La morte si fa social

Andrea Fantozzi 17/09/2020 0

«Facebook, Instagram, WhatsApp sono il più grande cimitero del mondo. È tempo di ripensare filosoficamente la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, di Black Mirror e della realtà virtuale.»

La morte non esiste più. Allo stesso tempo, però, viviamo costantemente circondati dai morti. Relegata lontano dalla nostra quotidianità, medicalizzata, espunta dalle nostre vite, l’esperienza del morire vive oggi una situazione paradossale, quando le immagini e le parole dei cari estinti tornano e irrompono all’improvviso dagli schermi dei nostri telefoni. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.
Social network, chat, siti web costituiscono insieme, ad oggi, il più grande cimitero del mondo. Il territorio esplorato dalla fantascienza, dalla fiction e, recentemente, da una delle serie più perturbanti che mette al centro della sua riflessione il rapporto tra uomo e tecnologia, Black Mirror, sembra superato dalle nuove intelligenze artificiali. Sono già disponibili bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari; il profilo Facebook che consultiamo compulsivamente più volte al giorno, quando mancheremo, diventerà una vera e propria lapide virtuale, e i nostri amici potranno continuare a farci gli auguri ogni anno nell’aldilà.
E ancora, il web è diventata la più grande piazza pubblica per celebrare il ricordo o condividere anche l’esperienza privata del lutto. Insieme piangiamo i nostri cari, insieme ricordiamo i nostri beniamini. Insieme, in un futuro prossimo, vivremo una seconda vita nella realtà virtuale.
Davide Sisto, giovane filosofo che da lungo tempo ha consacrato i suoi studi alla relazione tra morte e cultura digitale, per la prima volta mette insieme un discorso interpretativo che ha al centro il rapporto nuovo della nostra società con la morte indotto dall’avanzamento tecnologico.
La morte si fa social è il migliore esempio di umanesimo capace di confrontarsi con l’era digitale. L’uomo ha sempre pensato la morte. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionata.

 

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Così Davide Sisto, filosofo e tanatologo, riassume in un’intervista la materia del suo (importante) libro La morte si fa social – Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale: «L’aldilà si sta sempre più spostando all’interno dei nostri computer.

Le persone, senza che neppure lo immaginassero, si sono ritrovate circondate dai morti e da ciò che resta dei morti in qualsiasi luogo del web, sui social media (su Facebook si contano 50 milioni di utenti deceduti), nei blog e ovunque in rete.

Questo fa sì che esistano oggi nuove opportunità di rielaborare tutto quello che abbiamo prodotto in vita, in modo tale da sopravvivere sotto forma di “spettro digitale”.

Questo aspetto problematizza l’elaborazione del lutto, poiché siamo circondati da immagini, post, video delle persone decedute in ogni istante della giornata: basta avere una connessione al web. È traumatico, perché impedisce un vero distacco. Siamo in presenza di rielaborazioni di alter ego virtuali che in qualche modo hanno reso possibile ciò che abbiamo sempre desiderato con le sedute spiritiche: che i morti continuino a comunicare con noi, seppure in maniera artificiale e automatica.»

Grazie alla capacità della tecnologia di rielaborare ciò che siamo stati in vita, anche la memoria e i ricordi si trasformano: questo aspetto, dice Sisto, si svilupperà nel corso degli anni con effetti probabilmente imprevedibili.

Uno dei tratti più importanti dell’esistenza umana che va riesaminato e ricalibrato tenendo conto della tecnologia di cui disponiamo oggi è proprio la morte: qualcosa che si tendeva a rimuovere e invece è tornata di prepotenza nello spazio pubblico.

«Pulizia della morte», eredità digitale, dati che rischiano di scomparire per sempre se non si danno disposizioni chiare sul loro utilizzo; fotografie di morti illustri che rimbalzano moltiplicandosi all’infinito da una pagina web all’altra, piattaforme interattive in cui familiari, amici e fans ricordano il defunto con aneddoti, poesie, immagini, lettere; archivi di memorie pubbliche e private in cui passato e presente si confondono.

Questa continuazione digitale della vita, spiega Sisto, non è tutta positiva ma neppure tutta negativa. L’«interazione postuma» può anche costituire un aiuto nell’elaborazione del lutto: «esporre su Facebook il proprio dolore ottenendo una sostanziosa risposta può essere una delle molteplici strade da seguire» per ritrovare una condizione di vita salubre dopo un lutto.

Un capitolo a sé è costituito dai suicidi online, sempre più diffusi da quando esiste la possibilità di condividere immagini in diretta. Lo hanno fatto in molti, soprattutto adolescenti, i cui filmati si sono diffusi a macchia d’olio prima di essere rimossi (lasciando comunque tracce reperibili).

«Quando una persona muore, i suoi amici e contatti aumentano del 30% il numero di interazioni tra loro all’interno di Facebook. Solo dopo diversi mesi, a volte addirittura anni, le interazioni tornano a stabilizzarsi a un valore pari a quello precedente il lutto. Pare che i livelli di interazione si mantengano assai elevati nelle reti che includono soprattutto persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni, e che le reti in cui ha avuto luogo un suicidio mostrino un livello minore di capacità di recupero del lutto.»

