La Chiesa può negare un funerale?

Nicolas Tiburzi 19/08/2021 0

Se il defunto è un criminale mai pentito, può ricevere la benedizione di un sacerdote ed essere seppellito in un Campo Santo?

Chiedersi se la Chiesa può negare un funerale e quando può farlo obbliga a dare un’occhiata al Diritto canonico, ma anche all’essenza stessa della Chiesa cattolica. E pone anche qualche problema, per così dire, etico che viene spesso valutato di volta in volta a seconda del soggetto, delle circostanze e dal sacerdote.

La morte di Totò Riina, come prima quella di Bernardo Provenzano e di altri criminali che non si sono mai pentiti delle atrocità che hanno commesso, ha portato di nuovo alla luce la posizione della Chiesa sull’opportunità o meno di fare un funerale (pubblico o privato che sia) ad un delinquente di tale portata.

 Funerale di un criminale: cosa dice il Diritto canonico

In base al Diritto canonico [1]la Chiesa cattolica può negare un funerale se prima della morte il soggetto non ha dato alcun segno di pentimento dei suoi errori e se:

·                                 è notoriamente apostata, eretico o scismatico (cioè se è andato di proposito contro gli insegnamenti della Chiesa e della fede cattolica, anche se in apparenza ha osservato alcuni riti come quello del matrimonio o del battesimo dei figli);

·                                 ha scelto la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana;

·                                 è stato un peccatore manifesto.

Lo stesso articolo, però, invita a sentire il parere dell’ordinario del luogo (il parroco, il vescovo) e di sottomettersi al suo giudizio personale. Significa che ci potrebbe essere un sacerdote che, per suoi motivi di pensiero ed in coscienza, potrebbe decidere di negare o di accettare di celebrare il funerale di una certa persona o di benedire la sua salma.

Il giudizio del sacerdote: quando sì e quando no

Spesso la rabbia di fronte ai crimini commessi da una persona può portare a giudizi assolutamente comprensibili ma, di fronte alla sostanza della legge (in questo caso della legge ecclesiastica), non sempre corretti. Succede anche con le questioni che riguardano tematiche più profane: una sentenza che applica la legge alla lettera o l’interpretazione di un giudice può essere più o meno condivisa, ma quella è e quella bisogna accettare.

Nell’argomento che ci occupa, un sacerdote o un singolo vescovo hanno il titolo di decidere quando la Chiesa può negare un funerale? Tecnicamente sì, perché hanno ricevuto un mandato per rappresentare la legge divina, così come un magistrato lo ha ricevuto per rappresentare la «legge umana» (per chiamarla così).

Sta dunque al giudizio del prete o del prelato stabilire se il passato del defunto e le circostanze sociali permettono di poter celebrare un funerale pubblico o meno.

Ma se la famiglia chiedesse il funerale privato, lontano da tutti per non creare scandalo pubblico, il sacerdote come si deve comportare?

Qui si entra in un terreno molto delicato. Vangelo alla mano, la fede cristiana si basa sul perdono e sulla redenzione. La benedizione di una salma ed il rito funebre comportano, però, un perdono che viene concesso soltanto a chi lo chiede. Se uno non si pente di quello che ha fatto, di che cosa lo si deve perdonare? Se il defunto non lo ha fatto, nemmeno la famiglia può chiederlo al suo posto. Si può stare vicino ai parenti, li si può consolare se non hanno condiviso la vita del loro familiare. Tutto qui, però. Per la Chiesa, il sacramento della confessione è vincolato al pentimento. Di conseguenza, il sacerdote può rifiutarsi di benedire quella salma e, quindi, di celebrare un funerale anche alla presenza di pochi intimi.

