La Pandemia e il Silenzio dei Custodi dell'Ultimo Addio: Una Storia di Rispetto e Sacrificio

Il racconto di Guido Tassera un operatore che ha vissuto direttamente la gestione delle salme negli Ospedali del nord nel periodo della pandemia

Barbara Ruscitti 15/02/2024 0

È il 2024, e finalmente, sembra essere giunto il momento di aprire un dialogo riflessivo sulla pandemia di COVID-19, un periodo che ha scosso il mondo, lasciando dietro di sé storie di dolore, perdita e resilienza. Tuttavia, c'è un aspetto di questa crisi che spesso è rimasto nell'ombra, nascosto dietro il silenzio rispettoso di coloro che vivono il dolore della morte ogni giorno: i custodi dell'ultimo addio.

In un mondo in cui medici, infermieri, politici e virologi sono stati al centro della scena mediatica, gli operatori delle pompe funebri hanno agito nell'ombra, offrendo il loro servizio con dedizione e umanità. Il 2024 è iniziato, ma è tempo di dare voce a chi ha affrontato la pandemia da una prospettiva unica.

Un primo pensiero va ai colleghi che hanno perso la vita durante questa crisi, inclusi nella lunga lista delle vittime. Nonostante la loro importanza, il lavoro di questi custodi dell'ultimo addio è stato spesso ignorato dai mezzi di informazione, che si sono concentrati su altre figure cruciali nella gestione della pandemia.

Il Santo Padre ha offerto un unico ringraziamento durante un Angelus domenicale, riconoscendo il loro prezioso lavoro. Tuttavia, il silenzio mediatico ha persistito, relegando l'importanza del loro ruolo a un secondo piano. Vivendo una realtà in cui il lutto si mescola con la routine quotidiana, questi professionisti sono abituati a gesti scaramantici, osservati mentre sono fermi al semaforo con i loro mezzi di lavoro.

Nonostante la percezione comune che il loro lavoro sia dettato dal guadagno, questi custodi dell'ultimo addio si distinguono per il rispetto e l'umanità con cui trattano ogni defunto. Ognuno di loro adotta piccole attenzioni, come mettere un fiore tra le mani del defunto, nascondere un santino nella cassa o posare una monetina o una medaglietta. Questi gesti non sono per i propri cari, ma per le persone di cui si stanno occupando, dimostrando un amore che va oltre le convenzioni.

La pandemia ha rappresentato una sfida emotiva per questi professionisti, impedendo loro di trattare i defunti con la cura abituale e l'amore che li contraddistingue. La mancanza di interazione con le famiglie ha impedito loro di esprimere la solidarietà umana che è parte integrante del loro lavoro.

Ora, finalmente, il periodo difficile sembra essere alle spalle, e la normalità è tornata. Tuttavia, l'amaro in bocca e il disgusto per la mancanza di riconoscimento persistono. Il periodo della pandemia rimarrà impresso come un periodo in cui la loro umanità non è stata riconosciuta.

In questo contesto, il gesto di Tassera Guido, un appello a un brindisi di ringraziamento tra di loro, è un atto meritato di celebrazione per il loro impegno e la loro dedizione. In fondo, sono stati gli eroi silenziosi che hanno mantenuto la dignità nel momento più difficile.

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Andrea Fantozzi 17/09/2020

La morte si fa social
«Facebook, Instagram, WhatsApp sono il più grande cimitero del mondo. È tempo di ripensare filosoficamente la morte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, di Black Mirror e della realtà virtuale.»

