7 articoli nella categoria Tanatodialoghi

Nicolas Tiburzi 19/08/2021 0

La Chiesa può negare un funerale?

Se il defunto è un criminale mai pentito, può ricevere la benedizione di un sacerdote ed essere seppellito in un Campo Santo?

Chiedersi se la Chiesa può negare un funerale e quando può farlo obbliga a dare un’occhiata al Diritto canonico, ma anche all’essenza stessa della Chiesa cattolica. E pone anche qualche problema, per così dire, etico che viene spesso valutato di volta in volta a seconda del soggetto, delle circostanze e dal sacerdote.

La morte di Totò Riina, come prima quella di Bernardo Provenzano e di altri criminali che non si sono mai pentiti delle atrocità che hanno commesso, ha portato di nuovo alla luce la posizione della Chiesa sull’opportunità o meno di fare un funerale (pubblico o privato che sia) ad un delinquente di tale portata.

 Funerale di un criminale: cosa dice il Diritto canonico

In base al Diritto canonico [1]la Chiesa cattolica può negare un funerale se prima della morte il soggetto non ha dato alcun segno di pentimento dei suoi errori e se:

·                                 è notoriamente apostata, eretico o scismatico (cioè se è andato di proposito contro gli insegnamenti della Chiesa e della fede cattolica, anche se in apparenza ha osservato alcuni riti come quello del matrimonio o del battesimo dei figli);

·                                 ha scelto la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana;

·                                 è stato un peccatore manifesto.

Lo stesso articolo, però, invita a sentire il parere dell’ordinario del luogo (il parroco, il vescovo) e di sottomettersi al suo giudizio personale. Significa che ci potrebbe essere un sacerdote che, per suoi motivi di pensiero ed in coscienza, potrebbe decidere di negare o di accettare di celebrare il funerale di una certa persona o di benedire la sua salma.

Il giudizio del sacerdote: quando sì e quando no

Spesso la rabbia di fronte ai crimini commessi da una persona può portare a giudizi assolutamente comprensibili ma, di fronte alla sostanza della legge (in questo caso della legge ecclesiastica), non sempre corretti. Succede anche con le questioni che riguardano tematiche più profane: una sentenza che applica la legge alla lettera o l’interpretazione di un giudice può essere più o meno condivisa, ma quella è e quella bisogna accettare.

Nell’argomento che ci occupa, un sacerdote o un singolo vescovo hanno il titolo di decidere quando la Chiesa può negare un funerale? Tecnicamente sì, perché hanno ricevuto un mandato per rappresentare la legge divina, così come un magistrato lo ha ricevuto per rappresentare la «legge umana» (per chiamarla così).

Sta dunque al giudizio del prete o del prelato stabilire se il passato del defunto e le circostanze sociali permettono di poter celebrare un funerale pubblico o meno.

Ma se la famiglia chiedesse il funerale privato, lontano da tutti per non creare scandalo pubblico, il sacerdote come si deve comportare?

Qui si entra in un terreno molto delicato. Vangelo alla mano, la fede cristiana si basa sul perdono e sulla redenzione. La benedizione di una salma ed il rito funebre comportano, però, un perdono che viene concesso soltanto a chi lo chiede. Se uno non si pente di quello che ha fatto, di che cosa lo si deve perdonare? Se il defunto non lo ha fatto, nemmeno la famiglia può chiederlo al suo posto. Si può stare vicino ai parenti, li si può consolare se non hanno condiviso la vita del loro familiare. Tutto qui, però. Per la Chiesa, il sacramento della confessione è vincolato al pentimento. Di conseguenza, il sacerdote può rifiutarsi di benedire quella salma e, quindi, di celebrare un funerale anche alla presenza di pochi intimi.

Naturalmente, tutto è soggettivo. In teoria, l’articolo del Diritto canonico che abbiamo citato riguarda tutti i «peccatori manifesti», cioè anche i divorziati («non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce», si sentono dire gli sposi), i ladri, chi crea pubblico scandalo. Ma mettere tutti sullo stesso piano sarebbe ridicolo: non si può paragonare un criminale come Riina ad un divorziato onesto o a un ladro di polli. Per questo, alcuni rappresentanti della Chiesa, fortunatamente verrebbe da dire, valutano di volta in volta il soggetto che hanno davanti. Altrimenti (forse) di funerali non se ne farebbero più.

