La morte si fa social

Andrea Fantozzi 17/09/2020 0

«Facebook, Instagram, WhatsApp sono il più grande cimitero del mondo. È tempo di ripensare filosoficamente la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, di Black Mirror e della realtà virtuale.»

La morte non esiste più. Allo stesso tempo, però, viviamo costantemente circondati dai morti. Relegata lontano dalla nostra quotidianità, medicalizzata, espunta dalle nostre vite, l’esperienza del morire vive oggi una situazione paradossale, quando le immagini e le parole dei cari estinti tornano e irrompono all’improvviso dagli schermi dei nostri telefoni. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.
Social network, chat, siti web costituiscono insieme, ad oggi, il più grande cimitero del mondo. Il territorio esplorato dalla fantascienza, dalla fiction e, recentemente, da una delle serie più perturbanti che mette al centro della sua riflessione il rapporto tra uomo e tecnologia, Black Mirror, sembra superato dalle nuove intelligenze artificiali. Sono già disponibili bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari; il profilo Facebook che consultiamo compulsivamente più volte al giorno, quando mancheremo, diventerà una vera e propria lapide virtuale, e i nostri amici potranno continuare a farci gli auguri ogni anno nell’aldilà.
E ancora, il web è diventata la più grande piazza pubblica per celebrare il ricordo o condividere anche l’esperienza privata del lutto. Insieme piangiamo i nostri cari, insieme ricordiamo i nostri beniamini. Insieme, in un futuro prossimo, vivremo una seconda vita nella realtà virtuale.
Davide Sisto, giovane filosofo che da lungo tempo ha consacrato i suoi studi alla relazione tra morte e cultura digitale, per la prima volta mette insieme un discorso interpretativo che ha al centro il rapporto nuovo della nostra società con la morte indotto dall’avanzamento tecnologico.
La morte si fa social è il migliore esempio di umanesimo capace di confrontarsi con l’era digitale. L’uomo ha sempre pensato la morte. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionata.

 

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Così Davide Sisto, filosofo e tanatologo, riassume in un’intervista la materia del suo (importante) libro La morte si fa social – Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale: «L’aldilà si sta sempre più spostando all’interno dei nostri computer.

Le persone, senza che neppure lo immaginassero, si sono ritrovate circondate dai morti e da ciò che resta dei morti in qualsiasi luogo del web, sui social media (su Facebook si contano 50 milioni di utenti deceduti), nei blog e ovunque in rete.

Questo fa sì che esistano oggi nuove opportunità di rielaborare tutto quello che abbiamo prodotto in vita, in modo tale da sopravvivere sotto forma di “spettro digitale”.

Questo aspetto problematizza l’elaborazione del lutto, poiché siamo circondati da immagini, post, video delle persone decedute in ogni istante della giornata: basta avere una connessione al web. È traumatico, perché impedisce un vero distacco. Siamo in presenza di rielaborazioni di alter ego virtuali che in qualche modo hanno reso possibile ciò che abbiamo sempre desiderato con le sedute spiritiche: che i morti continuino a comunicare con noi, seppure in maniera artificiale e automatica.»

Grazie alla capacità della tecnologia di rielaborare ciò che siamo stati in vita, anche la memoria e i ricordi si trasformano: questo aspetto, dice Sisto, si svilupperà nel corso degli anni con effetti probabilmente imprevedibili.

Uno dei tratti più importanti dell’esistenza umana che va riesaminato e ricalibrato tenendo conto della tecnologia di cui disponiamo oggi è proprio la morte: qualcosa che si tendeva a rimuovere e invece è tornata di prepotenza nello spazio pubblico.

«Pulizia della morte», eredità digitale, dati che rischiano di scomparire per sempre se non si danno disposizioni chiare sul loro utilizzo; fotografie di morti illustri che rimbalzano moltiplicandosi all’infinito da una pagina web all’altra, piattaforme interattive in cui familiari, amici e fans ricordano il defunto con aneddoti, poesie, immagini, lettere; archivi di memorie pubbliche e private in cui passato e presente si confondono.

