Jean-Nicolas Gannal, ideatore della tanatoprassi moderna

Redazione Tan Magazine 17/09/2020 0

Personaggio eccentrico e controverso, Jean-Nicolas Gannal (1791-1852) ha dato il suo nome al metodo Gannal, considerato il metodo alla base della tanatoprassi moderna. Come molto spesso accade, la fama di cui gode Gannal nel campo della tanatoprassi, è in parte usurpata in quanto il procedimento di conservazione dei corpi per via d’iniezione vascolare era già stato attuato dal medico italiano Giuseppe Tranchina qualche anno prima di Gannal, e addirittura un secolo prima

dall’anatomista olandese Frederik Ruysch che con il suo liquor balsamicum è considerato il primo ad avere utilizzato l’iniezione arteriosa per la conservazione dei cadaveri.

Le parti anatomiche e i corpi conservati da Ruysch suscitarono un notevole interesse tanto che, a quasi un secolo dalla sua morte, Giacomo Leopardi scrisse un’ opera intitolata Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

Sembra che, attraverso le sue mummie, Ruysch volesse trasmettere il messaggio che lui – e solo lui – fosse in grado di sfidare la morte rendendo l’aspetto di un morto simile a quello di un dormiente. Enfatizzò sempre la naturalezza delle forme e la flessibilità dei corpi diversi da quelli vivi solo per la mancanza di movimento. Era convinto che nessuno sarebbe stato in grado di raggiungere il suo livello di perfezione. Per questo non volle divulgare il suo metodo. Mantenendo il segreto sarebbe potuto rimanere l’unico valido intermediario tra il mondo dei vivi e la morte. Il metodo non sopravvisse quindi all’autore.

Tornando a scrivere di Gannal va altresì ricordato che l’americano Holmes, che gode di fama ancora maggiore rispetto allo stesso Gannal, specie negli Stati Uniti dove l’embalming nel senso moderno del termine è diventata ormai routine, trasse il suo metodo dalla traduzione in inglese di Histoire des Embaumements scritto da Gannal nel 1838 e tradotto in inglese nel 1840.

Fino al XIX° secolo i metodi di conservazione dei corpi erano molto invasivi, con asportazione di alcuni organi e tagli sulla muscolatura per fare penetrare polveri, aromi e altre sostanze.

Una rivista del 1842 descrive così il metodo Gannal: “Grazie al procedimento inventato dal sig. Gannal nulla è più come prima. Una piccola incisione sulla parte laterale del collo per introdurre il liquore di conservazione, tramite una pompa; poi, all’esterno, tessuti bagnati con liquori aromatici; due ore di tempo ed è tutto finito … non serve nemmeno spogliare il corpo che deve essere imbalsamato … il corpo di un bambino trattato con questo metodo è stato esposto per tre mesi nell’obitorio di Parigi … Un condannato, imbalsamato dal sig. Gannal è stato esposto a Londra per due anni agli occhi del pubblico … è auspicabile che il procedimento del sig. Gannal diventi popolare e questo sarà possibile grazie al prezzo contenuto di questo trattamento …

Su Gannal si sono scritte tante cose. Ad esempio che avesse sperimentato il suo metodo per rimpatriare i corpi di alcuni soldati morti nella battaglia della Berezina durante la campagna di Russia di Napoleone. Questo appare molto improbabile in quanto lo stesso Gannal fu fatto prigioniero dai russi alla Berezina. E’ invece vero che, come addetto ai reparti sanitari, partecipò a numerose campagne napoleoniche, fu fatto sette volte prigioniero e riuscì sempre ad evadere. Sopravvisse a Waterloo.

Tornato a Parigi lavora come chimico al laboratorio di chimica del Politecnico di Parigi prima e a quello dell’Accademia delle scienze, dopo.

E’ protagonista di diverse invenzioni: cere industriali, collanti, inchiostri, gelatine da sotto-prodotti animali che conserva con procedimenti chimici.