La morte non esiste più. Allo stesso tempo, però, viviamo costantemente circondati dai morti. Relegata lontano dalla nostra quotidianità, medicalizzata, espunta dalle nostre vite, l’esperienza del morire vive oggi una situazione paradossale, quando le immagini e le parole dei cari estinti tornano e irrompono all’improvviso dagli schermi dei nostri telefoni. Moriamo, ma continuiamo a esistere nella presenza ineliminabile della nostra passata vita online.
Social network, chat, siti web costituiscono insieme, ad oggi, il più grande cimitero del mondo. Il territorio esplorato dalla fantascienza, dalla fiction e, recentemente, da una delle serie più perturbanti che mette al centro della sua riflessione il rapporto tra uomo e tecnologia, Black Mirror, sembra superato dalle nuove intelligenze artificiali. Sono già disponibili bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari; il profilo Facebook che consultiamo compulsivamente più volte al giorno, quando mancheremo, diventerà una vera e propria lapide virtuale, e i nostri amici potranno continuare a farci gli auguri ogni anno nell’aldilà.
E ancora, il web è diventata la più grande piazza pubblica per celebrare il ricordo o condividere anche l’esperienza privata del lutto. Insieme piangiamo i nostri cari, insieme ricordiamo i nostri beniamini. Insieme, in un futuro prossimo, vivremo una seconda vita nella realtà virtuale.
Davide Sisto, giovane filosofo che da lungo tempo ha consacrato i suoi studi alla relazione tra morte e cultura digitale, per la prima volta mette insieme un discorso interpretativo che ha al centro il rapporto nuovo della nostra società con la morte indotto dall’avanzamento tecnologico.
La morte si fa social è il migliore esempio di umanesimo capace di confrontarsi con l’era digitale. L’uomo ha sempre pensato la morte. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionata.

 

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Così Davide Sisto, filosofo e tanatologo, riassume in un’intervista la materia del suo (importante) libro La morte si fa social – Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale: «L’aldilà si sta sempre più spostando all’interno dei nostri computer.

Le persone, senza che neppure lo immaginassero, si sono ritrovate circondate dai morti e da ciò che resta dei morti in qualsiasi luogo del web, sui social media (su Facebook si contano 50 milioni di utenti deceduti), nei blog e ovunque in rete.

Questo fa sì che esistano oggi nuove opportunità di rielaborare tutto quello che abbiamo prodotto in vita, in modo tale da sopravvivere sotto forma di “spettro digitale”.

Questo aspetto problematizza l’elaborazione del lutto, poiché siamo circondati da immagini, post, video delle persone decedute in ogni istante della giornata: basta avere una connessione al web. È traumatico, perché impedisce un vero distacco. Siamo in presenza di rielaborazioni di alter ego virtuali che in qualche modo hanno reso possibile ciò che abbiamo sempre desiderato con le sedute spiritiche: che i morti continuino a comunicare con noi, seppure in maniera artificiale e automatica.»

Grazie alla capacità della tecnologia di rielaborare ciò che siamo stati in vita, anche la memoria e i ricordi si trasformano: questo aspetto, dice Sisto, si svilupperà nel corso degli anni con effetti probabilmente imprevedibili.

Uno dei tratti più importanti dell’esistenza umana che va riesaminato e ricalibrato tenendo conto della tecnologia di cui disponiamo oggi è proprio la morte: qualcosa che si tendeva a rimuovere e invece è tornata di prepotenza nello spazio pubblico.

«Pulizia della morte», eredità digitale, dati che rischiano di scomparire per sempre se non si danno disposizioni chiare sul loro utilizzo; fotografie di morti illustri che rimbalzano moltiplicandosi all’infinito da una pagina web all’altra, piattaforme interattive in cui familiari, amici e fans ricordano il defunto con aneddoti, poesie, immagini, lettere; archivi di memorie pubbliche e private in cui passato e presente si confondono.

Questa continuazione digitale della vita, spiega Sisto, non è tutta positiva ma neppure tutta negativa. L’«interazione postuma» può anche costituire un aiuto nell’elaborazione del lutto: «esporre su Facebook il proprio dolore ottenendo una sostanziosa risposta può essere una delle molteplici strade da seguire» per ritrovare una condizione di vita salubre dopo un lutto.