D’altra parte, «la morte di una persona celebre può diventare l’occasione, sui social, per aprire discussioni dotate di un’oggettiva utilità. Il suicidio di Chris Cornell, per esempio, ha generato numerose riflessioni sul tema della depressione, di cui il cantante soffriva, e sulle strategie da seguire per fare rete – offline – in vista della prevenzione dei suicidi.»

Sisto analizza con profondità e lucidità tutte le facce, positive, negative e/o imprevedibili, della commistione tra realtà concreta e virtuale alla fine dell’umana esistenza terrena.

«L’autorità che la morte esercita nei confronti della vita, rendendola tale, è racchiusa nel potere della memoria, dalla quale prendiamo la forza per arricchire il nostro sentire, per crescere, per potenziare il nostro modo di pensare. Per amplificare, soprattutto, dentro di noi l’eco della vita di chi non c’è più e per preparare la nostra eco nella vita delle altre persone, quando saremo noi a non esserci più. Oggi, la cultura digitale offre alla memoria, quindi al rivolo spirituale tra l’aldiquà e l’aldilà, la possibilità di dare una voce tangibile e personale a quell’eco. Il corpo digitale può diventare il deposito di legami intimi, la voce consolante in grado di rivestire il ricordo di quegli abiti che hanno reso unico, nel bene e nel male, il rapporto con ciascuna delle persone amate.»

Immortalità digitale, suggestioni fantascientifiche che rappresentano, più che prefigurare, una realtà già ampiamente in atto, rapporto tra morte e social network, eredità digitale, funerali tecnologici in streaming, nascita di nuove figure professionali come il digital death manager: è tutto in questo libro stranamente (visto il tema) appassionante. Ma in fin dei conti non è strano che lo sia: è un argomento che riguarda tutti, senza eccezioni, ed è troppo importante per occuparsene domani.

 

Davide Sisto, La morte si fa social – immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri 2018

 

 
 
 
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Laura Liberale 29/10/2020

Intervista ad Alessia Zielo, archeo-tanatologa e divulgatrice scientifica

 Docente al Master in “Death Studies & The End of Life” (Università degli Studi di Padova). Si è occupata in particolare dei riti funebri e delle modalità di deposizione delle sepolture del passato e della società contemporanea. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical humanities.

Curatrice della sezione Il morire: Antropologia e tanatologia del Portale:

vivereilmorire.eu. Tra le pubblicazioni: Testoni, I., Zielo, A., Schiavo, C., Iacona, E. (2020). The Last Glance: How

Aesthetic Observation of Corpses Facilitates Detachment in Grief Work. Illness, Crisis & Loss 0(0) 1–17. Zielo, A.,

Liberale, L. (2019). Trasformazioni identitarie post mortem nel mondo antico occidentale e orientale, in Zorzi

Meneguzzo, L., Testoni, I. (a cura di) (2019). “Identità: costruzioni plasmate dai lutti”, Arcane Editrice. Zielo,

A..(2018). Officiare il rito funebre nel mondo antico. In Gelati, MA. (a cura di). “Ritualità del silenzio. Guida per il

cerimoniere funebre”. Nuova Dimensione. Zielo, A. After-Death Manipulation: The Treatment of the Skull in

Prehistoric Funeral. August 22 2018, Global Journal of Archaeology & Anthropology (GJAA), 427 W Duarte Rd,

Suite E, Arcadia, California, CA 91007 United States. A cura di Coron, D., Zielo A. (2015). Vedere oltre.

 

La spiritualità dinanzi al morire: dal corpo malato alla salvezza, Raccolta antologica di poesie e racconti. Rupe Mutevole.

L’archeologia, e in particolare lo studio e la decodificazione delle sepolture antiche, può

contribuire a comprendere maggiormente i cambiamenti dei rituali sia contemporanei che futuri?

In passato si era soliti pensare all’archeologia come a una disciplina prevalentemente umanistica,

interessata a recuperare i reperti “più esteticamente rappresentativi”. In seguito, si è compreso che

era necessario cercare il dialogo con altri ambiti di studio, per trovare nuovi orizzonti nella

comprensione dell’avventura dell’uomo attraverso il tempo e far collaborare archeologi con

architetti, informatici, geologi, fisici e chimici. Per esempio, nell’ambito dell’archeologia

tafonomica (lo studio delle alterazioni subite da un corpo dopo il suo seppellimento), risulta

importante avvalersi della medicina legale, dell’antropologia, della paleopatologia. Inoltre per

comprendere meglio una sepoltura è determinante l’analisi dei resti umani, il restauro e la

conservazione dei materiali osteologici. L’approccio archeologico permette di conoscere le

modalità di deposizione; i diversi tipi di giacimenti funerari; le sepolture primarie e secondarie; la

disposizione delle offerte, degli elementi della parure e dell’abbigliamento. L’antracologia, in

particolare, si occupa di analizzare i resti di carbone provenienti dalla combustione del legno usato

nei rituali funebri (le pire). E’ di fondamentale importanza inoltre analizzare con un approccio

scientifico i reperti che rappresentano, anche simbolicamente, l’individuo ivi sepolto.

Un anno fa hai compiuto uno studio su un caso di morte recente evidenziando l’importanza

della metodologia archeologica ed antropologica. Di che cosa si trattava?