Un criminale può essere seppellito in cimitero?

Teoricamente, e per i motivi che abbiamo appena spiegato, una persona che ha vissuto fuori dalla fede cattolica e che, manifestamente, ha vissuto facendo del male al prossimo non può essere seppellito in un cimitero se non ha chiesto il perdono di Dio. Il motivo non è semplice (come abbiamo appena visto) ma è chiaro: il cimitero non è un «deposito di salme» ma è un campo santo e benedetto destinato ad ospitare chi ha ricevuto il perdono divino attraverso un ministro della Chiesa cattolica. Quindi, chi non si è mai pentito di quello che ha fatto in vita e, per questo, non ha avuto un funerale cattolico, non può riposare in cimitero.

Qualche anno fa avevano fatto scalpore i funerali in pompa magna di Vittorio Casamonica a Roma. In quell’occasione Famiglia Cristiana aveva intervistato il teologo Silvano Sirboni che si espresse su quelle esequie degne di un principe del Rinascimento.

Il funerale non santifica la vita di nessuno – affermò Sirboni – mette le mani di ciascuno nelle mani della infinita misericordia di Dio”. A meno che non ci sia un rifiuto in vita da parte del soggetto in questione, tutti hanno diritto ai funerali in quanto battezzati “Magari sono stati infedeli al battesimo, ma la Chiesa prega anche per loro“, continuò.

 

Nessun parroco può rifiutare di celebrare un funerale, – continuò il teologo – a meno che non ci siano prove che sia stato rifiutato dal defunto stesso”.

 

Qualche anno fa anche il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, aveva intimato ai suoi sacerdoti di non celebrare in chiesa i funerali dei boss della camorra.

 

Conclusioni

La Chiesa non è un’istituzione sociale o umanitaria qualsiasi e che rivolge i propri servizi a chiunque, né tanto meno offre un servizio di onoranze funebri indifferenziato.

La celebrazione delle esequie ecclesiastiche è stabilita dal diritto canonico con riti, simboli e canti ben precisi per cui nessun fedele ha il diritto di modificare il rito liturgico. La Chiesa agisce in foro esterno in quanto non può giudicare le intenzioni del cuore e la responsabilità morale di ciascuno, ma può attenersi ai soli atteggiamenti espressi o dichiarati pubblicamente in vita. La Chiesa, tuttavia, prega per tutti i peccatori, per la loro conversione e ne invoca la misericordia divina.

 

 

Fonti:

Famiglia Cristiana
laleggepertutti.it

 

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Laura Liberale 11/04/2021 0

Un Percorso di Death Education

Laura Liberale intervista Elena Alfonsi

Perché ti occupi di raccontare la morte attraverso l’analisi delle opere d’arte?

Le opere d’Arte sono una straordinaria opportunità per fornire concretamente all’individuo la

dimostrazione di come le dimensioni individuali, relazionali, sociali entrino inevitabilmente in

gioco nei rapporti tra morte, cultura e storia; situazioni sociali e biografie individuali; condizioni di

malattia e vita quotidiana; perdite ed elaborazioni nelle diverse età della vita; interiorità e codici

comportamentali condivisi.

Se riteniamo che la cultura del mondo debba essere tutelata, ossia difesa e salvaguardata, poiché

fondante per la vita degli uomini, dovremmo ritenere, a maggior ragione, che anche la vita degli

uomini debba poter essere tutelata quindi difesa e salvaguardata ma anche: assistita, curata, protetta.

A questo proposito il percorso di DeAd che propongo, e che si intitola La Morte nell’Arte pone

attenzione, con l’ausilio delle immagini di opere d’Arte, alla sofferenza, al dolore e alla perdita

cercando di riconoscere nelle creazioni artistiche dell’uomo i profili dell’angoscia causata

dall’incontro con la morte e osservare come gli artisti abbiano gestito il suo racconto. L’insieme

delle opere d’Arte prese in considerazione daranno la possibilità di instaurare un confronto culturale

ampio in grado di promuovere l’integrazione della morte nella vita.

L’Arte permette di continuare a sensibilizzare la società sulla fondamentale importanza di divulgare

il lavoro dei professionisti che si occupano della cura dell’angoscia per la morte. Questo con

l’educazione, che è formazione, per portare a considerare le esperienze di perdita (intesa nelle sue

varie accezioni) e di lutto, come parti essenziali del senso della vita.