Naturalmente, tutto è soggettivo. In teoria, l’articolo del Diritto canonico che abbiamo citato riguarda tutti i «peccatori manifesti», cioè anche i divorziati («non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce», si sentono dire gli sposi), i ladri, chi crea pubblico scandalo. Ma mettere tutti sullo stesso piano sarebbe ridicolo: non si può paragonare un criminale come Riina ad un divorziato onesto o a un ladro di polli. Per questo, alcuni rappresentanti della Chiesa, fortunatamente verrebbe da dire, valutano di volta in volta il soggetto che hanno davanti. Altrimenti (forse) di funerali non se ne farebbero più.

Un criminale può essere seppellito in cimitero?

Teoricamente, e per i motivi che abbiamo appena spiegato, una persona che ha vissuto fuori dalla fede cattolica e che, manifestamente, ha vissuto facendo del male al prossimo non può essere seppellito in un cimitero se non ha chiesto il perdono di Dio. Il motivo non è semplice (come abbiamo appena visto) ma è chiaro: il cimitero non è un «deposito di salme» ma è un campo santo e benedetto destinato ad ospitare chi ha ricevuto il perdono divino attraverso un ministro della Chiesa cattolica. Quindi, chi non si è mai pentito di quello che ha fatto in vita e, per questo, non ha avuto un funerale cattolico, non può riposare in cimitero.

Qualche anno fa avevano fatto scalpore i funerali in pompa magna di Vittorio Casamonica a Roma. In quell’occasione Famiglia Cristiana aveva intervistato il teologo Silvano Sirboni che si espresse su quelle esequie degne di un principe del Rinascimento.

Il funerale non santifica la vita di nessuno – affermò Sirboni – mette le mani di ciascuno nelle mani della infinita misericordia di Dio”. A meno che non ci sia un rifiuto in vita da parte del soggetto in questione, tutti hanno diritto ai funerali in quanto battezzati “Magari sono stati infedeli al battesimo, ma la Chiesa prega anche per loro“, continuò.

 

Nessun parroco può rifiutare di celebrare un funerale, – continuò il teologo – a meno che non ci siano prove che sia stato rifiutato dal defunto stesso”.

 

Qualche anno fa anche il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, aveva intimato ai suoi sacerdoti di non celebrare in chiesa i funerali dei boss della camorra.

 

Conclusioni

La Chiesa non è un’istituzione sociale o umanitaria qualsiasi e che rivolge i propri servizi a chiunque, né tanto meno offre un servizio di onoranze funebri indifferenziato.

La celebrazione delle esequie ecclesiastiche è stabilita dal diritto canonico con riti, simboli e canti ben precisi per cui nessun fedele ha il diritto di modificare il rito liturgico. La Chiesa agisce in foro esterno in quanto non può giudicare le intenzioni del cuore e la responsabilità morale di ciascuno, ma può attenersi ai soli atteggiamenti espressi o dichiarati pubblicamente in vita. La Chiesa, tuttavia, prega per tutti i peccatori, per la loro conversione e ne invoca la misericordia divina.

 

 

Fonti:

Famiglia Cristiana
laleggepertutti.it

 

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Laura Liberale 29/09/2020

Questo mese incontriamo la Servizi Funebri Ramini, della provincia di Padova.

Un’impresa giovane, sia in senso cronologico sia per la giovane età del titolare, ventitré anni per l’esattezza. E proprio da qui vorrei partire.

In molti mi hanno chiesto come mai un ragazzo della mia età si fosse

avvicinato a questo ambiente e tante volte sono stato deriso e bistrattato

da chi mi chiamava “il becchino” facendo gesti scaramantici in quanto

messaggero di morte.

Tutto è iniziato quando ancora frequentavo le scuole medie e un mio caro

amico e compagno di scuola è venuto a mancare dopo una lunga malattia.

La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma quando si tratta di

un ragazzo lo è ancora di più. Sono rimasto traumatizzato e sono stato

così male che ogni giorno sentivo il bisogno di andare a trovarlo al

cimitero e passare un po’ di tempo con lui.

