Toscana e Tanatoprassi: a che punto siamo?

Chiara Ricciarelli 11/11/2020 0

 

Ne parliamo con La Piramide, Casa Funeraria in Versilia

 

La tanatoprassi è un trattamento "post-mortem" che si occupa della

conservazione, cura igienica e presentazione estetica del corpo dopo il suo

trapasso: mentre è molto diffusa al Settentrione, in Toscana, ossia nella

Regione che prenderemo in esame per quest' articolo, sembra ancora non

essere ben radicata. Ne parliamo con La Piramide, Casa Funeraria in

Versilia.

In Toscana, viene praticata la tanatoprassi? Fra Case Funerarie e Sale o

Cappelle del Commiato, in Toscana, esistono ad oggi 29 strutture. Per la

maggior parte si tratta di Sale del Commiato, mentre sono 5 le Case Funerarie,

all' interno delle quali, tuttavia, risulta, da una ricerca da noi svolta, che non

vengono praticate particolari tecniche di tanatoprassi.

Questo mese abbiamo intervistato La Piramide, in Versilia, per parlare di

tanatoprassi e di organizzazione del rito funebre all' interno di una Casa

Funeraria. Ci siamo interfacciati con Emanuele Ricci, titolare, e Roberto

Rebughini, direttore delle Onoranze Funebri.

“All' interno della Vs. Casa Funeraria, viene praticata la tecnica della

tanatoprassi?”

Al momento, no. Adottiamo una serie di procedure per garantire e controllare le

condizioni del cadavere durante la sua permanenza all' interno della struttura;

per quanto riguarda invece la conservazione della salma stessa, in questa Casa

Funeraria, non usiamo mettere in pratica tecniche di tanatoprassi.

Ad esempio, cambiamo l' aria all' interno della sala, almeno 7 volte ogni ora.

Inoltre ci occupiamo del controllo dell' umidità e del controllo della salma, della

temperatura corporea e dei movimenti. Qualora si verificasse un evento in

questo senso, la nostra struttura è dotata di appositi dispositivi di allarme e

segnalazione.

Quella che viene chiamata comunemente “imbalsamazione” della salma, o in

termini migliori la sua cura e conservazione, invece, purtroppo, non è una

pratica molto usata qui nella nostra Regione, tanto che in 20 anni che

esercitiamo la nostra professione, ci è capitata una volta sola una richiesta in

questo senso. Ma stiamo parlando di 12 – 13 anni fa.

Attualmente, bisogna ammettere che nessuno dei nostri clienti ci ha manifestato

particolari richieste od esigenze in questo senso. C'è da dire che purtroppo i

tempi sono anche quelli che sono, dove le famiglie, soprattutto quelle di media

“classificazione” sociale, tendono spesso a risparmiare sulla cerimonia funebre,

 

prediligendo riti minimali.

Prova questa che la tanatoprassi, importante tecnica di cura, conservazione e

trattamento estetico della salma, non è ancora diffusa molto nel nostro Paese, o

quanto meno, praticamente quasi del tutto assente sul nostro territorio toscano.

Tuttavia, sarebbe importante una sensibilizzazione della cultura della nostra

società e dei nostri usi e costumi e tradizioni, per riconoscere l' importanza di

una pratica che è di notevole aiuto, sia dal punto di vista dell' igiene che dal

punto di vista della cura dell' ultima immagine del caro defunto scomparso.

“Come è nata la Vs. Casa Funeraria e cosa la contraddistingue?”

La Casa Funeraria è un luogo di ritiro e di preghiera, dove si respira intimità,

calore umano e sensibilità. Onoranze Funebri La Piramide è un azienda

giovane. Dopo quasi 20 anni nel settore, il titolare Emiliano Ricci, infatti, ha

intrapreso questo percorso 2 anni fa. La nostra è una struttura unica perché è la

sola casa funeraria della Versilia, nata adiacente all' area ospedaliera.