La paura di morire, di un corpo che si trasforma e della sua successiva decomposizione sono

ossessioni da emarginare. Per questo è indispensabile colmare la distanza che separa il pensiero dei

vivi dal loro giungere comunque inesorabilmente a un termine conducendo la società a raggiungere

un conveniente livello intellettuale e morale per divenire: “amica della morte” - “alfabetizzata dalla

morte”.

Guidare alla presa di coscienza dell’ultimo avvenimento della vita umana, reintegrando il pensiero

della morte nella vita collettiva, è un terreno educativo da presidiare in una prospettiva didattica

costante, non emergenziale né riparatoria ossia che tenda ad allontanarne o peggio sradicarne il

ricordo. Dobbiamo invece favorire il riavvicinamento dell’uomo al pensiero della morte. L’obiettivo

è rendere cosciente la comunità della fondamentale importanza di un percorso di consapevolezza

dell’esistenza di un fine vita nell’inscindibile rapporto con la vita. Attraverso la cultura potremo

sempre riflettere sulla cessazione delle funzioni vitali nell’uomo per rendere gli individui più maturi

e di supporto nei riti di passaggio per la pace dei vivi.

Le immagini di opere d’arte create da artisti del passato o contemporanei, stimolano a una

osservazione in grado di scomporre segno e colore, offrendo l'opportunità di un nuovo sguardo

dell’opera che ha in sé la morte quale fondamentale potenza creativa tutt'altro che scevra da un

assillante pensiero.

Quali sono le opere d’arte che prendi in considerazione?

Sin dall’antichità il compianto, il rito funebre e la sepoltura sono stati rappresentati da una

complessa gestualità e da una serie di credenze e superstizioni. Si trattava di riti di passaggio che

accompagnavano il corpo del defunto assicurando il distacco della sua anima e l’impossibilità di

ritornare nelle spoglie di un fantasma. La Chiesa tentò di attribuire a queste ritualità un fondamento

di fede, ma risultò molto difficile anche soltanto accostare il rito antico a valori cristiani. Benché

l’impresa fu irta di ostacoli il cordoglio collettivo, il funerale e la sepoltura, nel corso dei secoli

acquisirono un valore distinto di cerimonie di un “esodo” dell’anima dal corpo senza più vita alla

vita eterna, dannata o beata che fosse, e attribuirono ai vivi il ruolo di intermediario affinché i morti

giungessero più agevolmente in Paradiso. Era quello il momento del commiato in cui la ritualità

formulava la richiesta di riposo e luce eterna che contraddistinguono la pace della vita oltre la morte

terrena.

 La persistenza delle tradizioni antiche, l’avvicinamento di motivi cristiani e il dolore umano

espresso di fronte al corpo morto hanno caratterizzato il rito funebre, già codificato da liturgia e

legislazione, estremamente complesso anche da raffigurare. Nell’ambito della rappresentazione

passionale figurativa molti studiosi, con non poche difficoltà, si sono impegnati a ricostruire la

ritualità che ha permesso di osservare il modo etimologicamente originario di intendere la passione.

Partendo da questo specifico significato l’analisi delle opere d’arte, del passato o contemporanee

che contengano elementi di relazione con la morte del corpo o rappresentino la morte di un corpo

come tipi diversi di configurazione, ritengo possa essere fondamentale per la narrazione della morte

in contrapposizione alla paura di morire.

Quali casi ritieni possano essere il fondamento dello studio sulla rappresentazione della morte?

La morte di Cristo o il martirio di San Sebastiano sono i due casi che ne danno una versione

particolare, ossia la morte come atto del morire poiché è coinvolta una tematica passionale che è

l’atto puntuale del morire. È questo il motivo per cui è inevitabile il coinvolgimento di

un’aspettualità della sofferenza: incoatività dell’agonia, puntualità dell’atto di morte, duratività

dell’essere morti. Da qui e dalla struttura che ne deriva è possibile vedere come la natura aspettuale

del morire in alcuni periodi storici venga caricata di contenuti ideologici che per essere espressi

nell’arte dovranno presentare figure particolari che siano in grado di rappresentare tale aspettualità.

Tuttavia parlare della morte come figura rappresentata è parlare della fisionomia della morte come

accadimento fisico che coinvolge l’essere umano, ma anche dei suoi simboli e dei suoi emblemi.