Ci sono affinità evidenti tra la figura dell’archeologo, che procede a ritroso indagando sul passato

fino alla spiegazione possibile di un contesto, quella del detective che opera sulla scena del crimine

per ricostruire un omicidio, e quella dello psichiatra che, “scavando” a ritroso nella “storia” di un

paziente, ricerca la possibile origine psichica delle patologie mentali. Un archeologo “indaga” per

contestualizzare i reperti, per decodificarli, per datarli. Si chiede “come, quando e perché”. Al fine

di accertare elementi o fatti rilevanti per le indagini, gli archeologi forensi applicano le metodologie

proprie dell’archeologia (ricognizione, tecniche di rilevamento, scavo stratigrafico, archiviazione e

classificazione dei reperti) per la localizzazione e il recupero dei resti e per lo studio delle modalità

e dei processi di deposizione, anche in considerazione del contesto di ritrovamento. L’analisi e

l’identificazione dei resti ossei umani per procedere alla redazione di un profilo biologico è

demandata invece agli antropologi e agli odontologi forensi.

A volte la scena del crimine non è una stanza, uno scantinato, un sottopassaggio o una strada, ma è

sepolta: frammenti di ossa umane affiorano dopo una pioggia torrenziale; un cadavere in avanzato

stato di decomposizione viene rinvenuto durante uno scavo in un cantiere edile; un collaboratore di

giustizia suggerisce il luogo dove sarebbe stato occultato il corpo di una vittima d’omicidio.

Il corpo deve quindi essere individuato e recuperato; deve essere stimato il tempo trascorso dal

decesso, le cause di morte, le modalità di occultamento. Grazie all’analisi del contesto, allo scavo

stratigrafico in situ, l’archeologo forense è in grado di fornire elementi utili alle Forze Investigative

inserendosi come tecnico tra le discipline specialistiche che allargano il mondo della Medicina Legale edivenendo un ulteriore interlocutore della Magistratura.

Mi interessai, in particolare, del caso della morte di un ragazzo, Nicola Tincani, scomparso la sera

del 22 febbraio 2014 dopo una serata trascorsa in un locale della provincia di Padova in compagnia

di alcuni amici. Dopo due giorni il suo corpo viene trovato poco distante dalla sua bicicletta. Che

cosa era accaduto? Come e perché era finito in acqua? Ad oggi il caso è ancora archiviato. Rimane

un orizzonte di risoluzione la caparbietà con cui i genitori a tutt’oggi, tramite il legale di fiducia,

ancora richiedono la riapertura del caso con un notevole dispendio emotivo ed economico.

A distanza di alcuni anni rimangono tanti, troppi dubbi sulle reali cause che hanno condotto alla morte

di Nicola. L’impressione da osservatore partecipante esterno mi ha indotto a far emergere

l’incompletezza, la mancanza di spiegazioni adeguate e complete che supportassero la teoria

dell’incidente. Sarebbe poi emersa la mancanza di tempestività nella fase di analisi di tracce che

erano fondamentali, la loro mancata repertazione sul luogo e l’analisi sui vestiti e sul corpo stesso di

Nicola come si evince dai risultati dell’autopsia. Descrivere le reali condizioni del corpo indicando

il prelievo delle tracce dai capelli e sotto le unghie poteva fornire agli investigatori informazioni

molto utili.

La paura del morto è ancestrale, ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano.

Secondo te vi è una spiegazione a questo comportamento così universale?

La morte rappresenta da sempre, e in quasi tutte le culture, il momento più traumatico e di crisi con

cui l’uomo deve confrontarsi: l’angoscia del distacco definitivo, l’assenza di certezze riguardo

l’oltretomba, la paura, l’immediata estraneità del corpo umano privo di vita, l’eventuale dolore e il

senso del vuoto incolmabile che lascia una persona amata.

Ritrovamenti archeologici e fonti letterarie testimoniano alcuni casi di riapertura di tombe e la

mutilazione del cadavere, atti dovuti probabilmente alla volontà di rendere definitivamente innocue

persone considerate malvagie, nefaste e pericolose, delle quali si temeva il ritorno in vita e alle quali

doveva essere imputato un evento inspiegabile, come morti dovute a epidemie. Le strategie per

fermare il morto e impedirne il ritorno si possono così catalogare in base ai ritrovamenti

archeologici: impedire l’uscita dalla tomba apponendo pietre sulle gambe e sul corpo; sepoltura

bocconi (ma forse questo rituale può riconnettersi anche a una modalità di esecuzione capitale);

legare gli arti con legacci di varia natura; usare oggetti apotropaici e funzionali, come chiodi che

fissano materialmente il corpo alla sepoltura, oppure un sasso in bocca; tagliare la testa e metterla

tra le gambe.

Il corpo dopo la morte può suscitare paura e ansia che possono ricondursi alle alterazioni cui il

cadavere va incontro in fase di decomposizione in un processo che può essere “alterato”

casualmente o intenzionalmente dalla natura e dalla cultura: si manifestano processi esclusivamente

naturali (fisici, chimici, biologici) che prendono il nome di «tanato-morfosi» (dal greco thánatos,

‘morte’, e morphé, ‘forma’) e trasformano il corpo in maniera irreversibile e radicale allontanandolo

sempre più dalla sua condizione biologica di organismo individuale e autonomo, oltre che dalla sua

condizione sociale di persona. Al momento del decesso di un individuo la società si trova ad

affrontare un enorme trauma che deve essere obbligatoriamente gestito ritualmente. La vita sociale

dei resti, in quanto forma di riappropriazione culturale, si presenta allora come la risposta positiva

delle comunità umane alla fine biologica.

