il comportamento reale della miscela in condizioni operative.
Alcuni composti, come il Bronopol, la DMDM idantoina, l’imidazolidinil urea, la diazolidinil urea e il quaternium-15, sono stati studiati più a fondo. I dati disponibili mostrano che il rilascio di formaldeide può essere significativo, ma è fortemente influenzato dal contesto chimico. In alcuni casi il rilascio è rapido, in altri molto limitato; in alcuni ambienti aumenta con il pH, in altri con la temperatura, mentre in matrici complesse il comportamento può cambiare radicalmente.
La sfida analitica: misurare la formaldeide reale
Un ulteriore problema riguarda la misurazione della formaldeide effettivamente libera nei fluidi contenenti releasers. La formaldeide è una molecola altamente reattiva e può legarsi rapidamente ai componenti della matrice. Allo stesso tempo, le stesse procedure analitiche possono indurre un rilascio artificiale di formaldeide dai releasers, falsando i risultati.
Per questa ragione, i metodi tradizionali di quantificazione non sempre sono affidabili in presenza di rilascatori. Si rischia sia di sovrastimare sia di sottostimare il contenuto reale di formaldeide disponibile.
Nuove metodiche di analisi, come l’estrazione per diffusione in contenitore chiuso o la microestrazione gas-diffusiva con derivatizzazione simultanea, sono state proposte proprio per ridurre questi errori e ottenere misurazioni più attendibili.
Una prospettiva concreta per la tanatoprassi?
L’uso dei formaldehyde releasers non rappresenta ancora una soluzione definitiva, ma apre una direzione di ricerca molto interessante. L’obiettivo non è necessariamente eliminare del tutto la formaldeide, bensì ripensarne la somministrazione in modo più controllato e più sicuro.
Dal punto di vista pratico, questa strategia potrebbe consentire di formulare fluidi imbalsamanti meno pericolosi nella fase operativa, mantenendo al tempo stesso il livello di conservazione richiesto per finalità didattiche, scientifiche o funerarie.
Occorre però grande prudenza. Ogni releaser deve essere valutato individualmente, considerando non solo la quantità teorica di formaldeide che può generare, ma anche il suo comportamento reale nella miscela e nei tessuti. Inoltre, alcuni rilascatori possono generare sottoprodotti indesiderati o presentare rischi tossicologici specifici.
In Fine
La formaldeide ha dominato per decenni le pratiche di tanatoprassi, imbalsamazione e fissazione istologica grazie al suo eccellente equilibrio tra efficacia conservativa, azione antimicrobica e capacità di fissazione dei tessuti. Allo stesso tempo, però, la sua tossicità ha reso sempre più urgente la ricerca di alternative.
Le formulazioni completamente prive di formaldeide hanno prodotto risultati interessanti ma ancora disomogenei. In questo contesto, i formaldehyde releasers rappresentano una possibile via intermedia: ridurre l’esposizione professionale senza rinunciare del tutto ai benefici conservativi della formaldeide.
Il futuro della tanatoprassi passerà probabilmente attraverso questa doppia esigenza: garantire sicurezza agli operatori e preservare al meglio il corpo umano, sia per la formazione medico-scientifica sia per la dignità della presentazione funeraria. La sfida sarà trovare fluidi sempre più efficaci, controllabili e compatibili con i nuovi standard sanitari, ambientali e professionali.
Per il settore funerario e tanatopratico, il tema non è soltanto tecnico: riguarda direttamente l’evoluzione della professione, la tutela dei lavoratori e la qualità del servizio offerto alle famiglie. Ed è proprio per questo che il dibattito sulla formaldeide, oggi più che mai, merita attenzione.
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Barbara Ruscitti 11/04/2026
Fluytan nella tanatoprassi contemporanea: superamento del drenaggio ematico e innovazione nei protocolli conservativi
Abstract
L’introduzione di fluidi conservanti di nuova generazione ha determinato un’evoluzione significativa nelle pratiche di tanatoprassi. Il presente contributo analizza l’impatto del Fluytan sui protocolli operativi, con particolare riferimento all’eliminazione del drenaggio ematico e all’adozione di tecniche di iniezione arteriosa mono o multipunto. Tale innovazione comporta rilevanti benefici in termini di semplificazione procedurale, riduzione del rischio biologico e sostenibilità ambientale.
1. Introduzione
La tanatoprassi moderna si configura come un insieme di procedure medico-tecniche finalizzate alla conservazione temporanea della salma e al ripristino di un aspetto naturale, idoneo all’esposizione.
