Intervista alla tanatoesteta Beatrice Roncato

Laura Liberale 03/02/2021 0


Ciao Beatrice! Parto col chiederti come ti sei avvicinata a questa professione?

 

Cara Laura, intanto grazie per questo spazio concesso. Mi sono avvicinata alla tanatoestetica da tre anni, dopo in realtà aver intrapreso percorsi che mi riportavano sempre a questo lavoro. La mia vocazione, a me piace chiamarla proprio così, nasce sin da quando ero piccola. Nella mia famiglia non c’è mai stato alcun timore nel coinvolgere me, come mio fratello, nelle questioni più delicate dell’esistenza, nemmeno per quanto riguarda la malattia e la morte stessa. Sono stata in qualche modo “fortunata”: ho una tradizione legata alla perdita avvenuta tra le mura domestiche, dove la morte ha visto coinvolgere i familiari nella piena dolcezza e pazienza che solo un decesso in abitazione può comportare. Mi spiego meglio: la scomparsa della nonna paterna è avvenuta improvvisamente, ma tra le sue cose più care: il suo salotto, caldo e accogliente, le sue sigarette che mai scordava, caso volle che ci fosse mio padre nella stanza a fianco quando lei se ne andò.

 Ci venne data la possibilità visto anche il mese in cui scomparve, un gelido febbraio, di trattenerla in casa sua sino al giorno del funerale, e fu proprio lì che per la prima volta ebbi modo di prendermi cura dell’ultimo atto di mia nonna. All’epoca, 9 anni fa, ancora non ero a conoscenza di corsi formativi specifici per la tanatoestetica, ma sentii in qualche modo “mio” il diritto di prendermi cura di lei, in quei particolari che la rendevano unica. L’Impresa, dopo averla riposta nel feretro, non si curò in realtà di certi accenni che solo noi familiari conoscevamo bene: senza troppo pensarci presi dal suo cassetto i suoi trucchi, il suo rossetto ed il suo smalto rosso, il suo pettine, ed un foulard che era solita indossare nelle occasioni a lei speciali. Posso dire di ricordare quel momento come fosse ieri: il pettine mi permise di accarezzarla sistemandole i capelli come a lei piaceva. Le presi le mani, gliele strinsi tra le mie, come fossero di vetro, e le misi lo smalto.

 

Le posi il foulard in modo tale da celare quella fastidiosa mentoniera che non sopporto proprio, e le stesi una lacrima di rossetto, spruzzando poi il suo profumo, di cui conservo ancora oggi la boccetta. Ciò che provai allora è ciò che provo tuttora nel prendermi cura dei defunti e degli affetti di coloro che si affidano a me: gratitudine, reverenza, consapevolezza di quanto la vita sia un battito di ciglia.

 

Pensi che sia utile questo tipo di trattamento per i dolenti?

 

Ne sono fermamente convinta, soprattutto per una buona elaborazione del lutto. Penso sia un servizio capace di rispondere a due esigenze fondamentali, la dignità del defunto e la serenità di chi rimane, del dolente.

Avere un contatto visivo con la salma di un proprio caro non è mai facile e spesso si evita di entrare in camera ardente prima della chiusura del feretro. Le persone hanno paura, hanno timore di non riscontrarvi l’immagine che si era soliti incontrare in vita. La tanatoestetica è una carezza che può aiutare ad affrontare la morte con maggiore consapevolezza, senza mascherare in realtà ciò che la morte stessa è: è indiscutibile che il corpo abbia cessato le proprie funzioni vitali, la tanatocosmesi rende tale impatto meno “traumatico” per il dolente, che può ritrovare –anche solo attraverso un particolare inconfondibile del proprio caro-quell’autenticità che è poi insita nella cura che la tanatoestetica propone. Non si tratta solo di porre del trucco, il dietro le quinte è ben più complesso: disinfezione ed igiene, vestizione decorosa e attuata in modo delicato, un maquillage leggero e che non dia l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno di sconosciuto.