Un capitolo a sé è costituito dai suicidi online, sempre più diffusi da quando esiste la possibilità di condividere immagini in diretta. Lo hanno fatto in molti, soprattutto adolescenti, i cui filmati si sono diffusi a macchia d’olio prima di essere rimossi (lasciando comunque tracce reperibili).

«Quando una persona muore, i suoi amici e contatti aumentano del 30% il numero di interazioni tra loro all’interno di Facebook. Solo dopo diversi mesi, a volte addirittura anni, le interazioni tornano a stabilizzarsi a un valore pari a quello precedente il lutto. Pare che i livelli di interazione si mantengano assai elevati nelle reti che includono soprattutto persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni, e che le reti in cui ha avuto luogo un suicidio mostrino un livello minore di capacità di recupero del lutto.»

D’altra parte, «la morte di una persona celebre può diventare l’occasione, sui social, per aprire discussioni dotate di un’oggettiva utilità. Il suicidio di Chris Cornell, per esempio, ha generato numerose riflessioni sul tema della depressione, di cui il cantante soffriva, e sulle strategie da seguire per fare rete – offline – in vista della prevenzione dei suicidi.»

Sisto analizza con profondità e lucidità tutte le facce, positive, negative e/o imprevedibili, della commistione tra realtà concreta e virtuale alla fine dell’umana esistenza terrena.

«L’autorità che la morte esercita nei confronti della vita, rendendola tale, è racchiusa nel potere della memoria, dalla quale prendiamo la forza per arricchire il nostro sentire, per crescere, per potenziare il nostro modo di pensare. Per amplificare, soprattutto, dentro di noi l’eco della vita di chi non c’è più e per preparare la nostra eco nella vita delle altre persone, quando saremo noi a non esserci più. Oggi, la cultura digitale offre alla memoria, quindi al rivolo spirituale tra l’aldiquà e l’aldilà, la possibilità di dare una voce tangibile e personale a quell’eco. Il corpo digitale può diventare il deposito di legami intimi, la voce consolante in grado di rivestire il ricordo di quegli abiti che hanno reso unico, nel bene e nel male, il rapporto con ciascuna delle persone amate.»

Immortalità digitale, suggestioni fantascientifiche che rappresentano, più che prefigurare, una realtà già ampiamente in atto, rapporto tra morte e social network, eredità digitale, funerali tecnologici in streaming, nascita di nuove figure professionali come il digital death manager: è tutto in questo libro stranamente (visto il tema) appassionante. Ma in fin dei conti non è strano che lo sia: è un argomento che riguarda tutti, senza eccezioni, ed è troppo importante per occuparsene domani.

 

Davide Sisto, La morte si fa social – immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri 2018

 

 
 
 
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Laura Liberale 03/02/2021

Intervista alla tanatoesteta Beatrice Roncato


Ciao Beatrice! Parto col chiederti come ti sei avvicinata a questa professione?

 

Cara Laura, intanto grazie per questo spazio concesso. Mi sono avvicinata alla tanatoestetica da tre anni, dopo in realtà aver intrapreso percorsi che mi riportavano sempre a questo lavoro. La mia vocazione, a me piace chiamarla proprio così, nasce sin da quando ero piccola. Nella mia famiglia non c’è mai stato alcun timore nel coinvolgere me, come mio fratello, nelle questioni più delicate dell’esistenza, nemmeno per quanto riguarda la malattia e la morte stessa. Sono stata in qualche modo “fortunata”: ho una tradizione legata alla perdita avvenuta tra le mura domestiche, dove la morte ha visto coinvolgere i familiari nella piena dolcezza e pazienza che solo un decesso in abitazione può comportare. Mi spiego meglio: la scomparsa della nonna paterna è avvenuta improvvisamente, ma tra le sue cose più care: il suo salotto, caldo e accogliente, le sue sigarette che mai scordava, caso volle che ci fosse mio padre nella stanza a fianco quando lei se ne andò.