Tra gli artisti contemporanei che hai inserito nella tua ricerca quale potresti segnalarci in questa

occasione di dialogo?

Sono felice che tu mi abbia fatto questa domanda Laura perché mi permette di citare un artista

italiano di fama internazionale che ammiro: Agostino Arrivabene. Ritengo che tra le opere ancora

nel suo studio, una sia l’emblema di questa estenuante pandemia. È un lavoro del 2016 intitolato

Martyrii Corona che fu esposto in una ricca personale alla Casa del Mantegna a Mantova proprio in

quell’anno. Ricordo con chiarezza che quando la vidi mi si palesò immediatamente non solo una

precisa immagine di morte, ma anche la sensazione di percepirne la temperatura e l’odore. Non il

corpo ma l’interpretazione perfettamente rifinita, nello stile di un’artista di pittura meditativa colta,

di uno dei simboli della passione di Cristo: la corona del martirio. In uno spazio in cui la luce

sembra persino riluttante ad assumere il ruolo che le compete, una corona di capillari sanguiferi

posa in bilico di fronte a chi osserva su una spessa lastra marmorea dipinta a tutta lunghezza.

Un’architettura dal personale grafismo a punta di pennello, una fitta rete di sottilissimi vasi che

sembrano agitarsi come le ciocche sconvolte della “capellatura” medusea. Adagiata con sublime

delicatezza Martyrii Corona travalica lo stato di incertezza e precarietà dell’uomo, citando una

canestra del passato che riferiva della transitorietà tra la vita e la morte. L’ariosa consistenza

plastica posta al centro della pietra dirama come da una spina, verso l’alto e verso il basso, mentre il

calore che l’abbandona esala e si eleva con sottili stalagmiti cuneiformi. Essa tenta la fusione tra i

due mondi in uno schema derivato in pittura dai fiamminghi, visto in Bellini, in Mantegna, che

contrappone al gelido piano la danza di sangue arborescente, non ancora coagulato, percorso dalla

luce. Vibranti di quel colore, che forse più di tutti riporta alla realtà della morte, gli elementi

organici appaiono fisicamente tangibili inondati dalla delicata luminosità che non assorbe il dramma

ma al contrario lo amplifica e lo mette a nudo fondendolo al freddo e all’angoscia stimolata dalla

rigida pietra. Inevitabile legare il sentimento umano di chi osserva all’evidenza del sapiente studio

del disegno dall’antico, della sua comprensione, dal fatto di saper vedere il vero ed essere in grado

di trasformarlo in un’opera universale mai così attuale e capace di parlare nel tempo. Un dipinto

geniale e di forte intensità perché Martyrii Corona è il pianto dei dolenti che in questo triste

momento della storia dell’uomo sono stati travolti dal dolore per la morte dell’altro. Anche il rigore

della rappresentazione ci pone di fronte ad un crescendo di linee parallele in una prospettiva

bloccata, tagliata ai lati per attribuirle un valore psicologico: ciò che è dettato dal rigore scientifico

presuppone una lettura attenta. La pietra dipinta a marezza fornisce indicazioni precise sulla sua

 consistenza e permette di comprendere le capacità dell’arte attraverso le qualità pittoriche di resa

che dimostrino come le opere che possiedono la forza di coinvolgere, debbano necessariamente

vedere unite nell’artista pittura e intelletto. Inevitabile che questa immagine non possa che rimanere

impressa in modo indelebile nella memoria per il rigore composto della tecnica, la precisione

prospettica, la capacità di rappresentare la realtà fatta di minuti particolari, l’invenzione

nell’accostare gli elementi. Una serie di passaggi bilanciati e graduali impongono allo sguardo di

procedere lungo la verticale dell’opera e scivolare sulla materia diversa. Il segmento temporale del

racconto, dal martirio alla gloria raggiunta con il sacrificio della vita, è preghiera di dolore. Ed è

così che l’esaltazione della sofferenza, di quel sangue versato, è passione che rivive nella perdita di

vigore materico in un progressivo levarsi al cielo. Una supplica ricreata sul ribaltamento della

consistenza, da solida a vapore che come fiamma trionfante ci esorta a non perdere la speranza.