Questa continuazione digitale della vita, spiega Sisto, non è tutta positiva ma neppure tutta negativa. L’«interazione postuma» può anche costituire un aiuto nell’elaborazione del lutto: «esporre su Facebook il proprio dolore ottenendo una sostanziosa risposta può essere una delle molteplici strade da seguire» per ritrovare una condizione di vita salubre dopo un lutto.

Un capitolo a sé è costituito dai suicidi online, sempre più diffusi da quando esiste la possibilità di condividere immagini in diretta. Lo hanno fatto in molti, soprattutto adolescenti, i cui filmati si sono diffusi a macchia d’olio prima di essere rimossi (lasciando comunque tracce reperibili).

«Quando una persona muore, i suoi amici e contatti aumentano del 30% il numero di interazioni tra loro all’interno di Facebook. Solo dopo diversi mesi, a volte addirittura anni, le interazioni tornano a stabilizzarsi a un valore pari a quello precedente il lutto. Pare che i livelli di interazione si mantengano assai elevati nelle reti che includono soprattutto persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni, e che le reti in cui ha avuto luogo un suicidio mostrino un livello minore di capacità di recupero del lutto.»

D’altra parte, «la morte di una persona celebre può diventare l’occasione, sui social, per aprire discussioni dotate di un’oggettiva utilità. Il suicidio di Chris Cornell, per esempio, ha generato numerose riflessioni sul tema della depressione, di cui il cantante soffriva, e sulle strategie da seguire per fare rete – offline – in vista della prevenzione dei suicidi.»

Sisto analizza con profondità e lucidità tutte le facce, positive, negative e/o imprevedibili, della commistione tra realtà concreta e virtuale alla fine dell’umana esistenza terrena.

«L’autorità che la morte esercita nei confronti della vita, rendendola tale, è racchiusa nel potere della memoria, dalla quale prendiamo la forza per arricchire il nostro sentire, per crescere, per potenziare il nostro modo di pensare. Per amplificare, soprattutto, dentro di noi l’eco della vita di chi non c’è più e per preparare la nostra eco nella vita delle altre persone, quando saremo noi a non esserci più. Oggi, la cultura digitale offre alla memoria, quindi al rivolo spirituale tra l’aldiquà e l’aldilà, la possibilità di dare una voce tangibile e personale a quell’eco. Il corpo digitale può diventare il deposito di legami intimi, la voce consolante in grado di rivestire il ricordo di quegli abiti che hanno reso unico, nel bene e nel male, il rapporto con ciascuna delle persone amate.»

Immortalità digitale, suggestioni fantascientifiche che rappresentano, più che prefigurare, una realtà già ampiamente in atto, rapporto tra morte e social network, eredità digitale, funerali tecnologici in streaming, nascita di nuove figure professionali come il digital death manager: è tutto in questo libro stranamente (visto il tema) appassionante. Ma in fin dei conti non è strano che lo sia: è un argomento che riguarda tutti, senza eccezioni, ed è troppo importante per occuparsene domani.

 

Davide Sisto, La morte si fa social – immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri 2018

 

 
 
 
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Nicolas Tiburzi 14/12/2022

L’ importanza di idonei servizi funebri per dare alla “morte” la valenza sociale che merita

Recuperare una cultura del fine vita e re-inventare il rito funebre è fondamentale: la rilevanza di

questa necessità non riguarda solo il campo psicologico dell’ individualità, ma la dimensione

sociale della collettività.

Il rito funebre permette di esorcizzare la morte, fare fronte all’angoscia che essa rappresenta,

alleviare il senso di solitudine. Condividere il dolente momento ed elaborare la perdita consente

numerosi vantaggi anche a livello psicologico. Da una dimensione individuale, a una dimensione

condivisa: i servizi funebri devono restituire all’ “evento morte” la valenza socio – culturale che

decisamente merita!

 

Senza dubbio, il culto della morte e dei morti è da sempre un elemento caratterizzante di ogni

popolazione.

Il rito funebre, variabile per culture, usi, tradizioni, epoche, è stato nel corso del tempo oggetto

di diverse modifiche, ma nei fatti, si parla sempre di gesti e comportamenti socialmente

condivisi e riconosciuti, finalizzati a dare dignità e in qualche modo “esorcizzare” il timore e la

paura dell' evento morte, ma anche ad elaborare il doloroso momento della perdita.