 Ci venne data la possibilità visto anche il mese in cui scomparve, un gelido febbraio, di trattenerla in casa sua sino al giorno del funerale, e fu proprio lì che per la prima volta ebbi modo di prendermi cura dell’ultimo atto di mia nonna. All’epoca, 9 anni fa, ancora non ero a conoscenza di corsi formativi specifici per la tanatoestetica, ma sentii in qualche modo “mio” il diritto di prendermi cura di lei, in quei particolari che la rendevano unica. L’Impresa, dopo averla riposta nel feretro, non si curò in realtà di certi accenni che solo noi familiari conoscevamo bene: senza troppo pensarci presi dal suo cassetto i suoi trucchi, il suo rossetto ed il suo smalto rosso, il suo pettine, ed un foulard che era solita indossare nelle occasioni a lei speciali. Posso dire di ricordare quel momento come fosse ieri: il pettine mi permise di accarezzarla sistemandole i capelli come a lei piaceva. Le presi le mani, gliele strinsi tra le mie, come fossero di vetro, e le misi lo smalto.

 

Le posi il foulard in modo tale da celare quella fastidiosa mentoniera che non sopporto proprio, e le stesi una lacrima di rossetto, spruzzando poi il suo profumo, di cui conservo ancora oggi la boccetta. Ciò che provai allora è ciò che provo tuttora nel prendermi cura dei defunti e degli affetti di coloro che si affidano a me: gratitudine, reverenza, consapevolezza di quanto la vita sia un battito di ciglia.

 

Pensi che sia utile questo tipo di trattamento per i dolenti?

 

Ne sono fermamente convinta, soprattutto per una buona elaborazione del lutto. Penso sia un servizio capace di rispondere a due esigenze fondamentali, la dignità del defunto e la serenità di chi rimane, del dolente.

Avere un contatto visivo con la salma di un proprio caro non è mai facile e spesso si evita di entrare in camera ardente prima della chiusura del feretro. Le persone hanno paura, hanno timore di non riscontrarvi l’immagine che si era soliti incontrare in vita. La tanatoestetica è una carezza che può aiutare ad affrontare la morte con maggiore consapevolezza, senza mascherare in realtà ciò che la morte stessa è: è indiscutibile che il corpo abbia cessato le proprie funzioni vitali, la tanatocosmesi rende tale impatto meno “traumatico” per il dolente, che può ritrovare –anche solo attraverso un particolare inconfondibile del proprio caro-quell’autenticità che è poi insita nella cura che la tanatoestetica propone. Non si tratta solo di porre del trucco, il dietro le quinte è ben più complesso: disinfezione ed igiene, vestizione decorosa e attuata in modo delicato, un maquillage leggero e che non dia l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno di sconosciuto.

Mi preme sottolineare che la tanatoestetica è solo un ramo della Tanatoprassi solo di seguito al quale, per dei risultati davvero ottimali, si può procedere con il trattamento di tanatocosmesi. Se la salma infatti non viene adeguatamente conservata dal punto di vista igienico, possono presentarsi spiacevoli risvolti nel corso della veglia pur avendo applicato la tanatoestica. Ritengo inappagabile il senso di serenità, riscontrato anche nelle parole dei dolenti, dopo aver avuto modo di dare l’ultimo saluto al proprio caro riconoscendovi l’unicità.

 Come pensi si possa rivoluzionare il nostro modo di pensare ed affrontare la morte, in una società che sembra essersene dimenticata?

 

Il Master in Death Studies & the End of Life è stato fondamentale al fine di capire quanto il nostro rapporto con la morte e il morire sia giunto ad un punto per il quale non si debba più voltarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Viviamo nell’epoca del tutto e subito, della divinazione del corpo perfetto, sempre giovane ed eterno, come se la vecchiaia e il fine vita fossero una malattia, una sorta di condanna.

Attraverso la morte dell’Altro, invece, possiamo imparare molto: affrontare la nostra finitudine, il rapporto con il nostro corpo che muta come mutano le nostre relazioni ed affetti - non eterni - e dunque meritevoli di una cura ed empatia che solo guardando in faccia anche i lati più dolorosi e negativi della nostra esistenza possono essere svelate.