Forse un segno del destino a indicarmi la strada così come il fatto di

essere nato nel giorno della commemorazione dei defunti.

Le frequenti visite al camposanto mi hanno portato a relazionarmi spesso

con vari operatori del settore funebre dando loro una mano in qualche

occasione. Molti erano i quesiti che ponevo riguardo questo mondo

oscuro, quasi inviolabile, ricco di segreti, ma non ne ero spaventato anzi

ne ero affascinato.

Durante la scuola superiore, quando potevo, collaboravo con varie

imprese per i servizi funebri e poi al termine della scuola è diventata una

vera e propria professione.

Dopo qualche anno, è nato il desiderio di mettermi in proprio. Le

difficoltà sono state tante, come pure l’impegno economico. Un settore

difficile, per pochi e senza avere una azienda di famiglia alle spalle, quasi

impossibile. Un vero salto nel vuoto, ma la passione e l’amore per questo

mestiere non mi hanno fatto rinunciare. Questa professione non è facile,

dietro ci stanno molti pregiudizi, che catalogano gli impresari come

individui assetati di denaro e approfittatori del dolore.

Ma ho sempre cercato di fare capire alla gente chi sono e lo spirito di

come mi approccio a questo mestiere, cioè con sensibilità, onestà,

trasparenza e rispetto.

Per me fare l’impresario funebre non è solo un lavoro, è una vera

missione. Oltre agli aspetti tecnici di cui mi occupo personalmente,

documentazione, tanatoestetica, lavori cimiteriali e quant’altro, l’aspetto

a cui tengo e che curo maggiormente è il rapporto umano.

 

Il fatto di stare a fianco delle persone e dare loro aiuto e supporto nelle

varie fasi post decesso e un degno addio al loro caro mi fa sentire bene. Si

creano amicizie e rapporti che vanno oltre, che non si estinguono a fine

servizio, ma che durano nel tempo, e questa per me è la cosa più

gratificante.

Come avete fronteggiato l’impatto con l’emergenza Covid-19? Quali sono

stati i principali cambiamenti\adattamenti a livello organizzativo e le

maggiori difficoltà affrontate?

All’iniziale sgomento che la tragedia sanitaria e sociale conseguente a

questa epidemia ha suscitato, noi, come impresa funebre, ci siamo

preoccupati di come fronteggiare la situazione dal punto di vista dei

contagi, essendo parte di una categoria tra quelle più esposte. Eravamo

preoccupati di come espletare il nostro lavoro in sicurezza. Ad accentuare

la preoccupazione è stata la mancanza immediata di linee guida ufficiali

che potessero in qualche modo aiutarci dal lato operativo, dato che il

nostro lavoro comportava un contatto diretto sia con le salme che con i

familiari di malati Covid-19. Ma nessuno sembrava interessarsi alla

nostra categoria, eravamo quasi degli invisibili.

Dopo il lockdown e vietati gli assembramenti, incluse quindi le cerimonie

funebri, ci siamo trovati in un periodo in cui abbiamo usato il buon senso

e le regole generali divulgate per il contenimento del contagio, quali

l’utilizzo degli strumenti di protezione che comunque inizialmente si

faceva fatica anche a reperire.

Tante erano le domande che ci ponevamo assieme ai colleghi: come fare i

funerali data la sospensione delle cerimonie religiose, come gestire i

decessi a domicilio, come manipolare le salme infette, come gestire la

parte burocratica che prevedeva il recarsi di persona presso i vari uffici,

come relazionarci con i familiari, non escludendo che alcuni di loro

potessero essere positivi.

Dopo aver fatto sentire le nostre voci anche attraverso le associazioni di

categoria, finalmente sono uscite le circolari del Ministero della Salute

dell’8 aprile e del 2 maggio: “Linee guida per la prevenzione del rischio

biologico nel settore dei servizi necroscopici, autoptici e delle pompe

funebri”, dove finalmente sono state messe nero su bianco le normative

che dovevano regolare il nostro specifico settore.