Mi preme sottolineare che la tanatoestetica è solo un ramo della Tanatoprassi solo di seguito al quale, per dei risultati davvero ottimali, si può procedere con il trattamento di tanatocosmesi. Se la salma infatti non viene adeguatamente conservata dal punto di vista igienico, possono presentarsi spiacevoli risvolti nel corso della veglia pur avendo applicato la tanatoestica. Ritengo inappagabile il senso di serenità, riscontrato anche nelle parole dei dolenti, dopo aver avuto modo di dare l’ultimo saluto al proprio caro riconoscendovi l’unicità.

 Come pensi si possa rivoluzionare il nostro modo di pensare ed affrontare la morte, in una società che sembra essersene dimenticata?

 

Il Master in Death Studies & the End of Life è stato fondamentale al fine di capire quanto il nostro rapporto con la morte e il morire sia giunto ad un punto per il quale non si debba più voltarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Viviamo nell’epoca del tutto e subito, della divinazione del corpo perfetto, sempre giovane ed eterno, come se la vecchiaia e il fine vita fossero una malattia, una sorta di condanna.

Attraverso la morte dell’Altro, invece, possiamo imparare molto: affrontare la nostra finitudine, il rapporto con il nostro corpo che muta come mutano le nostre relazioni ed affetti - non eterni - e dunque meritevoli di una cura ed empatia che solo guardando in faccia anche i lati più dolorosi e negativi della nostra esistenza possono essere svelate.

 

Impareremmo a non dare nulla per scontato, a vivere il qui ed ora con consapevolezza riconoscenza verso chi abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella nostra vita.

 

 Ritengo parimenti basilare introdurre, sin dalla tenera età, percorsi di educazione alla morte che sappiano coinvolgere, con parole gentili ma sincere, anche i più piccoli. Solo in questo modo si potrà creare un terreno fertile da cui far germogliare l’idea che la morte, più che nemica, possa essere alleata nell’apprezzare in profondità la nostra esistenza terrena.

 

 Biografia

 

Dopo la Laurea Specialistica in Sociologia, si è formata come Tanatoesteta e Cerimoniere funebre. Scrive articoli per la rubrica “Spazi di riflessione” per TgFuneral24. Ha frequentato il Master in Death Studies & the End of Life (Università degli Studi di Padova) per acquisire maggiori competenze nel campo della Tanatologia al fine di offrire un maggior supporto ai dolenti e, soprattutto, una maggiore consapevolezza della Morte e del morire.

 

 

 

 

 

 

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Andrea Fantozzi 17/09/2020

La morte si fa social
«Facebook, Instagram, WhatsApp sono il più grande cimitero del mondo. È tempo di ripensare filosoficamente la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, di Black Mirror e della realtà virtuale.»

La morte non esiste più. Allo stesso tempo, però, viviamo costantemente circondati dai morti. Relegata lontano dalla nostra quotidianità, medicalizzata, espunta dalle nostre vite, l’esperienza del morire vive oggi una situazione paradossale, quando le immagini e le parole dei cari estinti tornano e irrompono all’improvviso dagli schermi dei nostri telefoni. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.
Social network, chat, siti web costituiscono insieme, ad oggi, il più grande cimitero del mondo. Il territorio esplorato dalla fantascienza, dalla fiction e, recentemente, da una delle serie più perturbanti che mette al centro della sua riflessione il rapporto tra uomo e tecnologia, Black Mirror, sembra superato dalle nuove intelligenze artificiali. Sono già disponibili bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari; il profilo Facebook che consultiamo compulsivamente più volte al giorno, quando mancheremo, diventerà una vera e propria lapide virtuale, e i nostri amici potranno continuare a farci gli auguri ogni anno nell’aldilà.
E ancora, il web è diventata la più grande piazza pubblica per celebrare il ricordo o condividere anche l’esperienza privata del lutto. Insieme piangiamo i nostri cari, insieme ricordiamo i nostri beniamini. Insieme, in un futuro prossimo, vivremo una seconda vita nella realtà virtuale.
Davide Sisto, giovane filosofo che da lungo tempo ha consacrato i suoi studi alla relazione tra morte e cultura digitale, per la prima volta mette insieme un discorso interpretativo che ha al centro il rapporto nuovo della nostra società con la morte indotto dall’avanzamento tecnologico.
La morte si fa social è il migliore esempio di umanesimo capace di confrontarsi con l’era digitale. L’uomo ha sempre pensato la morte. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionata.