Ad oggi, la tematica è quasi un tabù, un tema scomodo che si cerca di evitare. Come se la

morte non ci toccasse, un po' come rimandare il pensiero per non volercisi “soffermare”.

Nei fatti, invece, essendo questo un dolente accadimento che ci dobbiamo trovare tutti, prima o

poi, ad affrontare, merita di essere preso in considerazione con luce nuova.

 

La morte è a tutti gli effetti circondata da gesti simbolici e questo è un tratto distintivo dell’uomo.

Fa parte della natura umana, infatti, rivolgere cure, attenzioni e sentimenti verso i defunti.

Secondo noi di Tanmagazine, non è solamente quanto mai necessario recuperare una cultura

del fine vita, ma esiste anche - e soprattutto - un grande bisogno di re-inventare il rito funebre, e

i servizi ad esso collegati.

E la rilevanza di questa necessità non riguarda solo il campo psicologico dell’ individualità, ma

la dimensione sociale della collettività.

Non ci sono dubbi, infatti, che il dolore provato e mostrato per la perdita di una persona cara

segua una serie di rituali, amari e consolatori, nonché il bisogno di elaborare il lutto e la perdita.

In questo senso, i servizi funebri non possono esimersi dall’ esserne all’ altezza: si tratta di

accompagnare questo momento verso un passaggio naturale, da vita terrena a “memoria”, in

modo quanto più dignitoso possibile.

 

Siamo pienamente consapevoli che ad, oggi, il rito funebre, nell' immaginario e nella cultura

condivisa, non sia affatto “sentito”.

Un tempo c’era più attenzione e cura per il defunto, ma, anche in questo campo, gli usi e i

costumi cambiano, e adesso, molte tradizioni che prima erano rilevanti, non esistono più.

E’ come se il tema della morte e le questioni ad essa connesse fossero state socialmente

rimosse, destinate all’ombra di un inconscio collettivo, cercando di negare e rimuovere le

 

emozioni negative che la perdita porta con sé.

Eppure, l’ importanza del rito funebre è fondamentale.

 

Oggi, la ritualità sociale legata alla morte rimane sì, ma in forma ridotta.

Basti vedere cosa avviene dopo la scomparsa di una persona cara. Il più delle volte parenti e

amici porgono l’ ultimo saluto al defunto abbastanza frettolosamente, o all’interno delle mura

domestiche,

oppure nelle strutture sanitarie, dentro i freddi obitori degli ospedali, luoghi profondamente

inidonei a garantire la necessaria intimità e riservatezza. Altre volte, invece, ci si limita

solamente ad un saluto presso la camera ardente.

Tra l’ altro, in queste situazioni, la salma, provata dal trapasso, si presenta agli occhi delle

famiglie, ovviamente, non in perfette condizioni, anche da un punto di vista puramente

“sensoriale”.

In ogni caso, gesti frettolosi e impersonali non sono certo adatti a rappresentare a pieno i

desideri e le volontà di raccoglimento di famiglia, parenti e amici, che avrebbero bisogno di

tempo per ricongiungersi col caro scomparso, per pregare o, ad ogni modo, per ricordarlo.

Le cerimonie poi sono sempre più spesso laiche, oppure si opta per una breve benedizione,

sbrigativamente, senza particolari emozioni.

Il rischio di tutto questo? Sicuramente, la “spersonalizzazione”. Il lutto è privato, nella pratica, di

gran parte della potenza emotiva e simbolica di un tempo.

Oggi è un evento vissuto spesso sotto forma non pubblica, un dolore che la persona deve

superare essenzialmente da sola, poiché la società tende, come già abbiamo detto, a negarne

e rimuoverne le dimensioni.

 

Nei fatti, possiamo dire che manca una vera e propria cultura, per il tessuto sociale e per le

famiglie, che possa far capire quanto il rito funebre sia invece importante.

 

Di fronte alla perdita di una persona cara, spesso si è confusi, insicuri, presi dall’onda delle

emozioni, travolti da un senso di angoscia e di tristezza.