Ci sono, al suo interno, 3 Sale del Commiato ed ogni spazio è personalizzabile

per il proprio credo. Nelle Sale, si trova un monitor 38 pollici, dove

tradizionalmente, viene proiettato il manifesto funebre, ma c'è la possibilità di

mettere anche video o una canzone.

I congiunti e i familiari, così, hanno la possibilità di vegliare il proprio caro per

circa 24 ore, fino ad un massimo di 48, anche se non se ne consiglia il

prolungamento oltre questi tempi, per ovvie ragioni igieniche. Ecco quindi, che,

come dicevamo prima, le tecniche di tanatoprassi verrebbero, in queste

occasioni, davvero in aiuto per prolungare la veglia e per offrire il miglior

ricordo del caro scomparso, garantendone un' immagine quanto più dignitosa

possibile, e cercando di alleviare le sofferenze che è necessario spesso

affrontare nel fine vita.

Gli spazi interni sono molto curati, con arredamenti minimalisti ma efficaci per

trasmettere una sensazione di serenità, di quiete, di intimità e di preghiera.

L' ambiente intorno, poi, è degno di nota. La Casa Funeraria nasce all' interno di

una verde pineta, la struttura ha una bella vetrata che offre uno spazio arioso, le

pareti sono dorate, una diversa dall' altra, a testimonianza delle varie

sfaccettature umane. Ci sono anche alcune lastre di vetro, tutte alte uguali:

questo significa che siamo tutti uguali su questa terra.

Abbiamo un percorso, quello dell' acqua, che simboleggia la nascita, ma anche

il percorso della vita, con un paio di ostacoli e un vortice finale, che riporta all'

origine di tutto, come il ciclo di tute le cose.

Certamente, la Casa funeraria è ben diversa da una più semplice Cappella del

Commiato, dove per legge non si può tenere la salma aperta, e che ospita,

quindi, i cadaveri a cassa chiusa; per non parlare delle strutture ospedaliere,

ben più fredde e “ ostiche”.

 

“Qual' è lo scopo della Casa Funeraria? Come cambia, in questo senso, il

rapporto con le persone?”

Se vogliamo dirlo in poche parole, la finalità della Casa Funeraria è trasmettere

questo concetto: umanizzare e valorizzare anche un evento così tanto doloroso,

come l' evento morte. La perdita di un caro congiunto è sempre un evento

traumatico e destabilizzante, ma quello che apprezzano i clienti di una Casa

Funeraria è proprio il calore umano. Il personale mantiene un rapporto

particolare con la famiglia: nella Casa Funeraria, si è a contatto con la famiglia

8 - 10 ore durante la veglia funebre, si ha un rapporto giornaliero e quotidiano,

un rapporto continuativo, se vogliamo, e sicuramente tutto ciò è molto diverso

rispetto alle tradizionali attività che si svolgono in un luogo “freddo” come può

essere l' obitorio, dove il personale dell' impresa funebre si occupa delle

semplice attività ordinarie.

Le persone vedono sicuramente il nostro lavoro in modo diverso. Diciamo che

questa differenza si fa sentire molto. Un tempo, e parlo di 20 o 30 anni fa, si

faceva di tutto per poter vegliare il caro congiunto a casa. Adesso le cose però

sono cambiate: spesso e volentieri gli spazi delle mura domestiche sono quelli

che sono e sono mutate anche le esigenze familiari. Ci sono bimbi piccoli...

oppure, parenti che fanno visita a qualsiasi ora. In una Casa Funeraria è un' altra

cosa, l' ambiente è più intimo e raccolto, si ha tempo a disposizione in un

contesto di “tranquillità.”

Certo, si parla di un contesto più sano, anche igienicamente, anche se le

tecniche di tanatoprassi darebbero indubbiamente un nuovo impulso in questo

senso, contribuendo a migliorare il settore e sensibilizzare verso un' ottica

diversa, per porre massima attenzione sulla cura, sull' igiene, sull' estetica per

offrire un' immagine quanto più serena possibile del caro scomparso.