 

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Così Davide Sisto, filosofo e tanatologo, riassume in un’intervista la materia del suo (importante) libro La morte si fa social – Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale: «L’aldilà si sta sempre più spostando all’interno dei nostri computer.

Le persone, senza che neppure lo immaginassero, si sono ritrovate circondate dai morti e da ciò che resta dei morti in qualsiasi luogo del web, sui social media (su Facebook si contano 50 milioni di utenti deceduti), nei blog e ovunque in rete.

Questo fa sì che esistano oggi nuove opportunità di rielaborare tutto quello che abbiamo prodotto in vita, in modo tale da sopravvivere sotto forma di “spettro digitale”.

Questo aspetto problematizza l’elaborazione del lutto, poiché siamo circondati da immagini, post, video delle persone decedute in ogni istante della giornata: basta avere una connessione al web. È traumatico, perché impedisce un vero distacco. Siamo in presenza di rielaborazioni di alter ego virtuali che in qualche modo hanno reso possibile ciò che abbiamo sempre desiderato con le sedute spiritiche: che i morti continuino a comunicare con noi, seppure in maniera artificiale e automatica.»

Grazie alla capacità della tecnologia di rielaborare ciò che siamo stati in vita, anche la memoria e i ricordi si trasformano: questo aspetto, dice Sisto, si svilupperà nel corso degli anni con effetti probabilmente imprevedibili.

Uno dei tratti più importanti dell’esistenza umana che va riesaminato e ricalibrato tenendo conto della tecnologia di cui disponiamo oggi è proprio la morte: qualcosa che si tendeva a rimuovere e invece è tornata di prepotenza nello spazio pubblico.

«Pulizia della morte», eredità digitale, dati che rischiano di scomparire per sempre se non si danno disposizioni chiare sul loro utilizzo; fotografie di morti illustri che rimbalzano moltiplicandosi all’infinito da una pagina web all’altra, piattaforme interattive in cui familiari, amici e fans ricordano il defunto con aneddoti, poesie, immagini, lettere; archivi di memorie pubbliche e private in cui passato e presente si confondono.

Questa continuazione digitale della vita, spiega Sisto, non è tutta positiva ma neppure tutta negativa. L’«interazione postuma» può anche costituire un aiuto nell’elaborazione del lutto: «esporre su Facebook il proprio dolore ottenendo una sostanziosa risposta può essere una delle molteplici strade da seguire» per ritrovare una condizione di vita salubre dopo un lutto.

Un capitolo a sé è costituito dai suicidi online, sempre più diffusi da quando esiste la possibilità di condividere immagini in diretta. Lo hanno fatto in molti, soprattutto adolescenti, i cui filmati si sono diffusi a macchia d’olio prima di essere rimossi (lasciando comunque tracce reperibili).

«Quando una persona muore, i suoi amici e contatti aumentano del 30% il numero di interazioni tra loro all’interno di Facebook. Solo dopo diversi mesi, a volte addirittura anni, le interazioni tornano a stabilizzarsi a un valore pari a quello precedente il lutto. Pare che i livelli di interazione si mantengano assai elevati nelle reti che includono soprattutto persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni, e che le reti in cui ha avuto luogo un suicidio mostrino un livello minore di capacità di recupero del lutto.»

D’altra parte, «la morte di una persona celebre può diventare l’occasione, sui social, per aprire discussioni dotate di un’oggettiva utilità. Il suicidio di Chris Cornell, per esempio, ha generato numerose riflessioni sul tema della depressione, di cui il cantante soffriva, e sulle strategie da seguire per fare rete – offline – in vista della prevenzione dei suicidi.»