Non sto qui a citare tutti dettagli, ma in poche parole e riassumendo

grossolanamente, le direttive da seguire sarebbero state quelle utilizzate

 

per il trattamento delle salme infettive, cioè evitarne la manipolazione

attraverso la vestizione ma avvolgerle in lenzuola imbevute di disinfettante

o in sacchi biodegradabili; niente trattamenti di tanatoestetica, trasporti a

cassa chiusa ecc. E poi tutto il protocollo previsto per evitare il contagio

con l’utilizzo, per gli operatori, dei dispositivi di sicurezza quali

mascherine, guanti, tute, occhiali e quant’altro.

Qualche modifica poi è stata fatta negli uffici comunali e nelle aziende

ospedaliere e sanitarie, per sveltire l’iter delle pratiche ed evitare il

contatto personale, con la trasmissione dei documenti per via telematica.

Quali sono, in questo periodo così travagliato, le richieste dei dolenti?

I dolenti non hanno fatto particolari richieste in questo momento; hanno

solo chiesto delucidazioni su quello che si poteva o non si poteva fare e,

sebbene con rammarico e rassegnazione, si sono adeguati alla situazione

e alle regole imposte dai vari decreti.

La riduzione drastica della parte rituale del funerale imposta per il

contenimento della diffusione del virus, in aggiunta anche al clima di

incertezza economica venutasi a creare in seguito all’epidemia, ha fatto sì

che i familiari abbiano rinunciato alla qualità, ad esempio, dei cofani e ad

addobbi e accessori decorativi, optando per un funerale assolutamente di

tipo spartano. Non neghiamo che questo impoverimento delle cerimonie

funebri ha avuto un certo impatto a livello economico anche per noi

imprese.

La cremazione è stato il metodo di sepoltura più richiesto, sia perché

ormai è il trend del momento, sia per risparmiare, ma secondo me anche

perché si ha la sensazione che l’incenerimento del corpo, presupponendo

la conseguente distruzione del virus, elimini ogni possibile contaminazione

del terreno di contro alle fuoriuscite di gas infetti in caso di esumazioni o

estumulazioni, anche se in realtà non è così.

Come vivete emotivamente, in quanto operatori in costante contatto coi

corpi e con le strutture sanitarie, il rischio del contagio?

Ci hanno detto che la trasmissione del virus avviene per droplets e che con

il decesso, venendo a cessare le funzioni vitali e quindi respiratorie, le

salme non sono fonti di contagio.

Ma il caso di decessi a domicilio o nelle case di cura e RSA dove la

preparazione della salma spetta comunque all’impresa funebre, sebbene

vengano usati tutti gli accorgimenti e i dispositivi di sicurezza, non ci ha

 

fatto stare del tutto tranquilli e sicuri; inoltre il contatto con i parenti dei

deceduti non lo puoi evitare,

e normalmente si tratta di persone che magari hanno frequentato ambienti

sanitari, persone malate oppure, come in tanti casi, possono essere positivi

asintomatici, come potremmo esserlo noi del resto.

In questo periodo abbiamo utilizzato il più possibile gli strumenti messi a

disposizione dalla tecnologia, quali telefono, mail o whatsapp per

eventuali comunicazioni, ma non in tutti i casi è possibile, vedi le persone

anziane, e comunque non abbiamo voluto negare in un momento così

doloroso e drammatico, seppur correndo alcuni rischi, il nostro supporto e

la nostra presenza fisica, indispensabile e doverosa. Quello che ci ha

anche messo in una situazione di imbarazzo e di difficoltà è stato il fatto di

dover accogliere nei nostri uffici, o andare a casa dei dolenti, coperti con

mascherine e guanti senza neanche poter dare loro la mano o un

abbraccio di conforto.

Puoi raccontarci un’esperienza lavorativa di questi ultimi due mesi che ti

ha particolarmente colpito a livello umano?