Ecco che le ritualità legate alla morte hanno invece la funzione di agevolare il distacco di chi è

“mancato”, consentendo di avere a disposizione una rete sociale di supporto.

Psicologicamente e socialmente, il rito può presentare anche una lettura simbolica.

Permettendo di “mettere in scena” il dolore, il rito funebre lo porta infatti da una dimensione

individuale a una dimensione collettiva di condivisione.

Numerosi studi e ricerche sono infatti concordi nell’ affermare che il lutto non elaborato e non

trattato provoca angoscia e depressione negli individui e, di conseguenza, nella nostra società.

Il rito funebre, in quest’ ottica, permette invece di esorcizzare la morte, fare fronte all’angoscia

che essa rappresenta, alleviare il senso di solitudine.

Ecco che il ruolo di servizi funebri adeguati, in questo contesto, è essenziale.

Prima di tutto, si rende necessario dedicare attenzione e cura al defunto nelle operazioni di

veglia. E qui diventa cruciale la nostra Tanatoprassi, che consente di offrire maggiore dignità

alla morte, permettendo la conservazione della salma a lungo, in condizioni di igiene e

sicurezza.

 

E poi, diventano fondamentali una serie di operazioni “sociali”: partecipare attivamente al rito e

dedicare il tempo idoneo al caro defunto, vegliandone le passate spoglie e condividendo questo

momento, in serenità e raccoglimento, con le altre persone.

Tutto questo consente a “chi resta” di alleviare la sofferenza legata al lutto, elaborando il dolore,

il senso di solitudine e di abbandono. Un sostegno, un aiuto, anche pratico, per affrontare la

quotidianità e per riprendere la vita di sempre.

Non solo. La partecipazione attiva al rituale consente di evitare anche possibili complicazioni

future per chi ha subito la perdita, quali depressione e disturbi post traumatici da stress, su cui

numerosi sono gli studi - nel settore della psicologia e delle neuroscienze - che ne attestano la

profonda correlazione.

 

In conclusione, possiamo dire che di fronte alla tragedia o al dolore, il rito funebre può

consentire alle persone in lutto di accettare emozioni così complesse.

Spesso, i rituali significativi sono in grado di “placare”, “alleviare” sentimenti o sensazioni

negativi o, anche, esprimere ciò che le parole non possono e contribuire, così, all’ elaborazione

della perdita.

In quest’ ottica, riteniamo fondamentale quindi che i servizi funebri si porgano al servizio dell’

individuo e della collettività, contribuendo a dare all’ evento morte, ossia a quel momento

evolutivo dell’ indivuiduo che corrisponde al “fine vita”, la valenza socio – culturale che

decisamente merita.

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Andrea Pastore 13/10/2021

Gli animali hanno un concetto di "morte" e sperimentano il lutto?
 Secondo la tanatologia, due criteri fondamentali per poter stabilire l'esistenza di un concetto di morte nelle varie specie animali sono ritenuti essere il riconoscimento verso un individuo morto della "perdita di funzionalità" e della "irreversibilità" della sua condizione. 

 Uno dei comportamenti più frequenti e utili per studiare il concetto di morte nelle varie specie è quello riscontrato in molte specie di primati dove le madri trasportano e curano il corpo senza vita dei loro infanti.

 Questo comportamento risulta ambivalente: i comportamenti di queste madri sono ascrivibili ad un "lutto materno" oppure al contrario mostrano come le stesse non abbiano ben compreso l'irreversibilità della perdita di funzionalità dei loro infanti e dunque la loro morte?

 In un recente studio alcuni ricercatori hanno esaminato una vasta mole di dati presenti in letteratura su circa 409 eventi di ICC (infant corpse carried by mothers) rappresentati trasversalmente in 50 specie di primati cercando di comprendere quali variabili influenzino questo comportamento e se lo steso possa essere effettivamente usato per stabilire la comprensione del concetto di morte in una data specie.

 I risultati hanno mostrato come nelle specie in cui si è osservato tale comportamento, la probabilità di trasportare il cadavere era più bassa se le cause della morte dell'infante erano di origine traumatica, come ad esempio nel caso dell'infanticidio, rispetto al caso in cui fossero di origine naturale (malattie). Anche l'età della madre influiva su questa probabilità, infatti le giovani madre mostravano una probabilità maggiore nell'eseguire questo comportamento rispetto a madri più anziane.