Sisto analizza con profondità e lucidità tutte le facce, positive, negative e/o imprevedibili, della commistione tra realtà concreta e virtuale alla fine dell’umana esistenza terrena.

«L’autorità che la morte esercita nei confronti della vita, rendendola tale, è racchiusa nel potere della memoria, dalla quale prendiamo la forza per arricchire il nostro sentire, per crescere, per potenziare il nostro modo di pensare. Per amplificare, soprattutto, dentro di noi l’eco della vita di chi non c’è più e per preparare la nostra eco nella vita delle altre persone, quando saremo noi a non esserci più. Oggi, la cultura digitale offre alla memoria, quindi al rivolo spirituale tra l’aldiquà e l’aldilà, la possibilità di dare una voce tangibile e personale a quell’eco. Il corpo digitale può diventare il deposito di legami intimi, la voce consolante in grado di rivestire il ricordo di quegli abiti che hanno reso unico, nel bene e nel male, il rapporto con ciascuna delle persone amate.»

Immortalità digitale, suggestioni fantascientifiche che rappresentano, più che prefigurare, una realtà già ampiamente in atto, rapporto tra morte e social network, eredità digitale, funerali tecnologici in streaming, nascita di nuove figure professionali come il digital death manager: è tutto in questo libro stranamente (visto il tema) appassionante. Ma in fin dei conti non è strano che lo sia: è un argomento che riguarda tutti, senza eccezioni, ed è troppo importante per occuparsene domani.

 

Davide Sisto, La morte si fa social – immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri 2018

 

 
 
 
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Laura Liberale 17/09/2020

Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa

Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

 

Benvenuta, Maria Angela, e grazie.

Comincerei proprio dal tuo impegno didattico, in prima linea anche in questo

momento di emergenza. La formazione specialistica di cui ti stai occupando nasce

dalla presa d’atto di come questa pandemia abbia universalmente stravolto la sfera

rituale del commiato, generando quello che tu hai giustamente definito “un lutto nel

lutto”. Parliamone.

Le diverse esigenze degli operatori e dei cerimonieri funerari, legate alla necessità di

dare riscontri alle richieste determinate dall’attuale emergenza sanitaria, hanno

interessato sia la sottoscritta che l'intero sistema funerario. E la risposta concordata ed unanime delle Federazioni del settore si è concretizzata con l’ideazione di un corso sui riti e le ritualità per onorare i defunti, in questo periodo di diffusione

dell’epidemia. Proprio le limitazioni imposteci, hanno condizionato il percorso

rituale che al momento non potrà avere le stesse caratteristiche delle cerimonie

tradizionali.

I divieti e le limitazioni, che non riguardano solo la preparazione e la cura del

defunto, con l’igiene e la vestizione del corpo, ma l’impossibilità di vedere e toccare

il proprio caro, frustrano ed inibiscono i sentimenti, impedendo di vegliare chi

amiamo. Il feretro viene chiuso frettolosamente, a volte anche senza una preghiera o

una benedizione o qualche parola di conforto del cerimoniere.

La fretta e la paura del contagio si sono sostituite alla elaborazione del lutto, la

cremazione alla tradizionale sepoltura.

Il lutto nel lutto perché l’ultimo saluto, concepito come prima, non esiste più. Come

non ci è permesso abbracciarci, scambiarci parole di sollievo che prima il rito

consentiva, così ora manca quel sentirsi parte della famiglia e della comunità.

Funerali online, dirette streaming: l’obbligo del distanziamento ci vede ricorrere a

una modalità di funerale che, pur non essendo nuova in termini temporali (penso

soprattutto a Stati Uniti e Gran Bretagna), è però del tutto nuova nel suo imporsi, in

questo momento, come unica modalità di condivisione allargata.

La tua visione in merito?