Sia nel caso di decesso per Covid-19 sia per altre cause, il coinvolgimento

emotivo è inevitabile, sempre. Difficile conciliare nel nostro lavoro le

distanze che impongono i protocolli sanitari con il rapporto umano.

In questo specifico periodo, non c’è stato un particolare episodio che ci ha

colpito; ogni caso è a sé, ognuno con la sua storia, ognuno ci ha toccato

dal punto di vista umano. In generale quello che ci ha addolorato di più è

stato in primo luogo il fatto di non poter dare la possibilità ai familiari di

vedere neanche per un attimo il loro caro; poterlo salutare sfiorandogli la

mano o la fronte, potere vedere e ricordare il suo volto sereno e tranquillo,

e invece costretti magari a immaginare cose orribili.

In secondo luogo, il negare loro quella celebrazione collettiva, cioè il rito

del funerale, che significava poter condividere il dolore e l’estremo saluto

con i parenti, gli amici e i conoscenti, con le dimostrazioni di affetto e

vicinanza.

Sia la ritualizzazione del commiato che quel momento di intimo

raccoglimento con chi è mancato sono due elementi fondamentali per il

processo di elaborazione del lutto. Ci sembra che, come “professionisti

dell’addio”, di non avere adempiuto alla nostra missione nella sua

completezza, anche se non è dipeso certo dalla nostra volontà.

Vorrei concludere con una citazione tratta da un brano che

 

esprime, a discapito di ogni pregiudizio, il valore del nostro mestiere, della

nostra categoria di lavoratori, in questo periodo particolarmente

sottoposta a grandi pressioni fisiche ed emotive, ma di cui mi sento

onorato di fare parte.

“Signor becchino mi ascolti un poco

il suo lavoro a tutti non piace

non lo consideran tanto un bel gioco

coprir di terra chi riposa in pace

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro.

Il testamento, Fabrizio De Andrè.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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Andrea Pastore 13/10/2021

Gli animali hanno un concetto di "morte" e sperimentano il lutto?
 Secondo la tanatologia, due criteri fondamentali per poter stabilire l'esistenza di un concetto di morte nelle varie specie animali sono ritenuti essere il riconoscimento verso un individuo morto della "perdita di funzionalità" e della "irreversibilità" della sua condizione. 

 Uno dei comportamenti più frequenti e utili per studiare il concetto di morte nelle varie specie è quello riscontrato in molte specie di primati dove le madri trasportano e curano il corpo senza vita dei loro infanti.

 Questo comportamento risulta ambivalente: i comportamenti di queste madri sono ascrivibili ad un "lutto materno" oppure al contrario mostrano come le stesse non abbiano ben compreso l'irreversibilità della perdita di funzionalità dei loro infanti e dunque la loro morte?

 In un recente studio alcuni ricercatori hanno esaminato una vasta mole di dati presenti in letteratura su circa 409 eventi di ICC (infant corpse carried by mothers) rappresentati trasversalmente in 50 specie di primati cercando di comprendere quali variabili influenzino questo comportamento e se lo steso possa essere effettivamente usato per stabilire la comprensione del concetto di morte in una data specie.

 I risultati hanno mostrato come nelle specie in cui si è osservato tale comportamento, la probabilità di trasportare il cadavere era più bassa se le cause della morte dell'infante erano di origine traumatica, come ad esempio nel caso dell'infanticidio, rispetto al caso in cui fossero di origine naturale (malattie). Anche l'età della madre influiva su questa probabilità, infatti le giovani madre mostravano una probabilità maggiore nell'eseguire questo comportamento rispetto a madri più anziane.

 Inoltre, al momento della morte tanto più era bassa l'età dell'infante tanto più si allungava la durata del trasporto del suo cadavere da parte della madre. Questo suggerisce come alla base di questa differenza ci sia la forte motivazione emotiva legata al legame madre-infante che risulta essere molto più forte nelle primissime fasi dell'ontogenesi degli infanti.