 

L'adozione di pratiche tendenti ad assicurare la conservazione del cadavere è diffusa presso

numerose popolazioni. Quali erano le tecniche di conservazione del corpo nel mondo antico?

 

Fin dagli albori della civiltà, gli uomini hanno sempre cercato di preservare i loro morti dalla

putrefazione.  Oltre alle imbalsamazioni degli Egizi e dei Guanches, sono stati utilizzati molti altri

metodi, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal clima. Sono stati ritrovati, in Africa ed

in Asia, dei corpi collocati dentro a cavità riempite di catrame, bitume, carbone di legna o con altri

prodotti ritenuti dei conservanti. In America Centrale ed in Perù, sono stati scoperti alcuni cadaveri

mummificati, sepolti in immense giare, riempite senza alcun dubbio di erbe, o di sale vegetale; tali

giare erano state poste dentro a grotte in cui l'aria era particolarmente secca e salubre, a temperatura

costante. Gli Egizi raggiunsero nell'arte d'imbalsamare i cadaveri una singolare perfezione,

testimoniata dalla conservazione delle loro mummie. Erodoto e Diodoro Siculo hanno lasciato

un'accurata descrizione dei loro sistemi: l'imbalsamazione era eseguita in un laboratorio chiamato

“la buona casa", da artigiani specializzati. Tecniche di conservazione del cadavere furono praticate

anche nel mondo greco-romano. Stazio ci riporta la testimonianza dell’uso di cera e altre sostanze

aromatiche e resinose della moglie di un liberto di Domiziano, scomparsa nel 95 d.C.: «gli anni non

potranno arrecare nessun danno al corpo di Priscilla, che rimarrà preservato nel tempo all'interno

della sua tomba di marmo».

È importante sottolineare che il risultato voluto era quello della mummificazione del cadavere, cioè

della sua conservazione eterna, e questo per uno scopo essenzialmente metafisico legato, nella

maggior parte dei casi, alle credenze nella metempsicosi. Bisogna aggiungere, comunque, che anche

l'igiene era, pur se in misura minore, una delle ragioni dell'imbalsamazione praticata su tutti i

defunti. L'Egitto sembra quindi avere inventato la conservazione in asepsi e l'eccellenza dei suoi

metodi ha fatto sì che i principi da esso utilizzati venissero ripresi anche nelle tanatoprassi moderne.

 

Lo scavo archeologico come metafora della nostra esistenza: è il titolo di un laboratorio che

proponi in ambito formativo a operatori sanitari e anche nelle scuole. Di cosa si tratta

esattamente?

Lo scavo, riferito metaforicamente alla nostra esistenza e ai passaggi frequenti che dobbiamo

attraversare (come accade spesso agli adolescenti), può anche rappresentare l’occasione in cui far

emergere, strato dopo strato, i ricordi che costituiscono l’identità di una persona e dei suoi rapporti

con l’ambiente familiare, sociale e culturale. Viene introdotto il metodo dello scavo archeologico

per far emergere “la propria storia”, così come accade nell’ambito della ricognizione di una

sepoltura antica laddove ogni oggetto assurge a simbolo della social persona che è stata sepolta.

I linguaggi della cura per chi cura, in particolare, è il titolo di un importante progetto che io,

insieme a Laura Liberale, Maria Giardini e Federica Lo Dato, stiamo proponendo a tutti quei

medici, infermieri e operatori sanitari che hanno dovuto fronteggiare un’emergenza sanitaria quale

l’epidemia del Covid 19. Da fine febbraio 2020 tutto il personale sanitario è sottoposto

costantemente a uno stress emotivo altissimo: una pressione difficile da sostenere e che, se non

gestita adeguatamente, potrà portare ad un crollo emotivo nel prossimo futuro. Il nostro gruppo di

lavoro multidisciplinare nasce dall'esperienza condivisa nell’ambito degli death studies (ricerche

sull’accompagnamento alla morte e sulla elaborazione del lutto) e, in particolare, nei progetti e

seminari sulla resilienza con l'utilizzo di metodologie attive innovative. Nell’ambito di questa

proposta vi sono, accanto agli interventi di tipo psicoterapico, i seminari relativi alla scrittura e alla

archeologia riabilitativa, utilissime strategie per valorizzare il lavoro dei numerosi caregivers a

contatto ogni giorno con la malattia e la morte.

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Laura Liberale 17/09/2020

Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

Parte, da questo mese, una nuova rubrica: “Tanatodialoghi”, a cura della tanatologa

Laura Liberale. Si comincia con Maria Angela Gelati.

 

Benvenuta, Maria Angela, e grazie.

Comincerei proprio dal tuo impegno didattico, in prima linea anche in questo

momento di emergenza. La formazione specialistica di cui ti stai occupando nasce

dalla presa d’atto di come questa pandemia abbia universalmente stravolto la sfera

rituale del commiato, generando quello che tu hai giustamente definito “un lutto nel

lutto”. Parliamone.