La mancanza del supporto della comunità, religiosa o laica che sia, destinato a far

superare il senso di afflizione e di angoscia, ora viene sostituito da una diversa

modalità di ciò che il rito sottende, nelle parole e nei gesti, nel tempo e negli spazi a

disposizione: con il coinvolgimento dei bambini, ad esempio, che hanno perduto i

nonni, la cui fragilità è stata sovrastata dalla pandemia.

Il rito che, riconsiderato e riletto, viene “tradotto” dagli strumenti digitali ed

informatici a disposizione, il cui utilizzo nonostante i pregiudizi, sta permettendo di

scoprire impensabili capacità (anche la Chiesa sta dimostrando di utilizzarli):

 

computer, smartphone, tablet e qualsiasi strumento che permetta la creazione di

contatti, anche attraverso la mediazione dello schermo, permettono di diluire nel

tempo l’atipicità del percorso rituale, le cui sfaccettature ne precludono alcune fasi

ma ne permettono altre, anche se diverse.

Ti chiedo anche se pensi che questa forma di funerale possa sostituirsi del tutto,

almeno finché così sarà ritenuto necessario, alle precedenti, oppure se, a beneficio dei

dolenti, sarà utile, quando possibile, “integrarla” con le tradizionali forme di

commiato, implicanti presenza fisica, vicinanza e contatto?

Come ogni evento che comporta trasformazioni epocali, ci sarà un prima e un dopo.

La fase del post emergenza sarà probabilmente caratterizzata da una sorta di

integrazione tra invenzione e tradizione, peraltro già avvertita e messa in atto a

livello rituale, in particolare con la nascita delle aule del commiato e di nuove figure

professionali come quella del cerimoniere funebre.

In questa fase di transito, occorre dare voce e consapevolezza a nuove forme

personali di saluto, per trasformare il dolore e le lacrime in parole e azioni

condivise.

In quali modi, secondo te, la figura del cerimoniere funebre può “ricollocarsi” nel

contesto emergenziale che stiamo vivendo?

L’innegabile inizio di una nuova era, tesa ad affrontare e superare l’emergenza

sanitaria, ha contribuito anche a far nascere forme rituali alternative di commiato

che intendono, nella loro essenzialità, rendere il dolore più sopportabile. Tra queste,

la figura del cerimoniere che, per la Casa funeraria o per l’impresa funebre, diviene

figura di fiducia per i dolenti sia nell’organizzare un momento commemorativo

online sia nel raccogliere le informazioni necessarie per riuscire a dare un attimo di

sollievo, personalizzando l’ultimo saluto, con il racconto ed il ricordo di momenti di

vita del defunto.

La sua presenza diviene ancora più significativa in alcune fasi cruciali del percorso

rituale, come nel rito di consegna delle ceneri, la cui gestione, a causa della

situazione dei crematori, congestionati fino a pochi giorni fa, rendeva impossibile

garantirne con certezza i tempi di affidamento.

Penso alle fosse comuni di Hart Island, negli USA. Ti chiedo di immaginare, come

studiosa, cerimoniere e scrittrice, un rito pubblico che possa onorare la loro memoria.

Ho predisposto, al riguardo, alcuni schemi rituali per cercare di sostenersi nella

dimensione commemorativa, vivendo un momento collettivo, che possono ben

adattarsi anche ad Hart Island.

A pochi giorni dalla parziale riapertura alle frequentazioni ed ai contatti, sono state

attivate diverse tipologie di servizi di supporto al lutto per integrare le carenze della

vicinanza e della presenza fisica.

 

Le persone che sono morte in questo terribile periodo fanno parte di un dramma che

accomuna tutti e che, d’altro canto, fa sentire la forza del vivere, proprio quando la

vita termina e conferisce nuovo valore al senso della comunità e dell’appartenenza

sociale, creando nuovi modi per stare insieme e condividere i sentimenti.

La poesia, la musica, gli oggetti-simbolo sono sicuramente elementi significativi che

possono integrarsi all’energia ed alla vitalità della straordinarietà della

commemorazione pubblica.