In questa rappresentazione della morte vi è uno dei modelli di costruzione pittorica. Daniel Arasse

ha ben dimostrato che la prospettiva di Filippo Brunelleschi presenti un’esigenza di esattezza e di

coerenza della scena della pittura indipendentemente da ciò che vi si rappresenta, per cui attenzione

allo spazio. Leon Battista Alberti invece propone una prospettiva dove esattezza e coerenza sono in

funzione della narrazione, quella da lui definita “istoria”. Eppure, benché senza corpo, quest’opera

riveste un ruolo pedagogico-emozionale e stimola a provare passione poiché il meccanismo di

identificazione che si innesca tra il dipinto e colui che osserva, proprio in questo specifico tempo di

grande sofferenza del mondo, si attiva dalla dichiarata equivalenza di passione come movimento

dell’animo e il movimento creato dalla pittura. Mi pare evidente che questo modello possa essere

inserito nelle sfide alla natura della rappresentazione bidimensionale statica, dove lo spazio coerente

ed esatto è un principio ottico e geometrico. D’altro canto non potremo esimerci dal considerare in

questo luogo di dolore la possibilità di includere anche ciò che non è mai omogeneo alla natura del

piano dell’espressione della pittura, ossia la linearità della dimensione temporale del movimento,

cioè dell’azione.

Grava sull’uomo la drammatica esperienza di troppe improvvise sottrazioni e in questa tela il

messaggio è chiaro quand’anche raggiunga lo sguardo più vano. Forte è l’opera che seduce e nutre

il pensiero con immagini che raccontino del tempo che porta il morire di chi amiamo e di noi.

 

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Elena Alfonsi

Laureata in Storia della Critica d'Arte all'Università degli Studi di Padova scrive dal 1992 come Critica d'Arte.

Dal 2018 è Presidente dell'Associazione Culturale Aretè. Dal 1992 al 1997 a Milano è Consulente Scientifica per le acquisizioni della collezione privata appartenuta al Dott. Giorgio Cappricci.

Dal 1992 al 1999 è a Venezia come Consulente Scientifica di una Collezione Privata. Abita a Mantova ed è Critica d'Arte indipendente diplomata in Tanatologia Culturale al Master Death Studies e the End of Life - Dipartimento FISPPA - Università degli Studi di Padova con cui collabora dal 2018. Si occupa di arte, cultura e Death Education attraverso la pittura, la scultura, la fotografia, la letteratura, la poesia. E’ scrittrice, ideatrice di progetti didattico–culturali, di progetti di responsabilità etica a sostegno della cultura, di laboratori didattico formativi per un corretto approccio all’arte. Dal 2017 organizza a Mantova, nella prestigiosa sede della Casa del Mantegna una Rassegna di Cultura intitolata Alla fine dei conti. Riflessioni sulla vita e sulla morte. 

Dal 2018 promuove il Progetto “La morte nell'Arte. La cultura veicolo di sviluppo”. Dall’A.A. 2019/2020 è Docente Esterna di Storia dell'Arte e Storia della Critica d'Arte alla Accademia Internazionale dell'Intaglio a Bulino e Belle Arti di Bruno Cerboni Bajardi a Urbino. Dal 2019 collabora con l'Istituto Mantovano di Storia Contemporanea di Mantova.Dal 2022 come Socia AGC sarà l'organizzatrice di un'esposizione itinerante, la prima in Italia, dedicata al Gioiello Devozionale Contemporaneo in collaborazione con AGC Associazione Gioiello Contemporaneo, che inizierà da Padova nell'Oratorio di San Rocco per poi proseguire in altre sedi.

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Laura Liberale 03/02/2021 0

Intervista alla tanatoesteta Beatrice Roncato


Ciao Beatrice! Parto col chiederti come ti sei avvicinata a questa professione?

 

Cara Laura, intanto grazie per questo spazio concesso. Mi sono avvicinata alla tanatoestetica da tre anni, dopo in realtà aver intrapreso percorsi che mi riportavano sempre a questo lavoro. La mia vocazione, a me piace chiamarla proprio così, nasce sin da quando ero piccola. Nella mia famiglia non c’è mai stato alcun timore nel coinvolgere me, come mio fratello, nelle questioni più delicate dell’esistenza, nemmeno per quanto riguarda la malattia e la morte stessa. Sono stata in qualche modo “fortunata”: ho una tradizione legata alla perdita avvenuta tra le mura domestiche, dove la morte ha visto coinvolgere i familiari nella piena dolcezza e pazienza che solo un decesso in abitazione può comportare. Mi spiego meglio: la scomparsa della nonna paterna è avvenuta improvvisamente, ma tra le sue cose più care: il suo salotto, caldo e accogliente, le sue sigarette che mai scordava, caso volle che ci fosse mio padre nella stanza a fianco quando lei se ne andò.