Le diverse esigenze degli operatori e dei cerimonieri funerari, legate alla necessità di

dare riscontri alle richieste determinate dall’attuale emergenza sanitaria, hanno

interessato sia la sottoscritta che l'intero sistema funerario. E la risposta concordata ed unanime delle Federazioni del settore si è concretizzata con l’ideazione di un corso sui riti e le ritualità per onorare i defunti, in questo periodo di diffusione

dell’epidemia. Proprio le limitazioni imposteci, hanno condizionato il percorso

rituale che al momento non potrà avere le stesse caratteristiche delle cerimonie

tradizionali.

I divieti e le limitazioni, che non riguardano solo la preparazione e la cura del

defunto, con l’igiene e la vestizione del corpo, ma l’impossibilità di vedere e toccare

il proprio caro, frustrano ed inibiscono i sentimenti, impedendo di vegliare chi

amiamo. Il feretro viene chiuso frettolosamente, a volte anche senza una preghiera o

una benedizione o qualche parola di conforto del cerimoniere.

La fretta e la paura del contagio si sono sostituite alla elaborazione del lutto, la

cremazione alla tradizionale sepoltura.

Il lutto nel lutto perché l’ultimo saluto, concepito come prima, non esiste più. Come

non ci è permesso abbracciarci, scambiarci parole di sollievo che prima il rito

consentiva, così ora manca quel sentirsi parte della famiglia e della comunità.

Funerali online, dirette streaming: l’obbligo del distanziamento ci vede ricorrere a

una modalità di funerale che, pur non essendo nuova in termini temporali (penso

soprattutto a Stati Uniti e Gran Bretagna), è però del tutto nuova nel suo imporsi, in

questo momento, come unica modalità di condivisione allargata.

La tua visione in merito?

La mancanza del supporto della comunità, religiosa o laica che sia, destinato a far

superare il senso di afflizione e di angoscia, ora viene sostituito da una diversa

modalità di ciò che il rito sottende, nelle parole e nei gesti, nel tempo e negli spazi a

disposizione: con il coinvolgimento dei bambini, ad esempio, che hanno perduto i

nonni, la cui fragilità è stata sovrastata dalla pandemia.

Il rito che, riconsiderato e riletto, viene “tradotto” dagli strumenti digitali ed

informatici a disposizione, il cui utilizzo nonostante i pregiudizi, sta permettendo di

scoprire impensabili capacità (anche la Chiesa sta dimostrando di utilizzarli):

 

computer, smartphone, tablet e qualsiasi strumento che permetta la creazione di

contatti, anche attraverso la mediazione dello schermo, permettono di diluire nel

tempo l’atipicità del percorso rituale, le cui sfaccettature ne precludono alcune fasi

ma ne permettono altre, anche se diverse.

Ti chiedo anche se pensi che questa forma di funerale possa sostituirsi del tutto,

almeno finché così sarà ritenuto necessario, alle precedenti, oppure se, a beneficio dei

dolenti, sarà utile, quando possibile, “integrarla” con le tradizionali forme di

commiato, implicanti presenza fisica, vicinanza e contatto?

Come ogni evento che comporta trasformazioni epocali, ci sarà un prima e un dopo.

La fase del post emergenza sarà probabilmente caratterizzata da una sorta di

integrazione tra invenzione e tradizione, peraltro già avvertita e messa in atto a

livello rituale, in particolare con la nascita delle aule del commiato e di nuove figure

professionali come quella del cerimoniere funebre.

In questa fase di transito, occorre dare voce e consapevolezza a nuove forme

personali di saluto, per trasformare il dolore e le lacrime in parole e azioni

condivise.

In quali modi, secondo te, la figura del cerimoniere funebre può “ricollocarsi” nel

contesto emergenziale che stiamo vivendo?

L’innegabile inizio di una nuova era, tesa ad affrontare e superare l’emergenza

sanitaria, ha contribuito anche a far nascere forme rituali alternative di commiato

che intendono, nella loro essenzialità, rendere il dolore più sopportabile. Tra queste,

la figura del cerimoniere che, per la Casa funeraria o per l’impresa funebre, diviene

figura di fiducia per i dolenti sia nell’organizzare un momento commemorativo

online sia nel raccogliere le informazioni necessarie per riuscire a dare un attimo di

sollievo, personalizzando l’ultimo saluto, con il racconto ed il ricordo di momenti di

vita del defunto.

La sua presenza diviene ancora più significativa in alcune fasi cruciali del percorso

rituale, come nel rito di consegna delle ceneri, la cui gestione, a causa della

situazione dei crematori, congestionati fino a pochi giorni fa, rendeva impossibile

garantirne con certezza i tempi di affidamento.

Penso alle fosse comuni di Hart Island, negli USA. Ti chiedo di immaginare, come

studiosa, cerimoniere e scrittrice, un rito pubblico che possa onorare la loro memoria.

Ho predisposto, al riguardo, alcuni schemi rituali per cercare di sostenersi nella

dimensione commemorativa, vivendo un momento collettivo, che possono ben

adattarsi anche ad Hart Island.