 Inoltre, al momento della morte tanto più era bassa l'età dell'infante tanto più si allungava la durata del trasporto del suo cadavere da parte della madre. Questo suggerisce come alla base di questa differenza ci sia la forte motivazione emotiva legata al legame madre-infante che risulta essere molto più forte nelle primissime fasi dell'ontogenesi degli infanti.

 Questi risultati presi insieme ci indicano come nelle varie specie di primati in cui si è riscontrato questo comportamento sia la presenza e il grado del legame emotivo madre-infante, sia le diverse cause di morte dell'infante ne condizionano la sua frequenza e la sua durata.

 Gli autori suggeriscono come in presenza di  molti più segnali indicanti la "perdita di funzionalità" e "l'irreversibilità" a seguito della morte dell'infante come nel caso delle morti di origine traumatica e con l'avanzare dell'età delle madri, queste riescano ad imparare più facilmente che l'infante sia morto e di conseguenza evitano di trasportarlo; viceversa la motivazione a continuare a prendersi cura del cadavere sarebbe più forte nel caso in cui le cause della morte siano "ambigue" e l'età dell'infante sia bassa, data la presenza di una forte motivazione materna ad accudire l'infante nelle primissime fasi della sua vita.

 Non si può comunque escludere che la probabilità di trasportare il cadavere dell'infante sia più bassa nel caso delle morti di origine traumatica a causa della presenza di un contesto socio-ambientale inibitorio in tal senso; le madri  potrebbero non trasportare e abbandonare il corpo dei loro infanti a causa dello stress e della paura condizionata dagli eventi che hanno ad esempio portato all'infanticidio dei loro piccoli.

 Insieme, questo gradiente legato al trasporto del cadavere degli infanti lascia ipotizzare come la presenza di un concetto minimo di morte possa essere presente nelle specie di primati in cui è stato osservato tale comportamento e come tale concetto affondi le radici all'interno di un'esperienza comparabile al lutto vissuta dalle madri in funzione del grado del legame emotivo madre-infante e delle cause della morte di quest'ultimo.

Gli umani sono stati a lungo considerati gli unici in grado di comprendere il concetto di morte ed eseguire alcuni riti funebri, come il lavaggio del corpo del defunto.

Questo atto è stato eseguito per millenni, in tutte le sue forme, sulla terra, sott'acqua, nell'aria, di notte o in pieno giorno.

Non si considera che un animale possa rattristarsi. Eppure, può comportarsi in modo molto simile a quello di un essere umano, specialmente tra le grandi scimmie, di fronte alla morte. Si può parlare di lutto o empatia, anche se queste caratteristiche sono considerate appannaggio dell’antropomorfismo.

Si può presumere che i compagni della vittima mostrino il dolore per una grande perdita in termini sociali, ma è impossibile valutare le emozioni causate da questa perdita. Le espressioni più sottili di emozione, le uniche in grado di rivelarci informazioni sull'impatto della perdita subita, sfuggono a tutte le osservazioni, neutralizzate da sentimenti più immediati come paura, rabbia, tristezza o persino gioia alcuni casi. Ma i congeneri della vittima raramente sono i testimoni immediati della morte, non trovandosi vicino al corpo.

L'espressione di empatia, lutto e dolore, così come altre manifestazioni generalmente associate alla perdita di un altro essere umano, sono di difficile accesso quando si è nel regno animale, poiché ci si può basare solo su comportamenti osservabili che rivelano informazioni parziali e limitate sulle emozioni vissute dall'animale.

Per essere in grado di condurre ricerche sulle reazioni degli animali alla morte, dobbiamo pensare ai casi in cui colpisce una determinata popolazione dal vivo, permettendo così un contatto immediato con il cadavere. Raramente conosciamo gli eventi che precedono la morte, nonché le relazioni sociali che uniscono la vittima ai sopravvissuti, che potrebbero fare luce sui sentimenti degli altri di fronte alla morte. Nei primati e nelle grandi scimmie possiamo distinguere diverse forme di morte: morte accidentale, morte di giovani o anche morte per malattia.