I protocolli tradizionali prevedono:
-
accesso arterioso e venoso
-
drenaggio del sangue e dei liquidi endogeni
-
sostituzione con soluzioni conservanti a base aldeidica
Tale approccio, consolidato nella pratica, presenta tuttavia criticità operative e ambientali, in particolare legate alla gestione dei reflui biologici.
2. Limiti dei protocolli convenzionali
L’approccio classico, derivato dalla scuola anglosassone di embalming, si basa su un principio di sostituzione ematica. Questo implica:
-
drenaggio attivo del sangue tramite sistema venoso
-
gestione di volumi variabili di liquidi biologici
-
necessità di smaltimento secondo normativa sui rifiuti sanitari
Le principali criticità includono:
2.1 Rischio biologico
Manipolazione diretta di fluidi potenzialmente infetti, con esposizione per l’operatore.
2.2 Complessità tecnica
Richiede doppio accesso vascolare e controllo simultaneo di iniezione e drenaggio.
2.3 Impatto ambientale
Produzione di rifiuti liquidi biologici con obbligo di trattamento e smaltimento.
3. Caratteristiche del Fluytan
Il Fluytan si inserisce nel panorama dei fluidi conservanti innovativi con proprietà distintive:
-
assenza di formaldeide
-
profilo atossico e non cancerogeno
-
elevata capacità biocida
-
compatibilità con i tessuti e mantenimento dell’elasticità
Dal punto di vista chimico-funzionale, il prodotto agisce senza necessità di sostituzione completa del comparto ematico, ma attraverso un’azione di stabilizzazione e sanificazione intravascolare e tissutale.
4. Nuovo paradigma operativo
4.1 Superamento del drenaggio ematico
L’elemento di maggiore discontinuità è rappresentato dalla non necessità del drenaggio del sangue.
Il protocollo con Fluytan prevede:
-
accesso arterioso (singolo o multiplo)
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iniezione controllata del fluido
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diffusione intravascolare e permeazione nei tessuti
Non viene effettuata evacuazione attiva del sangue.
4.2 Tecnica di iniezione
L’iniezione può essere realizzata secondo due modalità:
Mono punto
-
accesso arterioso principale
-
diffusione sistemica per via emodinamica residua
Multipunto
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accessi selettivi distrettuali
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maggiore controllo della distribuzione nei casi complessi
Entrambe le tecniche risultano efficaci in assenza di drenaggio, grazie alle caratteristiche di diffusione del fluido.
5. Implicazioni operative
5.1 Semplificazione procedurale
-
eliminazione del circuito di drenaggio
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riduzione delle fasi operative
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minore dipendenza da strumentazione complessa
5.2 Riduzione del rischio per l’operatore
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assenza di manipolazione di liquidi biologici
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riduzione dell’esposizione a patogeni
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miglioramento delle condizioni di lavoro
5.3 Eliminazione del problema dello smaltimento
Uno degli aspetti più rilevanti è la totale eliminazione dei reflui ematici.
Conseguenze:
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assenza di rifiuti liquidi biologici
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riduzione degli oneri normativi
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maggiore sostenibilità ambientale del trattamento
6. Risultati conservativi e tanatoestetici
L’applicazione del Fluytan consente di ottenere:
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conservazione temporanea efficace (fino a 10–15 giorni)
-
mantenimento della colorazione naturale
-
buona elasticità dei tessuti
-
contenimento dei fenomeni odorigeni
Il risultato si colloca nell’ambito della cosiddetta conservazione a basso impatto invasivo, con elevato rispetto dell’integrità corporea.
7. Discussione
Il passaggio da un modello basato sulla sostituzione ematica a uno fondato sulla stabilizzazione intravascolare senza drenaggio rappresenta un cambiamento strutturale nella disciplina.
Si osserva una transizione:
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da un approccio meccanico → a uno chimico-funzionale
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da una procedura invasiva → a una minimamente invasiva
-
da un sistema produttore di rifiuti → a un sistema sostenibile
Tale evoluzione potrebbe influenzare:
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la formazione degli operatori
-
la standardizzazione dei protocolli
-
l’adeguamento normativo futuro
8. Conclusioni
L’impiego del Fluytan introduce un modello operativo innovativo nella tanatoprassi contemporanea, caratterizzato dal superamento del drenaggio ematico e dall’adozione di tecniche di iniezione arteriosa semplificate.
I benefici principali includono:
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ottimizzazione dei tempi e delle procedure
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incremento della sicurezza biologica
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eliminazione delle problematiche di smaltimento
Questa innovazione configura un vero e proprio cambio di paradigma, destinato a ridefinire gli standard operativi del settore.