 Ci venne data la possibilità visto anche il mese in cui scomparve, un gelido febbraio, di trattenerla in casa sua sino al giorno del funerale, e fu proprio lì che per la prima volta ebbi modo di prendermi cura dell’ultimo atto di mia nonna. All’epoca, 9 anni fa, ancora non ero a conoscenza di corsi formativi specifici per la tanatoestetica, ma sentii in qualche modo “mio” il diritto di prendermi cura di lei, in quei particolari che la rendevano unica. L’Impresa, dopo averla riposta nel feretro, non si curò in realtà di certi accenni che solo noi familiari conoscevamo bene: senza troppo pensarci presi dal suo cassetto i suoi trucchi, il suo rossetto ed il suo smalto rosso, il suo pettine, ed un foulard che era solita indossare nelle occasioni a lei speciali. Posso dire di ricordare quel momento come fosse ieri: il pettine mi permise di accarezzarla sistemandole i capelli come a lei piaceva. Le presi le mani, gliele strinsi tra le mie, come fossero di vetro, e le misi lo smalto.

 

Le posi il foulard in modo tale da celare quella fastidiosa mentoniera che non sopporto proprio, e le stesi una lacrima di rossetto, spruzzando poi il suo profumo, di cui conservo ancora oggi la boccetta. Ciò che provai allora è ciò che provo tuttora nel prendermi cura dei defunti e degli affetti di coloro che si affidano a me: gratitudine, reverenza, consapevolezza di quanto la vita sia un battito di ciglia.

 

Pensi che sia utile questo tipo di trattamento per i dolenti?

 

Ne sono fermamente convinta, soprattutto per una buona elaborazione del lutto. Penso sia un servizio capace di rispondere a due esigenze fondamentali, la dignità del defunto e la serenità di chi rimane, del dolente.

Avere un contatto visivo con la salma di un proprio caro non è mai facile e spesso si evita di entrare in camera ardente prima della chiusura del feretro. Le persone hanno paura, hanno timore di non riscontrarvi l’immagine che si era soliti incontrare in vita. La tanatoestetica è una carezza che può aiutare ad affrontare la morte con maggiore consapevolezza, senza mascherare in realtà ciò che la morte stessa è: è indiscutibile che il corpo abbia cessato le proprie funzioni vitali, la tanatocosmesi rende tale impatto meno “traumatico” per il dolente, che può ritrovare –anche solo attraverso un particolare inconfondibile del proprio caro-quell’autenticità che è poi insita nella cura che la tanatoestetica propone. Non si tratta solo di porre del trucco, il dietro le quinte è ben più complesso: disinfezione ed igiene, vestizione decorosa e attuata in modo delicato, un maquillage leggero e che non dia l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno di sconosciuto.

Mi preme sottolineare che la tanatoestetica è solo un ramo della Tanatoprassi solo di seguito al quale, per dei risultati davvero ottimali, si può procedere con il trattamento di tanatocosmesi. Se la salma infatti non viene adeguatamente conservata dal punto di vista igienico, possono presentarsi spiacevoli risvolti nel corso della veglia pur avendo applicato la tanatoestica. Ritengo inappagabile il senso di serenità, riscontrato anche nelle parole dei dolenti, dopo aver avuto modo di dare l’ultimo saluto al proprio caro riconoscendovi l’unicità.

 Come pensi si possa rivoluzionare il nostro modo di pensare ed affrontare la morte, in una società che sembra essersene dimenticata?

 

Il Master in Death Studies & the End of Life è stato fondamentale al fine di capire quanto il nostro rapporto con la morte e il morire sia giunto ad un punto per il quale non si debba più voltarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Viviamo nell’epoca del tutto e subito, della divinazione del corpo perfetto, sempre giovane ed eterno, come se la vecchiaia e il fine vita fossero una malattia, una sorta di condanna.