Fa ricerche sulla conservazione dei cadaveri per i laboratori di anatomia. Nel 1837, l’accademia delle scienze lo invita a fare delle prove sul metodo di conservazione dei corpi dell’italiano Tranchina per via di iniezione arteriosa di acido arsenico. Dà parere negativo insistendo sui pericoli, per la salute pubblica, rappresentati dall’arsenico. Facendo così finta di dimenticare che anche il suo liquido di conservazione, brevettato nello stesso anno 1837 contiene arsenico.

Ma quando nel 1845 l’Accademia di Medicina di Parigi fa un confronto tra il metodo Gannal e il metodo Sucquet, viene rivelata la presenza di arsenico nel liquido di Gannal che proprio per questo viene screditato. Il suo liquido è soppiantato da quello del suo concorrente, l’imbalsamatore J.P. Sucquet, a base di cloruro di zinco. Nonostante le critiche del mondo accademico e scientifico, grazie alla traduzione in inglese del suo libro, Gannal è noto in America ed è studiando il suo metodo e il suo liquido che Thomas Holmes svilupperà il proprio fluido togliendo la componente d’arsenico. Il metodo di Holmes conoscerà un notevole successo con la guerra di secessione. Holmes dichiarerà di aver praticato personalmente 4028 trattamenti. Al prezzo di 100 dollari per intervento, Holmes tornò nella sua natia Brooklyn da uomo ricco. Successo e ricchezza dovute in gran parte ad un eccentrico inventore parigino di nome Jean-Nicolas Gannal.

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Barbara Ruscitti 30/11/2023

Come conservo il cadavere?

La conservazione dei cadaveri è una pratica che ha origini antiche e che ha assunto diverse forme e significati nel corso della storia. In alcune culture, come quella egizia, la conservazione dei cadaveri era finalizzata a garantire la sopravvivenza dell'anima nell'aldilà, e per questo si ricorreva a complessi rituali di mummificazione artificiale, che prevedevano l'uso di sostanze chimiche, bende e resine. In altre culture, come quella cristiana, la conservazione dei cadaveri era vista come un segno di santità e di miracolo, e per questo si preferiva lasciare che i corpi si mummificassero naturalmente, grazie all'azione di fattori ambientali o biologici. In entrambi i casi, la conservazione dei cadaveri aveva una valenza religiosa e simbolica, che trascendeva la dimensione materiale e biologica. Oggi, la conservazione dei cadaveri ha perso gran parte di questa valenza, e si pone piuttosto come una questione di ordine sanitario, etico e ambientale. Infatti, i cadaveri sono fonte di potenziali rischi per la salute pubblica, in quanto possono essere veicoli di malattie infettive, e per l'ambiente, in quanto possono inquinare il suolo e le acque con i loro liquami. Per questo motivo, si prevede che i cadaveri siano sottoposti a trattamenti di disinfezione e di conservazione prima di essere sepolti o cremati, al fine di ridurre al minimo questi rischi. Tuttavia, i trattamenti più comunemente usati, come la formalina o il fenolo, hanno degli svantaggi, in quanto sono sostanze tossiche, irritanti e cancerogene, che possono danneggiare sia i lavoratori che li maneggiano, sia i parenti e i visitatori dei defunti, sia gli animali e le piante che entrano in contatto con essi. Per questo motivo, si sta diffondendo sempre di più l'interesse per l'uso di sostanze naturali per conservare i cadaveri, che abbiano una minore impatto negativo sulla salute e sull'ambiente, e che allo stesso tempo garantiscano una buona conservazione dei tessuti e una maggiore dignità dei defunti. Tra queste sostanze, una delle più promettenti è il Fluytan, un prodotto che serve è capace di recuperare la decomposizione dei tessuti organici, sia umani che animali. Il Fluytan ha alcuni vantaggi rispetto alla formalina, come una minore tossicità, una maggiore elasticità e flessibilità dei tessuti, e una migliore preservazione dell'antigenicità per le tecniche speciali di Genetica Forense¹. Il Fluytan si presenta in diverse formulazioni, a seconda dell'uso che se ne vuole fare, e può essere usato in diversi ambiti, come la tanatoestetica, la tanatoprassi, la medicina legale, la tassidermia e la patologia¹. Un altro esempio di sostanza naturale per conservare i cadaveri è l’Ecofluytan, che ha la proprietà di disidratare i tessuti e di impedire la proliferazione dei batteri. L’Ecofluytan viene usato per iniezione intravasale per la conservazione e mummificazione artificiale al contrario il Fluytan può essere usato a livello topico e ha un’azione di preservare un cadavere per 2/3 giorni.  In conclusione, l'uso di sostanze naturali per conservare i cadaveri è una pratica che ha delle implicazioni positive sia dal punto di vista sanitario che ambientale, ma anche dal punto di vista etico e culturale. Infatti, queste sostanze consentono di rispettare la volontà dei defunti e dei loro familiari, di preservare la memoria storica e culturale, e di riscoprire il valore simbolico e spirituale della morte.