 

Impareremmo a non dare nulla per scontato, a vivere il qui ed ora con consapevolezza riconoscenza verso chi abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella nostra vita.

 

 Ritengo parimenti basilare introdurre, sin dalla tenera età, percorsi di educazione alla morte che sappiano coinvolgere, con parole gentili ma sincere, anche i più piccoli. Solo in questo modo si potrà creare un terreno fertile da cui far germogliare l’idea che la morte, più che nemica, possa essere alleata nell’apprezzare in profondità la nostra esistenza terrena.

 

 Biografia

 

Dopo la Laurea Specialistica in Sociologia, si è formata come Tanatoesteta e Cerimoniere funebre. Scrive articoli per la rubrica “Spazi di riflessione” per TgFuneral24. Ha frequentato il Master in Death Studies & the End of Life (Università degli Studi di Padova) per acquisire maggiori competenze nel campo della Tanatologia al fine di offrire un maggior supporto ai dolenti e, soprattutto, una maggiore consapevolezza della Morte e del morire.

 

 

 

 

 

 

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Laura Liberale 29/09/2020

Questo mese incontriamo la Servizi Funebri Ramini, della provincia di Padova.

Un’impresa giovane, sia in senso cronologico sia per la giovane età del titolare, ventitré anni per l’esattezza. E proprio da qui vorrei partire.

In molti mi hanno chiesto come mai un ragazzo della mia età si fosse

avvicinato a questo ambiente e tante volte sono stato deriso e bistrattato

da chi mi chiamava “il becchino” facendo gesti scaramantici in quanto

messaggero di morte.

Tutto è iniziato quando ancora frequentavo le scuole medie e un mio caro

amico e compagno di scuola è venuto a mancare dopo una lunga malattia.

La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma quando si tratta di

un ragazzo lo è ancora di più. Sono rimasto traumatizzato e sono stato

così male che ogni giorno sentivo il bisogno di andare a trovarlo al

cimitero e passare un po’ di tempo con lui.

Forse un segno del destino a indicarmi la strada così come il fatto di

essere nato nel giorno della commemorazione dei defunti.

Le frequenti visite al camposanto mi hanno portato a relazionarmi spesso

con vari operatori del settore funebre dando loro una mano in qualche

occasione. Molti erano i quesiti che ponevo riguardo questo mondo

oscuro, quasi inviolabile, ricco di segreti, ma non ne ero spaventato anzi

ne ero affascinato.

Durante la scuola superiore, quando potevo, collaboravo con varie

imprese per i servizi funebri e poi al termine della scuola è diventata una

vera e propria professione.

Dopo qualche anno, è nato il desiderio di mettermi in proprio. Le

difficoltà sono state tante, come pure l’impegno economico. Un settore

difficile, per pochi e senza avere una azienda di famiglia alle spalle, quasi

impossibile. Un vero salto nel vuoto, ma la passione e l’amore per questo

mestiere non mi hanno fatto rinunciare. Questa professione non è facile,

dietro ci stanno molti pregiudizi, che catalogano gli impresari come

individui assetati di denaro e approfittatori del dolore.

Ma ho sempre cercato di fare capire alla gente chi sono e lo spirito di

come mi approccio a questo mestiere, cioè con sensibilità, onestà,

trasparenza e rispetto.

Per me fare l’impresario funebre non è solo un lavoro, è una vera

missione. Oltre agli aspetti tecnici di cui mi occupo personalmente,

documentazione, tanatoestetica, lavori cimiteriali e quant’altro, l’aspetto

a cui tengo e che curo maggiormente è il rapporto umano.

 

Il fatto di stare a fianco delle persone e dare loro aiuto e supporto nelle

varie fasi post decesso e un degno addio al loro caro mi fa sentire bene. Si

creano amicizie e rapporti che vanno oltre, che non si estinguono a fine

servizio, ma che durano nel tempo, e questa per me è la cosa più

gratificante.