In questo modo, inoltre, si potrebbero, col tempo, correggere anche molte

concezioni. Il rito funebre sta cambiando, e nonostante il tabù e la riluttanza

verso le tematiche della morte siano sempre presenti (ci permettiamo di

segnalare anche una certa mancanza di valori, soprattutto da parte delle nuove

generazioni), il nostro auspicio è sicuramente quello di poter rivalorizzare e

umanizzare, a livello di costumi e di società, di pensieri, e di credi, questa fase

così importante della nostra esistenza.

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Redazione TanMagazine 29/03/2021

Ultimo viaggio a zero emissioni? Ecco la Tesla trasformata in carro funebre

Sembra quasi scontato ricordarlo, ma le auto elettriche sono perfette come carro funebre. Devono infatti solitamente percorrere brevi distanze, a volte davanti a cortei, e non avere i gas di scarico è un vantaggio notevole. Uno specialista norvegese ha trasformato questa Tesla Model S, allungando l'auto di 80 cm, modificando gli interni e la carrozzeria, ed ora è in vendita per l'equivalente di 200.000 dollari.

In Norvegia è noto che il settore delle auto elettriche è in piena espansione, in particolare hanno riscosso un grande successo tutti i modelli Tesla attribuendo al paese il titolo di mercato europeo più interessante per la casa automobilistica americana della grande T.

Un successo così importante lascia spazio anche ad una rapida e varia personalizzazione delle auto,  il mercato delle quattro ruote elettriche è riuscito a conquistare anche quello delle onoranze funebri: in vendita infatti un carro funebre su base Tesla Model S proposto al prezzo di ben 200.000 $.

Opportunamente ampliato e modificato questa autofunebre elettrica, se ci soffermiamo a pensare, la destinazione d'uso  si sposa molto bene con la funzione che dovrà svolgere nei cortei funebri, risultando un'abbinata molto azzeccata:

  • Percorrenza di distanze relativamente corte
  • Possibili lunghi tempi di ricaricare
  • Completamente silenziose
  • Zero emissioni
  • In grado di procedere anche a velocità molto lente

Il modello in questione è del 2018 ed ha all'attivo solo 1.000 km, è stato realizzato dall'artigiano Jan Erik Naley il quale, oltre a modificare gli interni, ha dovuto allungare l'intera vettura di oltre 80 cm per poter realizzare a dovere tutta la dotazione interna, con il prezzo di 1.999.000 SEK, circa 207.500 $, può sembrare una vettura costosa, ma in realtà è in linea con gli standard del settore, senza contare i costi più bassi di alimentazione.

Sicuramente, in prima battuta, l'originalità del mezzo attira l'attenzione, ma lascia comunque un fondamento di interesse per le caratteristiche azzeccate per il settore al quale è destinato

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Michel Cioffi 17/09/2020

Perché molte persone sono riluttanti ad avvicinarsi al corpo di un loro caro defunto? Perché sono insensibili?

Non appartengo al settore funerario. Mi occupo d'immagine. Immagine di vivi e non di defunti. Fino a non molto tempo fa, ignoravo tutto della tanatoprassi e guardavo con una certa diffidenza tutto ciò che era legato all'attività funebre, attività che consideravo come un male necessario. Necessario, ma sempre un male. Penso tutt'ora che il mio atteggiamento fosse comune a molta gente. Come molte persone, non ero per nulla attratto dal vedere i cadaveri anche se la mia professione mi aveva portato su vari scenari di guerra e calamità naturali dove dolore e morte facevano regolarmente parte dello scenario. Ma in quel caso era diverso: il contatto con la morte apparteneva alla sfera della professione. Era routine.