maggiori informazioni sul prodotto Fluytan  www.fluytan.it

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Chiara Ricciarelli 27/05/2021

La Tanatoprassi nella tragedia del drammatico incidente in funivia Stresa-Mottarone

La Tanatoprassi nella tragedia del tragico incidente in funivia Stresa-Mottarone.

Dei 14 morti, vittime di quest’ immane tragedia, uno, di nazionalità iraniana, è stato affidato agli operatori dell'I.N.I.T. Istituto Nazionale Italiano di Tanatoprassi per la conservazione del corpo, tramite il trattamento di Tanatoprassi, e per il successivo rimpatrio in Iran.

E' di nazionalità iraniana il ragazzo di 23 anni morto lo scorso 23 maggio - data della terribile notizia della tragedia della funivia di Stresa-Mottarone, la cui salma è stata affidata agli operatori dell'I.N.I.T. per la conservazione del corpo, tramite il trattamento di Tanatoprassi, e per il successivo rimpatrio in Iran.

Nell'incidente, che ha recentemente sconvolto tutto il paese sono morte ben 14 persone, tra cui anche Mohammadreza Shahaisavandi, di soli 23anni.

Mohammadreza era residente a Diamante, in Calabria, ma viveva e studiava a Roma. Fatalmente, in quei giorni il ragazzo era andato a trovare la fidanzata a Verbania, anch’ essa calabrese, di Diamante, trasferitasi da poco in loco, dopo aver vinto un concorso come borsista di ricerca al CNR.

Al di là dell’ umana sofferenza che questi eventi trascinano con sé, non possiamo fare a meno di considerare che ancora una volta, in tragedie di simile portata, la Tanatoprassi, intesa come quell'insieme di cure rivolte alla salma prima delle esequie, in termini di igiene, di conservazione e di presentazione estetica, si rivela essenziale! Infatti, in simili situazioni, il corpo, a causa di incidenti, come in questo caso, o malattie, non ha una morte naturale, ma viene certamente sfigurato e snaturalizzato. In analoghe circostanze, la salma si presenta, appunto, se non trattata, ai limiti della presentabilità davanti agli occhi delle proprie famiglie e dei propri cari, contribuendo sicuramente a offrire un’ ultima immagine del proprio congiunto non rispondente al reale, non serena e certamente deturpata.

Tutto questo rende non solo il rito funebre traumatico, ma anche il ricordo del proprio caro congiunto si fa davvero scioccante! Ecco appunto che l’obiettivo della Tanatoprassi, conservando il corpo il più a lungo possibile, in condizioni igieniche e di sicurezza e trattando la salma in modo da renderla, esteticamente, il più possibile vicina a rappresentare un’ immagine serena del defunto, interviene certamente ad umanizzare, per quanto possibile, l’ evento “trapasso”.

La morte si fa ancora più traumatizzante in casi di malattie o di eventi tragici ed imprevedibili come questo! Allora la Tanatopassi ha uno scopo: l’alleviamento dei segni inevitabili della sofferenza, che nel caso di 4 giorni fa è certamente devastante. 14 persone, che quella domenica erano andate insieme a fare una gita sul Mottarone, prendendo quella funivia: l’ impianto di risalita, nel comune piemontese di Stresa, che, salendo fino ad un’ altezza di 1500 metri, collega la celebre cittadina del bellissimo Lago Maggiore con la vetta del Mottarone.

Doveva essere una domenica spensierata, quella. Tanti turisti, sia italiani che stranieri, che con l’ arrivo della bella stagione, desideravano trascorrere una giornata in alta quota. Invece, il tragico epilogo.