Come avete fronteggiato l’impatto con l’emergenza Covid-19? Quali sono

stati i principali cambiamenti\adattamenti a livello organizzativo e le

maggiori difficoltà affrontate?

All’iniziale sgomento che la tragedia sanitaria e sociale conseguente a

questa epidemia ha suscitato, noi, come impresa funebre, ci siamo

preoccupati di come fronteggiare la situazione dal punto di vista dei

contagi, essendo parte di una categoria tra quelle più esposte. Eravamo

preoccupati di come espletare il nostro lavoro in sicurezza. Ad accentuare

la preoccupazione è stata la mancanza immediata di linee guida ufficiali

che potessero in qualche modo aiutarci dal lato operativo, dato che il

nostro lavoro comportava un contatto diretto sia con le salme che con i

familiari di malati Covid-19. Ma nessuno sembrava interessarsi alla

nostra categoria, eravamo quasi degli invisibili.

Dopo il lockdown e vietati gli assembramenti, incluse quindi le cerimonie

funebri, ci siamo trovati in un periodo in cui abbiamo usato il buon senso

e le regole generali divulgate per il contenimento del contagio, quali

l’utilizzo degli strumenti di protezione che comunque inizialmente si

faceva fatica anche a reperire.

Tante erano le domande che ci ponevamo assieme ai colleghi: come fare i

funerali data la sospensione delle cerimonie religiose, come gestire i

decessi a domicilio, come manipolare le salme infette, come gestire la

parte burocratica che prevedeva il recarsi di persona presso i vari uffici,

come relazionarci con i familiari, non escludendo che alcuni di loro

potessero essere positivi.

Dopo aver fatto sentire le nostre voci anche attraverso le associazioni di

categoria, finalmente sono uscite le circolari del Ministero della Salute

dell’8 aprile e del 2 maggio: “Linee guida per la prevenzione del rischio

biologico nel settore dei servizi necroscopici, autoptici e delle pompe

funebri”, dove finalmente sono state messe nero su bianco le normative

che dovevano regolare il nostro specifico settore.

Non sto qui a citare tutti dettagli, ma in poche parole e riassumendo

grossolanamente, le direttive da seguire sarebbero state quelle utilizzate

 

per il trattamento delle salme infettive, cioè evitarne la manipolazione

attraverso la vestizione ma avvolgerle in lenzuola imbevute di disinfettante

o in sacchi biodegradabili; niente trattamenti di tanatoestetica, trasporti a

cassa chiusa ecc. E poi tutto il protocollo previsto per evitare il contagio

con l’utilizzo, per gli operatori, dei dispositivi di sicurezza quali

mascherine, guanti, tute, occhiali e quant’altro.

Qualche modifica poi è stata fatta negli uffici comunali e nelle aziende

ospedaliere e sanitarie, per sveltire l’iter delle pratiche ed evitare il

contatto personale, con la trasmissione dei documenti per via telematica.

Quali sono, in questo periodo così travagliato, le richieste dei dolenti?

I dolenti non hanno fatto particolari richieste in questo momento; hanno

solo chiesto delucidazioni su quello che si poteva o non si poteva fare e,

sebbene con rammarico e rassegnazione, si sono adeguati alla situazione

e alle regole imposte dai vari decreti.

La riduzione drastica della parte rituale del funerale imposta per il

contenimento della diffusione del virus, in aggiunta anche al clima di

incertezza economica venutasi a creare in seguito all’epidemia, ha fatto sì

che i familiari abbiano rinunciato alla qualità, ad esempio, dei cofani e ad

addobbi e accessori decorativi, optando per un funerale assolutamente di

tipo spartano. Non neghiamo che questo impoverimento delle cerimonie

funebri ha avuto un certo impatto a livello economico anche per noi

imprese.