A pochi giorni dalla parziale riapertura alle frequentazioni ed ai contatti, sono state

attivate diverse tipologie di servizi di supporto al lutto per integrare le carenze della

vicinanza e della presenza fisica.

 

Le persone che sono morte in questo terribile periodo fanno parte di un dramma che

accomuna tutti e che, d’altro canto, fa sentire la forza del vivere, proprio quando la

vita termina e conferisce nuovo valore al senso della comunità e dell’appartenenza

sociale, creando nuovi modi per stare insieme e condividere i sentimenti.

La poesia, la musica, gli oggetti-simbolo sono sicuramente elementi significativi che

possono integrarsi all’energia ed alla vitalità della straordinarietà della

commemorazione pubblica.

Maria Angela Gelati, tanatologa e formatrice nelle materie collegate alla morte, al

lutto ed alla Death education. Ideatrice e curatrice, insieme a Marco Pipitone, della

prima Rassegna di Cultura in Death Education Il Rumore del

Lutto (www.ilrumoredellutto.com), è giornalista e blogger. Nel 2016 ha co-fondato

l’Associazione Segnali di Vita e il Gruppo Nazionale di Lavoro “Stanza del Silenzio

e dei Culti”. 

Come docente collabora con molte realtà tra le quali il Master Death Studies & the

End of Life (Dipartimento FISPPA) dell’Università degli Studi di Padova (diretto

dalla Prof.ssa Ines Testoni).

Autrice di numerosi articoli e saggi inseriti in miscellanee, ha pubblicato le favole di

Death Education Il lecca-lecca di cristallo (Terra marique, 2018) e L’albero della

vita (Mursia, 2015). Ha curato i libri Ritualità del silenzio. Guida per il cerimoniere

funebre (Nuovadimensione, 2018) e Ci sono cose che (Diritto d’autore, 2012).

Il suo impegno umano e scientifico contribuisce al miglioramento di una corretta

cultura della vita che ha in sé la morte.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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Laura Liberale 11/04/2021

Un Percorso di Death Education

Laura Liberale intervista Elena Alfonsi

Perché ti occupi di raccontare la morte attraverso l’analisi delle opere d’arte?

Le opere d’Arte sono una straordinaria opportunità per fornire concretamente all’individuo la

dimostrazione di come le dimensioni individuali, relazionali, sociali entrino inevitabilmente in

gioco nei rapporti tra morte, cultura e storia; situazioni sociali e biografie individuali; condizioni di

malattia e vita quotidiana; perdite ed elaborazioni nelle diverse età della vita; interiorità e codici

comportamentali condivisi.

Se riteniamo che la cultura del mondo debba essere tutelata, ossia difesa e salvaguardata, poiché

fondante per la vita degli uomini, dovremmo ritenere, a maggior ragione, che anche la vita degli

uomini debba poter essere tutelata quindi difesa e salvaguardata ma anche: assistita, curata, protetta.

A questo proposito il percorso di DeAd che propongo, e che si intitola La Morte nell’Arte pone

attenzione, con l’ausilio delle immagini di opere d’Arte, alla sofferenza, al dolore e alla perdita

cercando di riconoscere nelle creazioni artistiche dell’uomo i profili dell’angoscia causata

dall’incontro con la morte e osservare come gli artisti abbiano gestito il suo racconto. L’insieme

delle opere d’Arte prese in considerazione daranno la possibilità di instaurare un confronto culturale

ampio in grado di promuovere l’integrazione della morte nella vita.

L’Arte permette di continuare a sensibilizzare la società sulla fondamentale importanza di divulgare

il lavoro dei professionisti che si occupano della cura dell’angoscia per la morte. Questo con

l’educazione, che è formazione, per portare a considerare le esperienze di perdita (intesa nelle sue

varie accezioni) e di lutto, come parti essenziali del senso della vita.

La paura di morire, di un corpo che si trasforma e della sua successiva decomposizione sono

ossessioni da emarginare. Per questo è indispensabile colmare la distanza che separa il pensiero dei

vivi dal loro giungere comunque inesorabilmente a un termine conducendo la società a raggiungere

un conveniente livello intellettuale e morale per divenire: “amica della morte” - “alfabetizzata dalla

morte”.

Guidare alla presa di coscienza dell’ultimo avvenimento della vita umana, reintegrando il pensiero

della morte nella vita collettiva, è un terreno educativo da presidiare in una prospettiva didattica

costante, non emergenziale né riparatoria ossia che tenda ad allontanarne o peggio sradicarne il

ricordo. Dobbiamo invece favorire il riavvicinamento dell’uomo al pensiero della morte. L’obiettivo

è rendere cosciente la comunità della fondamentale importanza di un percorso di consapevolezza

dell’esistenza di un fine vita nell’inscindibile rapporto con la vita. Attraverso la cultura potremo

sempre riflettere sulla cessazione delle funzioni vitali nell’uomo per rendere gli individui più maturi

e di supporto nei riti di passaggio per la pace dei vivi.

Le immagini di opere d’arte create da artisti del passato o contemporanei, stimolano a una

osservazione in grado di scomporre segno e colore, offrendo l'opportunità di un nuovo sguardo

dell’opera che ha in sé la morte quale fondamentale potenza creativa tutt'altro che scevra da un

assillante pensiero.

Quali sono le opere d’arte che prendi in considerazione?