Nel punto più alto del percorso di salita, con 15 persone dentro ( e menomale le disposizioni anti Covid ne hanno limitato la capienza piena di 40!), intorno alle 12 del pomeriggio, un cavo cede. Tutt’ un tratto la cabina indietreggia, sbatte su di un pilone e via giù, precipitando disastrosamente nel bosco e trovando fermezza a terra, accartocciata terribilmente. Su 15 persone si salva, miracolosamente, solo un bambino. Un incidente davvero disarmante le cui cause ancora sono da chiarire, anche se sembra che la cabina precipitata, secondo le ultime indagini, presentasse il sistema di emergenza dei freni manomesso.

Un sistema che mostra anomalie, quindi, di cui risponderà chi di dovere. Una tragica omissione che, pur richiamando certamente, ancora una volta, al rigoroso rispetto di qualsiasi norma di sicurezza per ogni condizione che riguarda i trasporti di persone, ha causato, tuttavia, nel frattempo, un dolore all’ Italia tutta, per una tragedia che poteva evitarsi. Le vittime sono famiglie distrutte: due di Varese (una coppia di giovani fidanzati e un papà con mamma e figlio piccolo), due coniugi pugliesi che erano venuti al Nord, trasferendosi a Piacenza, una famiglia di origini israeliane, residente a Pavia, la ragazza di origini calabrese, e il suo fidanzato, il ragazzo iraniano, che appunto è stato affidato alle cure dellaTanatoprassi.

Andrea Fantozzi Presidente dell'I.N.I.T. si augura che, operando la cura di tanatoprassi sulla povera salma, si possa dare un contribuito ad alleviare in parte il dolore immenso della famiglia, restituendo al giovane un aspetto quanto più possibile “naturale” e “sereno”.

Centrale Operativa Servizi Tanatoprassi N° Verde 800.136.086

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Pasqualino Caterisano 02/07/2021

Morire in Italia da immigrati.

I decessi di cittadini stranieri, poco più di 5.000 l’anno (circa 1 ogni 1.450 persone, inclusa la componente irregolare, mentre tra gli italiani sono circa 1 ogni 140) sono molto meno numerosi rispetto alle nascite. In ogni caso, sempre più anche gli immigrati di prima generazione desiderano essere seppelliti in Italia, dove si sono insediati stabilmente anche i loro figli, seppure in uno scenario molto modificato rispetto alle tradizioni caratteristiche dei Paesi d’origine. Per alcuni, però, la tumulazione in patria conserva una grande importanza, rappresentando un ritorno “simbolico” nella terra degli avi e delle proprie tradizioni, anche se questo desiderio è fonte per i familiari di notevoli complessità. Ragioni di sensibilità umana e religiosa inducono a porre riflessione su questa delicata questione, partendo da brevi considerazioni relative al rituale-religioso e dai dati statistici per entrare nel merito degli aspetti economici, normativi e burocratici, per giungere, quindi, ad alcune conclusioni pratiche. In generale gli immigrati cristiani incontrano meno difficoltà in un Paese come l’Italia, dove però i protestanti, così come avveniva per gli ebrei, nel passato non potevano essere sepolti nei cimiteri comunali, che altrimenti sarebbero stati sconsacrati. Per questo venivano loro riservate apposite aree o costruiti speciali cimiteri, soluzione tuttora valida e adottata anche per i musulmani. Il rito hindu e quello sikh contemplano la cremazione, alla quale in patria si provvede bruciando la salma su una pira e disperdendo le ceneri nei luoghi riconosciuti come importanti per il defunto. La collettività cinese, nel suo insieme, pur favorevole all’inumazione basata sul taoismo popolare, ricorre di regola alla cremazione, che consente di tenere le ceneri presso le abitazioni dei congiunti in Italia o di inviarle a quelli rimasti in Cina. Secondo una parte delle religioni tradizionali africane, il rito funebre deve accompagnare le anime dei defunti così da farle diventare parte del mondo degli antenati, che rappresentano una sorta di autorità suprema, intermediaria tra i mortali e il divino. Per i musulmani, da una parte, è importante “riposare in terra d’Islam” e, dall’altra, è preferibile seppellire il corpo (che secondo la tradizione andrebbe avvolto nel solo sudario) in terra d’immigrazione per provvedere al seppellimento entro breve tempo, prescrizione impossibile in caso di rimpatrio delle salme, che può richiedere anche dei mesi.