Dopo essermi avvicinato alla tanatoprassi, sempre per professione, mi sono posto una domanda: perché molte persone sono riluttanti ad avvicinarsi al corpo di un loro caro defunto? Perché sono insensibili? Non penso. La ragione è che l'immagine che vogliono conservare, che vogliono ricordare del loro caro non è quella del morto. La fissità del viso di un cadavere ha una grande forza espressiva e spesso, vi si legge in maniera inesorabile sofferenza e dolore. Si vogliono ricordare immagini di momenti felici. Eppure quell'immagine, quell'espressione sul letto di morte o nella bara, vista anche per un attimo, t'insegue e ti perseguita.

Ed è lì che tanatoprassi e tanatoestetica possono svolgere un importante ruolo sociale e di civiltà: curandone l'aspetto si ridà ad una persona, perché sempre di persona si tratta, la dignità che non di rado aveva perso nell'ultimo periodo della sua vita.

Il mondo di oggi è un mondo dove la cura dell'immagine è quasi portata ad esasperazione. Prodotti per l'estetica, la cura del corpo e del viso non conoscono crisi. La cura dell'immagine diventa una priorità impostata dai rapporti professionali e sociali e non si capisce perché questa cura non dovrebbe riguardare proprio l'ultima immagine che uno lascia di se. Chi rimane dovrebbe percepirlo come un segno di rispetto, un obbligo morale.

Tanatoestetica e tanatoprassi dovrebbero diventare una prassi e non l'eccezionalità. Prassi lo sono già in America e lo stanno diventando nel Regno Unito in Francia e in altri paesi europei. Sono personalmente convinto che se la gente fosse correttamente informata non avrebbe difficoltà ad aderire a patto che non venga spaventata da una terminologia sconosciuta e persino intrigante. Si dovrebbe semplicemente parlare di cure di conservazione come accade in Francia dove la stessa legge recita: “soins de conservation”.

I popoli antichi consideravano la nascita e la morte come due momenti fondamentali ai quali partecipava tutta la comunità. L'era moderna, che ha progressivamente disgregato le comunità, anche quella familiare, tende a limitare le forme e i momenti di partecipazione. Ritrovarsi e magari riallacciare rapporti da tempo affievoliti può essere una grande opportunità e la tanatoprassi può ridare una serenità familiare in un momento così delicato come quello del commiato.

Per avere successo in società si dice che bisogna “nascere bene” a chi ci lascia deve essere consentito “morire bene”.

 

 

Michel C.

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Redazione Tan Magazine 17/09/2020

Jean-Nicolas Gannal, ideatore della tanatoprassi moderna

Personaggio eccentrico e controverso, Jean-Nicolas Gannal (1791-1852) ha dato il suo nome al metodo Gannal, considerato il metodo alla base della tanatoprassi moderna. Come molto spesso accade, la fama di cui gode Gannal nel campo della tanatoprassi, è in parte usurpata in quanto il procedimento di conservazione dei corpi per via d’iniezione vascolare era già stato attuato dal medico italiano Giuseppe Tranchina qualche anno prima di Gannal, e addirittura un secolo prima

dall’anatomista olandese Frederik Ruysch che con il suo liquor balsamicum è considerato il primo ad avere utilizzato l’iniezione arteriosa per la conservazione dei cadaveri.

Le parti anatomiche e i corpi conservati da Ruysch suscitarono un notevole interesse tanto che, a quasi un secolo dalla sua morte, Giacomo Leopardi scrisse un’ opera intitolata Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

Sembra che, attraverso le sue mummie, Ruysch volesse trasmettere il messaggio che lui – e solo lui – fosse in grado di sfidare la morte rendendo l’aspetto di un morto simile a quello di un dormiente. Enfatizzò sempre la naturalezza delle forme e la flessibilità dei corpi diversi da quelli vivi solo per la mancanza di movimento. Era convinto che nessuno sarebbe stato in grado di raggiungere il suo livello di perfezione. Per questo non volle divulgare il suo metodo. Mantenendo il segreto sarebbe potuto rimanere l’unico valido intermediario tra il mondo dei vivi e la morte. Il metodo non sopravvisse quindi all’autore.