Maria Angela Gelati, tanatologa e formatrice nelle materie collegate alla morte, al

lutto ed alla Death education. Ideatrice e curatrice, insieme a Marco Pipitone, della

prima Rassegna di Cultura in Death Education Il Rumore del

Lutto (www.ilrumoredellutto.com), è giornalista e blogger. Nel 2016 ha co-fondato

l’Associazione Segnali di Vita e il Gruppo Nazionale di Lavoro “Stanza del Silenzio

e dei Culti”. 

Come docente collabora con molte realtà tra le quali il Master Death Studies & the

End of Life (Dipartimento FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova (diretto

dalla Prof.ssa Ines Testoni).

Autrice di numerosi articoli e saggi inseriti in miscellanee, ha pubblicato le favole di

Death Education Il lecca-lecca di cristallo (Terra marique, 2018) e L’albero della

vita (Mursia, 2015). Ha curato i libri Ritualità del silenzio. Guida per il cerimoniere

funebre (Nuovadimensione, 2018) e Ci sono cose che (Diritto d’autore, 2012).

Il suo impegno umano e scientifico contribuisce al miglioramento di una corretta

cultura della vita che ha in sé la morte.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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Andrea Pastore 13/10/2021

Gli animali hanno un concetto di "morte" e sperimentano il lutto?
 Secondo la tanatologia, due criteri fondamentali per poter stabilire l'esistenza di un concetto di morte nelle varie specie animali sono ritenuti essere il riconoscimento verso un individuo morto della "perdita di funzionalità" e della "irreversibilità" della sua condizione. 

 Uno dei comportamenti più frequenti e utili per studiare il concetto di morte nelle varie specie è quello riscontrato in molte specie di primati dove le madri trasportano e curano il corpo senza vita dei loro infanti.

 Questo comportamento risulta ambivalente: i comportamenti di queste madri sono ascrivibili ad un "lutto materno" oppure al contrario mostrano come le stesse non abbiano ben compreso l'irreversibilità della perdita di funzionalità dei loro infanti e dunque la loro morte?

 In un recente studio alcuni ricercatori hanno esaminato una vasta mole di dati presenti in letteratura su circa 409 eventi di ICC (infant corpse carried by mothers) rappresentati trasversalmente in 50 specie di primati cercando di comprendere quali variabili influenzino questo comportamento e se lo steso possa essere effettivamente usato per stabilire la comprensione del concetto di morte in una data specie.

 I risultati hanno mostrato come nelle specie in cui si è osservato tale comportamento, la probabilità di trasportare il cadavere era più bassa se le cause della morte dell'infante erano di origine traumatica, come ad esempio nel caso dell'infanticidio, rispetto al caso in cui fossero di origine naturale (malattie). Anche l'età della madre influiva su questa probabilità, infatti le giovani madre mostravano una probabilità maggiore nell'eseguire questo comportamento rispetto a madri più anziane.

 Inoltre, al momento della morte tanto più era bassa l'età dell'infante tanto più si allungava la durata del trasporto del suo cadavere da parte della madre. Questo suggerisce come alla base di questa differenza ci sia la forte motivazione emotiva legata al legame madre-infante che risulta essere molto più forte nelle primissime fasi dell'ontogenesi degli infanti.

 Questi risultati presi insieme ci indicano come nelle varie specie di primati in cui si è riscontrato questo comportamento sia la presenza e il grado del legame emotivo madre-infante, sia le diverse cause di morte dell'infante ne condizionano la sua frequenza e la sua durata.

 Gli autori suggeriscono come in presenza di  molti più segnali indicanti la "perdita di funzionalità" e "l'irreversibilità" a seguito della morte dell'infante come nel caso delle morti di origine traumatica e con l'avanzare dell'età delle madri, queste riescano ad imparare più facilmente che l'infante sia morto e di conseguenza evitano di trasportarlo; viceversa la motivazione a continuare a prendersi cura del cadavere sarebbe più forte nel caso in cui le cause della morte siano "ambigue" e l'età dell'infante sia bassa, data la presenza di una forte motivazione materna ad accudire l'infante nelle primissime fasi della sua vita.