 

 

Aspetti burocratici di un rimpatrio

Per avere un’idea della complessità della trafila burocratica, seguiamo il trasporto di una salma dall’Italia al Marocco. Come prescritto per tutti gli immigrati, la rappresentanza diplomatica o consolare, contattata dai familiari del defunto, deve inoltrare una richiesta al Comune italiano dove si è verificato il decesso per ottenere il “nulla osta all’introduzione della salma

” (indispensabile per l’agenzia di pompe funebri), come anche si deve presentare la denuncia di morte ed eventualmente una relazione dettagliata sul decesso dell’autorità giudiziaria. A complicare le cose si aggiunge il fatto che più della metà degli stranieri che muoiono in Italia non sono residenti, in pratica persone di passaggio o, più di frequente, immigrati irregolari che

non possono contare sulla rete di parenti e di amici. Se il defunto non ha documenti, non è regolarmente residente o non si è certi della sua identità, si richiedono le impronte digitali per l’identificazione; i documenti e il passaporto vengono annullati.

Il consolato deve inoltrare una richiesta al ministero degli Affari Esteri del Marocco, dove sono indicate le generalità, il luogo del

decesso, la causa e il luogo di inumazione; da lì è possibile, in seguito, avvertire i familiari. Il Ministero invia al consolato un codice da inserire nel lasciapassare mortuario per provvedere al trasporto della salma. In seguito all’agenzia di pompe funebri, prescelta dai familiari, vengono rilasciati alcuni documenti: il passaporto mortuario; la dichiarazione che la morte non è riconducibile a malattie contagiose (in caso contrario la Asl prescrive che la cassa non venga aperta per alcun motivo), un documento in lingua francese indispensabile per la dogana marocchina e, infine, il lasciapassare del consolato in lingua italiana. Questi documenti, firmati dal Console, vengono consegnati dall’agenzia di pompe funebri alla Prefettura per legalizzare la firma, così che poi si possa procedere al trasporto della cassa. Quando il feretro arriva in Marocco, sono necessari il visto della dogana e della polizia di frontiera; inoltre deve essere comunicato l’orario di arrivo dell’aereo per far trovare un Carro Funebre che si occuperà  del trasporto della salma fino al cimitero ubicato nel luogo di sepoltura indicato nel lasciapassare. Sono le agenzie di pompe funebri a sapersi districare in questa selva di adempimenti e negli ultimi anni ne sono nate diverse anche tra gli immigrati. In conclusione, la questione del trasporto salme richiede che si intervenga per temperare i costi praticati finora dal “mercato” e a questo scopo si auspica: la Costituzione di un Tavolo nazionale ad hoc per coinvolgere i Ministeri interessati (Interno, Lavoro Salute e Politiche Sociali, Infrastrutture), il Coordinamento delle Regioni, le Compagnie aeree; la semplificazione e riduzione degli oneri burocratici (passaporto mortuario e oneri locali) che pesano per circa un quarto sui costi complessivi; una maggiore considerazione di queste necessità sia nella legislazione nazionale che negli interventi regionali che nella contrattazione collettiva, con specifiche agevolazioni per i parenti chiamati a far fronte al trasporto delle loro salme.