Sin dall’antichità il compianto, il rito funebre e la sepoltura sono stati rappresentati da una

complessa gestualità e da una serie di credenze e superstizioni. Si trattava di riti di passaggio che

accompagnavano il corpo del defunto assicurando il distacco della sua anima e l’impossibilità di

ritornare nelle spoglie di un fantasma. La Chiesa tentò di attribuire a queste ritualità un fondamento

di fede, ma risultò molto difficile anche soltanto accostare il rito antico a valori cristiani. Benché

l’impresa fu irta di ostacoli il cordoglio collettivo, il funerale e la sepoltura, nel corso dei secoli

acquisirono un valore distinto di cerimonie di un “esodo” dell’anima dal corpo senza più vita alla

vita eterna, dannata o beata che fosse, e attribuirono ai vivi il ruolo di intermediario affinché i morti

giungessero più agevolmente in Paradiso. Era quello il momento del commiato in cui la ritualità

formulava la richiesta di riposo e luce eterna che contraddistinguono la pace della vita oltre la morte

terrena.

 La persistenza delle tradizioni antiche, l’avvicinamento di motivi cristiani e il dolore umano

espresso di fronte al corpo morto hanno caratterizzato il rito funebre, già codificato da liturgia e

legislazione, estremamente complesso anche da raffigurare. Nell’ambito della rappresentazione

passionale figurativa molti studiosi, con non poche difficoltà, si sono impegnati a ricostruire la

ritualità che ha permesso di osservare il modo etimologicamente originario di intendere la passione.

Partendo da questo specifico significato l’analisi delle opere d’arte, del passato o contemporanee

che contengano elementi di relazione con la morte del corpo o rappresentino la morte di un corpo

come tipi diversi di configurazione, ritengo possa essere fondamentale per la narrazione della morte

in contrapposizione alla paura di morire.

Quali casi ritieni possano essere il fondamento dello studio sulla rappresentazione della morte?

La morte di Cristo o il martirio di San Sebastiano sono i due casi che ne danno una versione

particolare, ossia la morte come atto del morire poiché è coinvolta una tematica passionale che è

l’atto puntuale del morire. È questo il motivo per cui è inevitabile il coinvolgimento di

un’aspettualità della sofferenza: incoatività dell’agonia, puntualità dell’atto di morte, duratività

dell’essere morti. Da qui e dalla struttura che ne deriva è possibile vedere come la natura aspettuale

del morire in alcuni periodi storici venga caricata di contenuti ideologici che per essere espressi

nell’arte dovranno presentare figure particolari che siano in grado di rappresentare tale aspettualità.

Tuttavia parlare della morte come figura rappresentata è parlare della fisionomia della morte come

accadimento fisico che coinvolge l’essere umano, ma anche dei suoi simboli e dei suoi emblemi.

Tra gli artisti contemporanei che hai inserito nella tua ricerca quale potresti segnalarci in questa

occasione di dialogo?

Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda Laura perché mi permette di citare un artista

italiano di fama internazionale che ammiro: Agostino Arrivabene. Ritengo che tra le opere ancora

nel suo studio, una sia l’emblema di questa estenuante pandemia. È un lavoro del 2016 intitolato

Martyrii Corona che fu esposto in una ricca personale alla Casa del Mantegna a Mantova proprio in

quell’anno. Ricordo con chiarezza che quando la vidi mi si palesò immediatamente non solo una

precisa immagine di morte, ma anche la sensazione di percepirne la temperatura e l’odore. Non il

corpo ma l’interpretazione perfettamente rifinita, nello stile di un’artista di pittura meditativa colta,

di uno dei simboli della passione di Cristo: la corona del martirio. In uno spazio in cui la luce

sembra persino riluttante ad assumere il ruolo che le compete, una corona di capillari sanguiferi

posa in bilico di fronte a chi osserva su una spessa lastra marmorea dipinta a tutta lunghezza.

Un’architettura dal personale grafismo a punta di pennello, una fitta rete di sottilissimi vasi che

sembrano agitarsi come le ciocche sconvolte della “capellatura” medusea. Adagiata con sublime

delicatezza Martyrii Corona travalica lo stato di incertezza e precarietà dell’uomo, citando una

canestra del passato che riferiva della transitorietà tra la vita e la morte. L’ariosa consistenza

plastica posta al centro della pietra dirama come da una spina, verso l’alto e verso il basso, mentre il

calore che l’abbandona esala e si eleva con sottili stalagmiti cuneiformi. Essa tenta la fusione tra i

due mondi in uno schema derivato in pittura dai fiamminghi, visto in Bellini, in Mantegna, che

contrappone al gelido piano la danza di sangue arborescente, non ancora coagulato, percorso dalla

luce. Vibranti di quel colore, che forse più di tutti riporta alla realtà della morte, gli elementi

organici appaiono fisicamente tangibili inondati dalla delicata luminosità che non assorbe il dramma

ma al contrario lo amplifica e lo mette a nudo fondendolo al freddo e all’angoscia stimolata dalla

rigida pietra. Inevitabile legare il sentimento umano di chi osserva all’evidenza del sapiente studio

del disegno dall’antico, della sua comprensione, dal fatto di saper vedere il vero ed essere in grado