Attraverso la morte dell’Altro, invece, possiamo imparare molto: affrontare la nostra finitudine, il rapporto con il nostro corpo che muta come mutano le nostre relazioni ed affetti - non eterni - e dunque meritevoli di una cura ed empatia che solo guardando in faccia anche i lati più dolorosi e negativi della nostra esistenza possono essere svelate.

 

Impareremmo a non dare nulla per scontato, a vivere il qui ed ora con consapevolezza riconoscenza verso chi abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella nostra vita.

 

 Ritengo parimenti basilare introdurre, sin dalla tenera età, percorsi di educazione alla morte che sappiano coinvolgere, con parole gentili ma sincere, anche i più piccoli. Solo in questo modo si potrà creare un terreno fertile da cui far germogliare l’idea che la morte, più che nemica, possa essere alleata nell’apprezzare in profondità la nostra esistenza terrena.

 

 Biografia

 

Dopo la Laurea Specialistica in Sociologia, si è formata come Tanatoesteta e Cerimoniere funebre. Scrive articoli per la rubrica “Spazi di riflessione” per TgFuneral24. Ha frequentato il Master in Death Studies & the End of Life (Università degli Studi di Padova) per acquisire maggiori competenze nel campo della Tanatologia al fine di offrire un maggior supporto ai dolenti e, soprattutto, una maggiore consapevolezza della Morte e del morire.

 

 

 

 

 

 

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Laura Liberale 29/10/2020 0

Intervista ad Alessia Zielo, archeo-tanatologa e divulgatrice scientifica

 Docente al Master in “Death Studies & The End of Life” (Università degli Studi di Padova). Si è occupata in particolare dei riti funebri e delle modalità di deposizione delle sepolture del passato e della società contemporanea. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical humanities.

Curatrice della sezione Il morire: Antropologia e tanatologia del Portale:

vivereilmorire.eu. Tra le pubblicazioni: Testoni, I., Zielo, A., Schiavo, C., Iacona, E. (2020). The Last Glance: How

Aesthetic Observation of Corpses Facilitates Detachment in Grief Work. Illness, Crisis & Loss 0(0) 1–17. Zielo, A.,

Liberale, L. (2019). Trasformazioni identitarie post mortem nel mondo antico occidentale e orientale, in Zorzi

Meneguzzo, L., Testoni, I. (a cura di) (2019). “Identità: costruzioni plasmate dai lutti”, Arcane Editrice. Zielo,

A..(2018). Officiare il rito funebre nel mondo antico. In Gelati, MA. (a cura di). “Ritualità del silenzio. Guida per il

cerimoniere funebre”. Nuova Dimensione. Zielo, A. After-Death Manipulation: The Treatment of the Skull in

Prehistoric Funeral. August 22 2018, Global Journal of Archaeology & Anthropology (GJAA), 427 W Duarte Rd,

Suite E, Arcadia, California, CA 91007 United States. A cura di Coron, D., Zielo A. (2015). Vedere oltre.

 

La spiritualità dinanzi al morire: dal corpo malato alla salvezza, Raccolta antologica di poesie e racconti. Rupe Mutevole.

L’archeologia, e in particolare lo studio e la decodificazione delle sepolture antiche, può

contribuire a comprendere maggiormente i cambiamenti dei rituali sia contemporanei che futuri?

In passato si era soliti pensare all’archeologia come a una disciplina prevalentemente umanistica,

interessata a recuperare i reperti “più esteticamente rappresentativi”. In seguito, si è compreso che

era necessario cercare il dialogo con altri ambiti di studio, per trovare nuovi orizzonti nella

comprensione dell’avventura dell’uomo attraverso il tempo e far collaborare archeologi con

architetti, informatici, geologi, fisici e chimici. Per esempio, nell’ambito dell’archeologia

tafonomica (lo studio delle alterazioni subite da un corpo dopo il suo seppellimento), risulta

importante avvalersi della medicina legale, dell’antropologia, della paleopatologia. Inoltre per

comprendere meglio una sepoltura è determinante l’analisi dei resti umani, il restauro e la

conservazione dei materiali osteologici. L’approccio archeologico permette di conoscere le

modalità di deposizione; i diversi tipi di giacimenti funerari; le sepolture primarie e secondarie; la

disposizione delle offerte, degli elementi della parure e dell’abbigliamento. L’antracologia, in

particolare, si occupa di analizzare i resti di carbone provenienti dalla combustione del legno usato

nei rituali funebri (le pire). E’ di fondamentale importanza inoltre analizzare con un approccio

scientifico i reperti che rappresentano, anche simbolicamente, l’individuo ivi sepolto.