Aspetti statistici

I decessi tra gli stranieri sono poco diffusi rispetto a quanto si rileva tra gli italiani. Ciò si giustifica per il fatto che a emigrare sono solitamente i soggetti più giovani e di robusta costituzione, destinati semmai a conoscere un peggioramento della loro salute a causa delle pregiudizievoli condizioni di insediamento: è il cosiddetto “effetto migrante sano” posto in rilievo dalla medicina delle migrazioni. Nel periodo 1992-2002 sono stati registrati 32.738 decessi di cittadini stranieri. Dall’archivio dell’Istat risulta che poco più della metà di questi riguarda cittadini stranieri non residenti, per lo più maschi, giovani, provenienti da Paesi a forte pressione migratoria e in condizione di irregolarità. Negli ultimi anni i decessi dei residenti hanno superato per la prima volta di oltre le 2.000 unità . Nel 2018 sono state superate per la prima volta le 5.000 unità. Poiché nel complesso i decessi delle persone non residenti hanno superato sempre quello delle persone residenti, è ragionevole ipotizzare che i numeri riportati  vanno all’incirca raddoppiati. La Regione con il più alto numero di morti è stata la Lombardia (983), seguita dal Lazio (644) e dal Veneto e l’Emilia Romagna, con più di 500 decessi ciascuna, e dal Piemonte e la Toscana con 400, mentre il Molise e la Basilicata registrano appena una ventina di decessi. L’archivio Istat, dove sono registrate le cause di morte, pone in risalto una differenza rispetto all’origine nazionale. Per gli italiani e gli immigrati provenienti dall’Occidente industrializzato le malattie del sistema circolatorio e i tumori sono le prime cause di morte, mentre per gli immigrati provenienti dai Paesi a forte pressione migratoria lo sono i traumatismi e gli avvelenamenti: così, ad esempio,  è stato per gli albanesi (50,2% per questi motivi) e per i marocchini (55,5%), mentre per gli italiani l’incidenza è stata solo del 4,7%. Per traumatismi e avvelenamenti si intendono diverse cause, quali infortuni mortali sul lavoro, incidenti stradali, omicidi, suicidi, incidenti domestici e altro. Tra le cause di morte dei cittadini stranieri sono molto ricorrenti anche le malattie dell’apparato digerente, i disturbi psichici e le malattie del sistema nervoso e delle ghiandole endocrine. Per quanto riguarda la mortalità infantile gli studiosi hanno sottolineato che le disuguaglianze tra italiani e stranieri si riducono nel corso del tempo, tuttavia con l’eccezione di alcune aree di origine che presentano aspetti problematici meritevoli di ulteriori approfondimenti.  Elaborazioni su dati Istat Una quota non trascurabile di questi eventi è legata agli infortuni mortali sul lavoro, con un tasso di ricorrenza più elevato rispetto a quanto avviene tra gli italiani, essendo gli immigrati impegnati in settori a più alto rischio, segnatamente in edilizia.