La cremazione è stato il metodo di sepoltura più richiesto, sia perché

ormai è il trend del momento, sia per risparmiare, ma secondo me anche

perché si ha la sensazione che l’incenerimento del corpo, presupponendo

la conseguente distruzione del virus, elimini ogni possibile contaminazione

del terreno di contro alle fuoriuscite di gas infetti in caso di esumazioni o

estumulazioni, anche se in realtà non è così.

Come vivete emotivamente, in quanto operatori in costante contatto coi

corpi e con le strutture sanitarie, il rischio del contagio?

Ci hanno detto che la trasmissione del virus avviene per droplets e che con

il decesso, venendo a cessare le funzioni vitali e quindi respiratorie, le

salme non sono fonti di contagio.

Ma il caso di decessi a domicilio o nelle case di cura e RSA dove la

preparazione della salma spetta comunque all’impresa funebre, sebbene

vengano usati tutti gli accorgimenti e i dispositivi di sicurezza, non ci ha

 

fatto stare del tutto tranquilli e sicuri; inoltre il contatto con i parenti dei

deceduti non lo puoi evitare,

e normalmente si tratta di persone che magari hanno frequentato ambienti

sanitari, persone malate oppure, come in tanti casi, possono essere positivi

asintomatici, come potremmo esserlo noi del resto.

In questo periodo abbiamo utilizzato il più possibile gli strumenti messi a

disposizione dalla tecnologia, quali telefono, mail o whatsapp per

eventuali comunicazioni, ma non in tutti i casi è possibile, vedi le persone

anziane, e comunque non abbiamo voluto negare in un momento così

doloroso e drammatico, seppur correndo alcuni rischi, il nostro supporto e

la nostra presenza fisica, indispensabile e doverosa. Quello che ci ha

anche messo in una situazione di imbarazzo e di difficoltà è stato il fatto di

dover accogliere nei nostri uffici, o andare a casa dei dolenti, coperti con

mascherine e guanti senza neanche poter dare loro la mano o un

abbraccio di conforto.

Puoi raccontarci un’esperienza lavorativa di questi ultimi due mesi che ti

ha particolarmente colpito a livello umano?

Sia nel caso di decesso per Covid-19 sia per altre cause, il coinvolgimento

emotivo è inevitabile, sempre. Difficile conciliare nel nostro lavoro le

distanze che impongono i protocolli sanitari con il rapporto umano.

In questo specifico periodo, non c’è stato un particolare episodio che ci ha

colpito; ogni caso è a sé, ognuno con la sua storia, ognuno ci ha toccato

dal punto di vista umano. In generale quello che ci ha addolorato di più è

stato in primo luogo il fatto di non poter dare la possibilità ai familiari di

vedere neanche per un attimo il loro caro; poterlo salutare sfiorandogli la

mano o la fronte, potere vedere e ricordare il suo volto sereno e tranquillo,

e invece costretti magari a immaginare cose orribili.

In secondo luogo, il negare loro quella celebrazione collettiva, cioè il rito

del funerale, che significava poter condividere il dolore e l’estremo saluto

con i parenti, gli amici e i conoscenti, con le dimostrazioni di affetto e

vicinanza.

Sia la ritualizzazione del commiato che quel momento di intimo

raccoglimento con chi è mancato sono due elementi fondamentali per il

processo di elaborazione del lutto. Ci sembra che, come “professionisti

dell’addio”, di non avere adempiuto alla nostra missione nella sua

completezza, anche se non è dipeso certo dalla nostra volontà.

Vorrei concludere con una citazione tratta da un brano che

 

esprime, a discapito di ogni pregiudizio, il valore del nostro mestiere, della

nostra categoria di lavoratori, in questo periodo particolarmente

sottoposta a grandi pressioni fisiche ed emotive, ma di cui mi sento

onorato di fare parte.

“Signor becchino mi ascolti un poco

il suo lavoro a tutti non piace

non lo consideran tanto un bel gioco

coprir di terra chi riposa in pace

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro.

Il testamento, Fabrizio De Andrè.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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