Nicolas Tiburzi 03/10/2024
Articolo 32 del Regolamento di Polizia Mortuaria (DPR 285/1990) : Interpretazione e Applicazione
L’articolo 32 del Regolamento di Polizia Mortuaria, contenuto nel DPR 285/1990, tratta delle procedure da seguire per il trattamento delle salme, in particolare per quanto riguarda l’introduzione di sostanze conservanti, come la formalina, nelle cavità corporee. Questo articolo, insieme all'articolo 48, che ne fa esplicito rimando, costituisce un elemento chiave nella regolamentazione delle pratiche di imbalsamazione e di iniezione conservativa delle salme destinate alla conservazione per lunghi periodi o al trasporto in determinate condizioni.
Il testo dell'articolo 32
Il testo dell’articolo 32 è chiaro nella sua formulazione. Esso specifica che le "cavità corporee" devono essere trattate con l’introduzione di formalina, facendo riferimento esplicito al termine "cavità" al plurale. Questo implica una suddivisione del quantitativo di sostanza tra più cavità del corpo, con l'obiettivo di garantire una distribuzione omogenea del conservante per evitare il rapido deterioramento dei tessuti.
La dicitura "cavità corporee" non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il termine plurale impone che la formalina debba essere iniettata in più cavità del corpo, come addome, torace e cranio, e non concentrata in una sola. Questa formulazione è coerente con la logica della conservazione del cadavere, in cui è fondamentale che il trattamento venga eseguito in modo efficace su tutte le aree principali dove possono verificarsi processi decompositivi più rapidi.
Il quantitativo di formalina
L’articolo fa specifico riferimento a un quantitativo di 500 cc di formalina. Questo volume deve essere ripartito tra le diverse cavità corporee, secondo quanto previsto dal regolamento. Tale indicazione è fondamentale, poiché l'introduzione del conservante in una sola cavità non solo risulterebbe insufficiente per il trattamento corretto della salma, ma violerebbe chiaramente il dettato dell’articolo 32. La suddivisione tra le cavità permette infatti di trattare il cadavere in modo uniforme, riducendo i rischi di decomposizione localizzata che potrebbero verificarsi se si introducesse la formalina solo in un'area del corpo.
La violazione del dettato normativo
In base alla lettura dell’articolo 32, appare evidente che una pratica che preveda l’introduzione di formalina in **un'unica cavità** corporea non rispetti le prescrizioni normative. Un'operazione del genere sarebbe in violazione dell’articolo, che richiede esplicitamente la distribuzione del conservante tra le cavità corporee. Questo tipo di violazione può avere conseguenze importanti non solo dal punto di vista giuridico, ma anche sul piano etico e sanitario. L’inefficace trattamento conservativo di una salma, infatti, può comportare problemi igienico-sanitari, soprattutto in contesti in cui il corpo deve essere trasportato o conservato per un periodo prolungato.
Conclusioni
L’articolo 32 del DPR 285/1990 stabilisce chiaramente come debba avvenire il trattamento delle salme con formalina, imponendo che questa venga distribuita tra le varie cavità corporee, e non introdotta in un'unica cavità. Il rispetto di tale norma è essenziale per garantire l’efficacia del trattamento conservativo e per evitare violazioni della legge. Interpretare diversamente il testo di questo articolo significherebbe trascurare le finalità sanitarie e di decoro pubblico che il regolamento intende preservare, mettendo a rischio la corretta gestione delle pratiche funebri e cimiteriali.
In definitiva, il chiaro riferimento alle "cavità corporee" e il rimando all'articolo 48 dimostrano che ogni violazione del processo indicato nell’articolo 32 costituisce una mancanza di conformità al dettato legislativo e richiede interventi correttivi per garantire che la pratica funebre sia in linea con le norme vigenti.
Chiara Ricciarelli 27/05/2021
La Tanatoprassi nella tragedia del drammatico incidente in funivia Stresa-Mottarone
La Tanatoprassi nella tragedia del tragico incidente in funivia Stresa-Mottarone.
Dei 14 morti, vittime di quest’ immane tragedia, uno, di nazionalità iraniana, è stato affidato agli operatori dell'I.N.I.T. Istituto Nazionale Italiano di Tanatoprassi per la conservazione del corpo, tramite il trattamento di Tanatoprassi, e per il successivo rimpatrio in Iran.
E' di nazionalità iraniana il ragazzo di 23 anni morto lo scorso 23 maggio - data della terribile notizia della tragedia della funivia di Stresa-Mottarone, la cui salma è stata affidata agli operatori dell'I.N.I.T. per la conservazione del corpo, tramite il trattamento di Tanatoprassi, e per il successivo rimpatrio in Iran.