Aspetti economici

La sepoltura all’estero riveste per gli immigrati notevoli implicazioni di natura finanziaria, più di quanto avvenga per gli italiani che, peraltro, talvolta in caso di sepoltura hanno dovuto ricorrere agli usurai. I costi comuni riguardano il tipo e qualità della cassa, il servizio auto, i fiori, gli annunci mortuari. Ad essi si aggiungono quelli proprio delle spese di rimpatrio della salma. Per il trasporto della salma dalla località di residenza all’aeroporto la tariffa minima è di 1 euro al chilometro con una spesa che può arrivare, a seconda delle località di partenza, fino a 3.500 euro. I costi di trasporto internazionale variano in considerazione dell’aeroporto di partenza in Italia, del Paese di destinazione, del periodo dell’anno e del vettore e possono arrivare mediamente fino a 2.600 euro. Nell’ipotesi che il defunto sia un immigrato originario della Costa d’Avorio, le spese complessive possono aggirarsi tra poco più di 4.000 euro fino a più di 5.500 euro. 3 Le spese sono più contenute nell’ipotesi di convenzioni tra le agenzie funebri e le agenzie assicurative che coprono le polizze in caso di morte e le compagnie aeree, le quali possono effettuare il rimpatrio della salma con forti sconti (lo fa gratuitamente quella di bandiera bangladese). Naturalmente, nel caso di un’apposita polizza, sono la banca o l’agenzia assicurativa a intervenire. La banca nazionale marocchina (Wafabank) per pochi euro al mese garantisce la copertura delle spese del rimpatrio e dei funerali. Anche le banche italiane hanno iniziato a prevedere pacchetti specifici che garantiscono un contributo differenziato (da 2.500 a 6.000 euro). Tra gli immigrati sono sorte anche associazioni che secondo statuto si occupano dell’assistenza burocratica ed economica in caso di malattia e di decesso. Aspetti normativi A livello internazionale i precedenti normativi sono scarsi. È datata 10 febbraio 1937 la Convenzione di Berlino ed è del 5-13 dicembre 1965 la Dichiarazione della Conferenza dell’Organizzazione Panamericana della Sanità, che si sono occupati dei documenti necessari per il trasporto delle salme e dell’obbligo di una bara chiusa ermeuticamente La questione è stata affrontata anche dal Parlamento Europeo, partendo dalla constatazione che, sono numerosi i cittadini comunitari che abitano in uno Stato membro diverso da quello in cui, in caso di morte, deve aver luogo l’inumazione o la cremazione. Ciò nonostante non esistono disposizioni che disciplinino in maniera uniforme il rimpatrio di una salma senza eccessive spese e procedure amministrative, mentre questo obiettivo deve essere considerato un corollario del diritto di cui dispone ciascun cittadino europeo di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Perciò il Parlamento Europeo, con la Risoluzione 2003/2032(INI ha chiesto alla Commissione di adoperarsi per un’armonizzazione delle procedure e delle norme applicate al trasporto transfrontaliero delle salme sull’intero territorio dell’Unione e di cercare di addivenire in questo contesto, per quanto possibile, a una assimilazione dei cittadini comunitari a quelli nazionali. In Italia, in passato, la copertura per i lavoratori non comunitari era stata praticata a livello previdenziale. Il Fondo Inps per il rimpatrio, istituito nel 1986 (art. 13 legge 943 del 1986) e poi confluito nella gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti (art. 24 della legge 9 marzo 1989, n. 88), veniva alimentato dallo 0,5% prelevato dalle retribuzioni dei lavoratori non comunitari. Scopo del Fondo era quello di coprire le spese per il rimpatrio, in pratica il biglietto di viaggio degli immigrati regolari restati privi di mezzi dopo aver versato almeno un contributo obbligatorio e anche le spese per il trasporto delle salme di lavoratori morti in Italia, tramite le agenzie funebri. Dopo l’entrata in vigore della legge 40/1998 (Turco-Napolitano), che ha inquadrato l’immigrazione come una realtà stabile, il Fondo per il rimpatrio ha operato fino al 31 dicembre 1999 e poi è stato soppresso. La legge 189/2002 (Bossi-Fini) ha introdotto il pagamento del viaggio di ritorno, ponendolo a carico della ditta o della persona che assume il lavoratore immigrato chiamato dall’estero, mentre non viene affrontata la copertura del trasporto delle salme. In assenza di una legge nazionale, la competenza specifica è degli Enti Locali. Sostanzialmente le ipotesi che ricorrono sono due. 1.Alcune Regioni prevedono nelle loro leggi sull’immigrazione interventi a sostegno del trasporto delle salme. L’Emilia Romagna (L. R. 5/2004, art. 5) attua un rimborso di almeno il 50% dell’importo complessivo documentato, mentre la Toscana favorisce l’adozione di apposite misure volte a facilitare il rimpatrio delle salme (L.R. 29/2009, art. 54). 2.Le altre leggi regionali sull’immigrazione non dispongono appositi interventi (Piemonte, Veneto, Umbria, Marche, Campania, Puglia, Sardegna e Provincia di Trento). A maggior ragione questa è l’ipotesi riguardante le Regioni sprovviste di una legge specifica sugli immigrati. Ciò non esclude che i Comuni possano erogare un contributo o con i propri fondi o attingendo al fondo regionale per l’immigrazione o a quello per l’emergenza sociale (Basilicata, Campania, Sardegna). 4 La richiesta del contributo può essere inoltrata dai parenti, residenti in Italia o nei Paesi di origine, da organismi rappresentativi degli immigrati, dalle associazioni registrate di cittadini stranieri immigrati o di italiani che si occupano degli immigrati. Naturalmente, si procede all’erogazione del contributo previa acquisizione della documentazione di tipo anagrafico e contabile e le spese ammissibili sono solo quelle riconducibili alla procedura di traslazione di salme, cadaveri e resti mortali di cittadini stranieri immigrati. 

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