 Questi risultati presi insieme ci indicano come nelle varie specie di primati in cui si è riscontrato questo comportamento sia la presenza e il grado del legame emotivo madre-infante, sia le diverse cause di morte dell'infante ne condizionano la sua frequenza e la sua durata.

 Gli autori suggeriscono come in presenza di  molti più segnali indicanti la "perdita di funzionalità" e "l'irreversibilità" a seguito della morte dell'infante come nel caso delle morti di origine traumatica e con l'avanzare dell'età delle madri, queste riescano ad imparare più facilmente che l'infante sia morto e di conseguenza evitano di trasportarlo; viceversa la motivazione a continuare a prendersi cura del cadavere sarebbe più forte nel caso in cui le cause della morte siano "ambigue" e l'età dell'infante sia bassa, data la presenza di una forte motivazione materna ad accudire l'infante nelle primissime fasi della sua vita.

 Non si può comunque escludere che la probabilità di trasportare il cadavere dell'infante sia più bassa nel caso delle morti di origine traumatica a causa della presenza di un contesto socio-ambientale inibitorio in tal senso; le madri  potrebbero non trasportare e abbandonare il corpo dei loro infanti a causa dello stress e della paura condizionata dagli eventi che hanno ad esempio portato all'infanticidio dei loro piccoli.

 Insieme, questo gradiente legato al trasporto del cadavere degli infanti lascia ipotizzare come la presenza di un concetto minimo di morte possa essere presente nelle specie di primati in cui è stato osservato tale comportamento e come tale concetto affondi le radici all'interno di un'esperienza comparabile al lutto vissuta dalle madri in funzione del grado del legame emotivo madre-infante e delle cause della morte di quest'ultimo.

Gli umani sono stati a lungo considerati gli unici in grado di comprendere il concetto di morte ed eseguire alcuni riti funebri, come il lavaggio del corpo del defunto.

Questo atto è stato eseguito per millenni, in tutte le sue forme, sulla terra, sott'acqua, nell'aria, di notte o in pieno giorno.

Non si considera che un animale possa rattristarsi. Eppure, può comportarsi in modo molto simile a quello di un essere umano, specialmente tra le grandi scimmie, di fronte alla morte. Si può parlare di lutto o empatia, anche se queste caratteristiche sono considerate appannaggio dell’antropomorfismo.

Si può presumere che i compagni della vittima mostrino il dolore per una grande perdita in termini sociali, ma è impossibile valutare le emozioni causate da questa perdita. Le espressioni più sottili di emozione, le uniche in grado di rivelarci informazioni sull'impatto della perdita subita, sfuggono a tutte le osservazioni, neutralizzate da sentimenti più immediati come paura, rabbia, tristezza o persino gioia alcuni casi. Ma i congeneri della vittima raramente sono i testimoni immediati della morte, non trovandosi vicino al corpo.

L'espressione di empatia, lutto e dolore, così come altre manifestazioni generalmente associate alla perdita di un altro essere umano, sono di difficile accesso quando si è nel regno animale, poiché ci si può basare solo su comportamenti osservabili che rivelano informazioni parziali e limitate sulle emozioni vissute dall'animale.

Per essere in grado di condurre ricerche sulle reazioni degli animali alla morte, dobbiamo pensare ai casi in cui colpisce una determinata popolazione dal vivo, permettendo così un contatto immediato con il cadavere. Raramente conosciamo gli eventi che precedono la morte, nonché le relazioni sociali che uniscono la vittima ai sopravvissuti, che potrebbero fare luce sui sentimenti degli altri di fronte alla morte. Nei primati e nelle grandi scimmie possiamo distinguere diverse forme di morte: morte accidentale, morte di giovani o anche morte per malattia.

 

Che consapevolezza hanno gli animali della morte?