Nell'incidente, che ha recentemente sconvolto tutto il paese sono morte ben 14 persone, tra cui anche Mohammadreza Shahaisavandi, di soli 23anni.
Mohammadreza era residente a Diamante, in Calabria, ma viveva e studiava a Roma. Fatalmente, in quei giorni il ragazzo era andato a trovare la fidanzata a Verbania, anch’ essa calabrese, di Diamante, trasferitasi da poco in loco, dopo aver vinto un concorso come borsista di ricerca al CNR.
Al di là dell’ umana sofferenza che questi eventi trascinano con sé, non possiamo fare a meno di considerare che ancora una volta, in tragedie di simile portata, la Tanatoprassi, intesa come quell'insieme di cure rivolte alla salma prima delle esequie, in termini di igiene, di conservazione e di presentazione estetica, si rivela essenziale! Infatti, in simili situazioni, il corpo, a causa di incidenti, come in questo caso, o malattie, non ha una morte naturale, ma viene certamente sfigurato e snaturalizzato. In analoghe circostanze, la salma si presenta, appunto, se non trattata, ai limiti della presentabilità davanti agli occhi delle proprie famiglie e dei propri cari, contribuendo sicuramente a offrire un’ ultima immagine del proprio congiunto non rispondente al reale, non serena e certamente deturpata.
Tutto questo rende non solo il rito funebre traumatico, ma anche il ricordo del proprio caro congiunto si fa davvero scioccante! Ecco appunto che l’obiettivo della Tanatoprassi, conservando il corpo il più a lungo possibile, in condizioni igieniche e di sicurezza e trattando la salma in modo da renderla, esteticamente, il più possibile vicina a rappresentare un’ immagine serena del defunto, interviene certamente ad umanizzare, per quanto possibile, l’ evento “trapasso”.
La morte si fa ancora più traumatizzante in casi di malattie o di eventi tragici ed imprevedibili come questo! Allora la Tanatopassi ha uno scopo: l’alleviamento dei segni inevitabili della sofferenza, che nel caso di 4 giorni fa è certamente devastante. 14 persone, che quella domenica erano andate insieme a fare una gita sul Mottarone, prendendo quella funivia: l’ impianto di risalita, nel comune piemontese di Stresa, che, salendo fino ad un’ altezza di 1500 metri, collega la celebre cittadina del bellissimo Lago Maggiore con la vetta del Mottarone.
Doveva essere una domenica spensierata, quella. Tanti turisti, sia italiani che stranieri, che con l’ arrivo della bella stagione, desideravano trascorrere una giornata in alta quota. Invece, il tragico epilogo.
Nel punto più alto del percorso di salita, con 15 persone dentro ( e menomale le disposizioni anti Covid ne hanno limitato la capienza piena di 40!), intorno alle 12 del pomeriggio, un cavo cede. Tutt’ un tratto la cabina indietreggia, sbatte su di un pilone e via giù, precipitando disastrosamente nel bosco e trovando fermezza a terra, accartocciata terribilmente. Su 15 persone si salva, miracolosamente, solo un bambino. Un incidente davvero disarmante le cui cause ancora sono da chiarire, anche se sembra che la cabina precipitata, secondo le ultime indagini, presentasse il sistema di emergenza dei freni manomesso.
Un sistema che mostra anomalie, quindi, di cui risponderà chi di dovere. Una tragica omissione che, pur richiamando certamente, ancora una volta, al rigoroso rispetto di qualsiasi norma di sicurezza per ogni condizione che riguarda i trasporti di persone, ha causato, tuttavia, nel frattempo, un dolore all’ Italia tutta, per una tragedia che poteva evitarsi. Le vittime sono famiglie distrutte: due di Varese (una coppia di giovani fidanzati e un papà con mamma e figlio piccolo), due coniugi pugliesi che erano venuti al Nord, trasferendosi a Piacenza, una famiglia di origini israeliane, residente a Pavia, la ragazza di origini calabrese, e il suo fidanzato, il ragazzo iraniano, che appunto è stato affidato alle cure dellaTanatoprassi.
Andrea Fantozzi Presidente dell'I.N.I.T. si augura che, operando la cura di tanatoprassi sulla povera salma, si possa dare un contribuito ad alleviare in parte il dolore immenso della famiglia, restituendo al giovane un aspetto quanto più possibile “naturale” e “sereno”.
Centrale Operativa Servizi Tanatoprassi N° Verde 800.136.086