di trasformarlo in un’opera universale mai così attuale e capace di parlare nel tempo. Un dipinto

geniale e di forte intensità perché Martyrii Corona è il pianto dei dolenti che in questo triste

momento della storia dell’uomo sono stati travolti dal dolore per la morte dell’altro. Anche il rigore

della rappresentazione ci pone di fronte ad un crescendo di linee parallele in una prospettiva

bloccata, tagliata ai lati per attribuirle un valore psicologico: ciò che è dettato dal rigore scientifico

presuppone una lettura attenta. La pietra dipinta a marezza fornisce indicazioni precise sulla sua

 consistenza e permette di comprendere le capacità dell’arte attraverso le qualità pittoriche di resa

che dimostrino come le opere che possiedono la forza di coinvolgere, debbano necessariamente

vedere unite nell’artista pittura e intelletto. Inevitabile che questa immagine non possa che rimanere

impressa in modo indelebile nella memoria per il rigore composto della tecnica, la precisione

prospettica, la capacità di rappresentare la realtà fatta di minuti particolari, l’invenzione

nell’accostare gli elementi. Una serie di passaggi bilanciati e graduali impongono allo sguardo di

procedere lungo la verticale dell’opera e scivolare sulla materia diversa. Il segmento temporale del

racconto, dal martirio alla gloria raggiunta con il sacrificio della vita, è preghiera di dolore. Ed è

così che l’esaltazione della sofferenza, di quel sangue versato, è passione che rivive nella perdita di

vigore materico in un progressivo levarsi al cielo. Una supplica ricreata sul ribaltamento della

consistenza, da solida a vapore che come fiamma trionfante ci esorta a non perdere la speranza.

In questa rappresentazione della morte vi è uno dei modelli di costruzione pittorica. Daniel Arasse

ha ben dimostrato che la prospettiva di Filippo Brunelleschi presenti un’esigenza di esattezza e di

coerenza della scena della pittura indipendentemente da ciò che vi si rappresenta, per cui attenzione

allo spazio. Leon Battista Alberti invece propone una prospettiva dove esattezza e coerenza sono in

funzione della narrazione, quella da lui definita “istoria”. Eppure, benché senza corpo, quest’opera

riveste un ruolo pedagogico-emozionale e stimola a provare passione poiché il meccanismo di

identificazione che si innesca tra il dipinto e colui che osserva, proprio in questo specifico tempo di

grande sofferenza del mondo, si attiva dalla dichiarata equivalenza di passione come movimento

dell’animo e il movimento creato dalla pittura. Mi pare evidente che questo modello possa essere

inserito nelle sfide alla natura della rappresentazione bidimensionale statica, dove lo spazio coerente

ed esatto è un principio ottico e geometrico. D’altro canto non potremo esimerci dal considerare in

questo luogo di dolore la possibilità di includere anche ciò che non è mai omogeneo alla natura del

piano dell’espressione della pittura, ossia la linearità della dimensione temporale del movimento,

cioè dell’azione.

Grava sull’uomo la drammatica esperienza di troppe improvvise sottrazioni e in questa tela il

messaggio è chiaro quand’anche raggiunga lo sguardo più vano. Forte è l’opera che seduce e nutre

il pensiero con immagini che raccontino del tempo che porta il morire di chi amiamo e di noi.

 

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Elena Alfonsi

Laureata in Storia della Critica d'Arte all'Università degli Studi di Padova scrive dal 1992 come Critica d'Arte.

Dal 2018 è Presidente dell'Associazione Culturale Aretè. Dal 1992 al 1997 a Milano è Consulente Scientifica per le acquisizioni della collezione privata appartenuta al Dott. Giorgio Cappricci.

Dal 1992 al 1999 è a Venezia come Consulente Scientifica di una Collezione Privata. Abita a Mantova ed è Critica d'Arte indipendente diplomata in Tanatologia Culturale al Master Death Studies e the End of Life - Dipartimento FISPPA - Università degli Studi di Padova con cui collabora dal 2018. Si occupa di arte, cultura e Death Education attraverso la pittura, la scultura, la fotografia, la letteratura, la poesia. E’ scrittrice, ideatrice di progetti didattico–culturali, di progetti di responsabilità etica a sostegno della cultura, di laboratori didattico formativi per un corretto approccio all’arte. Dal 2017 organizza a Mantova, nella prestigiosa sede della Casa del Mantegna una Rassegna di Cultura intitolata Alla fine dei conti. Riflessioni sulla vita e sulla morte. 

Dal 2018 promuove il Progetto “La morte nell'Arte. La cultura veicolo di sviluppo”. Dall’A.A. 2019/2020 è Docente Esterna di Storia dell'Arte e Storia della Critica d'Arte alla Accademia Internazionale dell'Intaglio a Bulino e Belle Arti di Bruno Cerboni Bajardi a Urbino. Dal 2019 collabora con l'Istituto Mantovano di Storia Contemporanea di Mantova.Dal 2022 come Socia AGC sarà l'organizzatrice di un'esposizione itinerante, la prima in Italia, dedicata al Gioiello Devozionale Contemporaneo in collaborazione con AGC Associazione Gioiello Contemporaneo, che inizierà da Padova nell'Oratorio di San Rocco per poi proseguire in altre sedi.

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