 

Che consapevolezza hanno gli animali della morte?

Se gli animali riescono a capire fino a un certo punto il passaggio dalla "vita" a quella "senza vita" di uno di loro, che dire della propria morte? Ne sono consapevoli?

I gorilla adottano diversi comportamenti simili a quelli osservati nell'uomo, inclusa una fase di lutto.

Per i ricercatori, la comprensione che gli animali hanno del passaggio dalla vita alla morte è spesso sottovalutata.

Si ritiene che molti fenomeni, come la capacità di ragionare, di usare strumenti o la consapevolezza della morte, differenzino l'uomo da altre specie. Ma la scienza ha dimostrato che questo confine è lungi dall'essere definito come si potrebbe pensare. Il modo in cui i gorilla rispondono all'agonia o alla morte di un compagno indica che la loro consapevolezza della morte è molto più sviluppata di quanto si possa immaginare.

 
 
 
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Barbara Ruscitti 15/02/2024

La Pandemia e il Silenzio dei Custodi dell'Ultimo Addio: Una Storia di Rispetto e Sacrificio

È il 2024, e finalmente, sembra essere giunto il momento di aprire un dialogo riflessivo sulla pandemia di COVID-19, un periodo che ha scosso il mondo, lasciando dietro di sé storie di dolore, perdita e resilienza. Tuttavia, c'è un aspetto di questa crisi che spesso è rimasto nell'ombra, nascosto dietro il silenzio rispettoso di coloro che vivono il dolore della morte ogni giorno: i custodi dell'ultimo addio.

In un mondo in cui medici, infermieri, politici e virologi sono stati al centro della scena mediatica, gli operatori delle pompe funebri hanno agito nell'ombra, offrendo il loro servizio con dedizione e umanità. Il 2024 è iniziato, ma è tempo di dare voce a chi ha affrontato la pandemia da una prospettiva unica.

Un primo pensiero va ai colleghi che hanno perso la vita durante questa crisi, inclusi nella lunga lista delle vittime. Nonostante la loro importanza, il lavoro di questi custodi dell'ultimo addio è stato spesso ignorato dai mezzi di informazione, che si sono concentrati su altre figure cruciali nella gestione della pandemia.

Il Santo Padre ha offerto un unico ringraziamento durante un Angelus domenicale, riconoscendo il loro prezioso lavoro. Tuttavia, il silenzio mediatico ha persistito, relegando l'importanza del loro ruolo a un secondo piano. Vivendo una realtà in cui il lutto si mescola con la routine quotidiana, questi professionisti sono abituati a gesti scaramantici, osservati mentre sono fermi al semaforo con i loro mezzi di lavoro.

Nonostante la percezione comune che il loro lavoro sia dettato dal guadagno, questi custodi dell'ultimo addio si distinguono per il rispetto e l'umanità con cui trattano ogni defunto. Ognuno di loro adotta piccole attenzioni, come mettere un fiore tra le mani del defunto, nascondere un santino nella cassa o posare una monetina o una medaglietta. Questi gesti non sono per i propri cari, ma per le persone di cui si stanno occupando, dimostrando un amore che va oltre le convenzioni.

La pandemia ha rappresentato una sfida emotiva per questi professionisti, impedendo loro di trattare i defunti con la cura abituale e l'amore che li contraddistingue. La mancanza di interazione con le famiglie ha impedito loro di esprimere la solidarietà umana che è parte integrante del loro lavoro.

Ora, finalmente, il periodo difficile sembra essere alle spalle, e la normalità è tornata. Tuttavia, l'amaro in bocca e il disgusto per la mancanza di riconoscimento persistono. Il periodo della pandemia rimarrà impresso come un periodo in cui la loro umanità non è stata riconosciuta.

In questo contesto, il gesto di Tassera Guido, un appello a un brindisi di ringraziamento tra di loro, è un atto meritato di celebrazione per il loro impegno e la loro dedizione. In fondo, sono stati gli eroi silenziosi che hanno mantenuto la dignità nel momento più difficile.

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