Tornando a scrivere di Gannal va altresì ricordato che l’americano Holmes, che gode di fama ancora maggiore rispetto allo stesso Gannal, specie negli Stati Uniti dove l’embalming nel senso moderno del termine è diventata ormai routine, trasse il suo metodo dalla traduzione in inglese di Histoire des Embaumements scritto da Gannal nel 1838 e tradotto in inglese nel 1840.

Fino al XIX° secolo i metodi di conservazione dei corpi erano molto invasivi, con asportazione di alcuni organi e tagli sulla muscolatura per fare penetrare polveri, aromi e altre sostanze.

Una rivista del 1842 descrive così il metodo Gannal: “Grazie al procedimento inventato dal sig. Gannal nulla è più come prima. Una piccola incisione sulla parte laterale del collo per introdurre il liquore di conservazione, tramite una pompa; poi, all’esterno, tessuti bagnati con liquori aromatici; due ore di tempo ed è tutto finito … non serve nemmeno spogliare il corpo che deve essere imbalsamato … il corpo di un bambino trattato con questo metodo è stato esposto per tre mesi nell’obitorio di Parigi … Un condannato, imbalsamato dal sig. Gannal è stato esposto a Londra per due anni agli occhi del pubblico … è auspicabile che il procedimento del sig. Gannal diventi popolare e questo sarà possibile grazie al prezzo contenuto di questo trattamento …

Su Gannal si sono scritte tante cose. Ad esempio che avesse sperimentato il suo metodo per rimpatriare i corpi di alcuni soldati morti nella battaglia della Berezina durante la campagna di Russia di Napoleone. Questo appare molto improbabile in quanto lo stesso Gannal fu fatto prigioniero dai russi alla Berezina. E’ invece vero che, come addetto ai reparti sanitari, partecipò a numerose campagne napoleoniche, fu fatto sette volte prigioniero e riuscì sempre ad evadere. Sopravvisse a Waterloo.

Tornato a Parigi lavora come chimico al laboratorio di chimica del Politecnico di Parigi prima e a quello dell’Accademia delle scienze, dopo.

E’ protagonista di diverse invenzioni: cere industriali, collanti, inchiostri, gelatine da sotto-prodotti animali che conserva con procedimenti chimici.

Fa ricerche sulla conservazione dei cadaveri per i laboratori di anatomia. Nel 1837, l’accademia delle scienze lo invita a fare delle prove sul metodo di conservazione dei corpi dell’italiano Tranchina per via di iniezione arteriosa di acido arsenico. Dà parere negativo insistendo sui pericoli, per la salute pubblica, rappresentati dall’arsenico. Facendo così finta di dimenticare che anche il suo liquido di conservazione, brevettato nello stesso anno 1837 contiene arsenico.

Ma quando nel 1845 l’Accademia di Medicina di Parigi fa un confronto tra il metodo Gannal e il metodo Sucquet, viene rivelata la presenza di arsenico nel liquido di Gannal che proprio per questo viene screditato. Il suo liquido è soppiantato da quello del suo concorrente, l’imbalsamatore J.P. Sucquet, a base di cloruro di zinco. Nonostante le critiche del mondo accademico e scientifico, grazie alla traduzione in inglese del suo libro, Gannal è noto in America ed è studiando il suo metodo e il suo liquido che Thomas Holmes svilupperà il proprio fluido togliendo la componente d’arsenico. Il metodo di Holmes conoscerà un notevole successo con la guerra di secessione. Holmes dichiarerà di aver praticato personalmente 4028 trattamenti. Al prezzo di 100 dollari per intervento, Holmes tornò nella sua natia Brooklyn da uomo ricco. Successo e ricchezza dovute in gran parte ad un eccentrico inventore parigino di nome Jean-Nicolas Gannal.

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