 Non si può comunque escludere che la probabilità di trasportare il cadavere dell'infante sia più bassa nel caso delle morti di origine traumatica a causa della presenza di un contesto socio-ambientale inibitorio in tal senso; le madri  potrebbero non trasportare e abbandonare il corpo dei loro infanti a causa dello stress e della paura condizionata dagli eventi che hanno ad esempio portato all'infanticidio dei loro piccoli.

 Insieme, questo gradiente legato al trasporto del cadavere degli infanti lascia ipotizzare come la presenza di un concetto minimo di morte possa essere presente nelle specie di primati in cui è stato osservato tale comportamento e come tale concetto affondi le radici all'interno di un'esperienza comparabile al lutto vissuta dalle madri in funzione del grado del legame emotivo madre-infante e delle cause della morte di quest'ultimo.

Gli umani sono stati a lungo considerati gli unici in grado di comprendere il concetto di morte ed eseguire alcuni riti funebri, come il lavaggio del corpo del defunto.

Questo atto è stato eseguito per millenni, in tutte le sue forme, sulla terra, sott'acqua, nell'aria, di notte o in pieno giorno.

Non si considera che un animale possa rattristarsi. Eppure, può comportarsi in modo molto simile a quello di un essere umano, specialmente tra le grandi scimmie, di fronte alla morte. Si può parlare di lutto o empatia, anche se queste caratteristiche sono considerate appannaggio dell’antropomorfismo.

Si può presumere che i compagni della vittima mostrino il dolore per una grande perdita in termini sociali, ma è impossibile valutare le emozioni causate da questa perdita. Le espressioni più sottili di emozione, le uniche in grado di rivelarci informazioni sull'impatto della perdita subita, sfuggono a tutte le osservazioni, neutralizzate da sentimenti più immediati come paura, rabbia, tristezza o persino gioia alcuni casi. Ma i congeneri della vittima raramente sono i testimoni immediati della morte, non trovandosi vicino al corpo.

L'espressione di empatia, lutto e dolore, così come altre manifestazioni generalmente associate alla perdita di un altro essere umano, sono di difficile accesso quando si è nel regno animale, poiché ci si può basare solo su comportamenti osservabili che rivelano informazioni parziali e limitate sulle emozioni vissute dall'animale.

Per essere in grado di condurre ricerche sulle reazioni degli animali alla morte, dobbiamo pensare ai casi in cui colpisce una determinata popolazione dal vivo, permettendo così un contatto immediato con il cadavere. Raramente conosciamo gli eventi che precedono la morte, nonché le relazioni sociali che uniscono la vittima ai sopravvissuti, che potrebbero fare luce sui sentimenti degli altri di fronte alla morte. Nei primati e nelle grandi scimmie possiamo distinguere diverse forme di morte: morte accidentale, morte di giovani o anche morte per malattia.

 

Che consapevolezza hanno gli animali della morte?

Se gli animali riescono a capire fino a un certo punto il passaggio dalla "vita" a quella "senza vita" di uno di loro, che dire della propria morte? Ne sono consapevoli?

I gorilla adottano diversi comportamenti simili a quelli osservati nell'uomo, inclusa una fase di lutto.

Per i ricercatori, la comprensione che gli animali hanno del passaggio dalla vita alla morte è spesso sottovalutata.

Si ritiene che molti fenomeni, come la capacità di ragionare, di usare strumenti o la consapevolezza della morte, differenzino l'uomo da altre specie. Ma la scienza ha dimostrato che questo confine è lungi dall'essere definito come si potrebbe pensare. Il modo in cui i gorilla rispondono all'agonia o alla morte di un compagno indica che la loro consapevolezza della morte è molto più sviluppata di quanto si possa immaginare.

 
 
 
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