Se gli animali riescono a capire fino a un certo punto il passaggio dalla "vita" a quella "senza vita" di uno di loro, che dire della propria morte? Ne sono consapevoli?

I gorilla adottano diversi comportamenti simili a quelli osservati nell'uomo, inclusa una fase di lutto.

Per i ricercatori, la comprensione che gli animali hanno del passaggio dalla vita alla morte è spesso sottovalutata.

Si ritiene che molti fenomeni, come la capacità di ragionare, di usare strumenti o la consapevolezza della morte, differenzino l'uomo da altre specie. Ma la scienza ha dimostrato che questo confine è lungi dall'essere definito come si potrebbe pensare. Il modo in cui i gorilla rispondono all'agonia o alla morte di un compagno indica che la loro consapevolezza della morte è molto più sviluppata di quanto si possa immaginare.

 
 
 
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Barbara Ruscitti 15/02/2024

La Pandemia e il Silenzio dei Custodi dell'Ultimo Addio: Una Storia di Rispetto e Sacrificio

È il 2024, e finalmente, sembra essere giunto il momento di aprire un dialogo riflessivo sulla pandemia di COVID-19, un periodo che ha scosso il mondo, lasciando dietro di sé storie di dolore, perdita e resilienza. Tuttavia, c'è un aspetto di questa crisi che spesso è rimasto nell'ombra, nascosto dietro il silenzio rispettoso di coloro che vivono il dolore della morte ogni giorno: i custodi dell'ultimo addio.

In un mondo in cui medici, infermieri, politici e virologi sono stati al centro della scena mediatica, gli operatori delle pompe funebri hanno agito nell'ombra, offrendo il loro servizio con dedizione e umanità. Il 2024 è iniziato, ma è tempo di dare voce a chi ha affrontato la pandemia da una prospettiva unica.

Un primo pensiero va ai colleghi che hanno perso la vita durante questa crisi, inclusi nella lunga lista delle vittime. Nonostante la loro importanza, il lavoro di questi custodi dell'ultimo addio è stato spesso ignorato dai mezzi di informazione, che si sono concentrati su altre figure cruciali nella gestione della pandemia.

Il Santo Padre ha offerto un unico ringraziamento durante un Angelus domenicale, riconoscendo il loro prezioso lavoro. Tuttavia, il silenzio mediatico ha persistito, relegando l'importanza del loro ruolo a un secondo piano. Vivendo una realtà in cui il lutto si mescola con la routine quotidiana, questi professionisti sono abituati a gesti scaramantici, osservati mentre sono fermi al semaforo con i loro mezzi di lavoro.

Nonostante la percezione comune che il loro lavoro sia dettato dal guadagno, questi custodi dell'ultimo addio si distinguono per il rispetto e l'umanità con cui trattano ogni defunto. Ognuno di loro adotta piccole attenzioni, come mettere un fiore tra le mani del defunto, nascondere un santino nella cassa o posare una monetina o una medaglietta. Questi gesti non sono per i propri cari, ma per le persone di cui si stanno occupando, dimostrando un amore che va oltre le convenzioni.

La pandemia ha rappresentato una sfida emotiva per questi professionisti, impedendo loro di trattare i defunti con la cura abituale e l'amore che li contraddistingue. La mancanza di interazione con le famiglie ha impedito loro di esprimere la solidarietà umana che è parte integrante del loro lavoro.

Ora, finalmente, il periodo difficile sembra essere alle spalle, e la normalità è tornata. Tuttavia, l'amaro in bocca e il disgusto per la mancanza di riconoscimento persistono. Il periodo della pandemia rimarrà impresso come un periodo in cui la loro umanità non è stata riconosciuta.

In questo contesto, il gesto di Tassera Guido, un appello a un brindisi di ringraziamento tra di loro, è un atto meritato di celebrazione per il loro impegno e la loro dedizione. In fondo, sono stati gli eroi silenziosi che hanno mantenuto la dignità nel momento più difficile.

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