Un anno fa hai compiuto uno studio su un caso di morte recente evidenziando l’importanza

della metodologia archeologica ed antropologica. Di che cosa si trattava?

Ci sono affinità evidenti tra la figura dell’archeologo, che procede a ritroso indagando sul passato

fino alla spiegazione possibile di un contesto, quella del detective che opera sulla scena del crimine

per ricostruire un omicidio, e quella dello psichiatra che, “scavando” a ritroso nella “storia” di un

paziente, ricerca la possibile origine psichica delle patologie mentali. Un archeologo “indaga” per

contestualizzare i reperti, per decodificarli, per datarli. Si chiede “come, quando e perché”. Al fine

di accertare elementi o fatti rilevanti per le indagini, gli archeologi forensi applicano le metodologie

proprie dell’archeologia (ricognizione, tecniche di rilevamento, scavo stratigrafico, archiviazione e

classificazione dei reperti) per la localizzazione e il recupero dei resti e per lo studio delle modalità

e dei processi di deposizione, anche in considerazione del contesto di ritrovamento. L’analisi e

l’identificazione dei resti ossei umani per procedere alla redazione di un profilo biologico è

demandata invece agli antropologi e agli odontologi forensi.

A volte la scena del crimine non è una stanza, uno scantinato, un sottopassaggio o una strada, ma è

sepolta: frammenti di ossa umane affiorano dopo una pioggia torrenziale; un cadavere in avanzato

stato di decomposizione viene rinvenuto durante uno scavo in un cantiere edile; un collaboratore di

giustizia suggerisce il luogo dove sarebbe stato occultato il corpo di una vittima d’omicidio.

Il corpo deve quindi essere individuato e recuperato; deve essere stimato il tempo trascorso dal

decesso, le cause di morte, le modalità di occultamento. Grazie all’analisi del contesto, allo scavo

stratigrafico in situ, l’archeologo forense è in grado di fornire elementi utili alle Forze Investigative

inserendosi come tecnico tra le discipline specialistiche che allargano il mondo della Medicina Legale edivenendo un ulteriore interlocutore della Magistratura.

Mi interessai, in particolare, del caso della morte di un ragazzo, Nicola Tincani, scomparso la sera

del 22 febbraio 2014 dopo una serata trascorsa in un locale della provincia di Padova in compagnia

di alcuni amici. Dopo due giorni il suo corpo viene trovato poco distante dalla sua bicicletta. Che

cosa era accaduto? Come e perché era finito in acqua? Ad oggi il caso è ancora archiviato. Rimane

un orizzonte di risoluzione la caparbietà con cui i genitori a tutt’oggi, tramite il legale di fiducia,

ancora richiedono la riapertura del caso con un notevole dispendio emotivo ed economico.

A distanza di alcuni anni rimangono tanti, troppi dubbi sulle reali cause che hanno condotto alla morte

di Nicola. L’impressione da osservatore partecipante esterno mi ha indotto a far emergere

l’incompletezza, la mancanza di spiegazioni adeguate e complete che supportassero la teoria

dell’incidente. Sarebbe poi emersa la mancanza di tempestività nella fase di analisi di tracce che

erano fondamentali, la loro mancata repertazione sul luogo e l’analisi sui vestiti e sul corpo stesso di

Nicola come si evince dai risultati dell’autopsia. Descrivere le reali condizioni del corpo indicando

il prelievo delle tracce dai capelli e sotto le unghie poteva fornire agli investigatori informazioni

molto utili.

La paura del morto è ancestrale, ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano.

Secondo te vi è una spiegazione a questo comportamento così universale?

La morte rappresenta da sempre, e in quasi tutte le culture, il momento più traumatico e di crisi con

cui l’uomo deve confrontarsi: l’angoscia del distacco definitivo, l’assenza di certezze riguardo

l’oltretomba, la paura, l’immediata estraneità del corpo umano privo di vita, l’eventuale dolore e il

senso del vuoto incolmabile che lascia una persona amata.

Ritrovamenti archeologici e fonti letterarie testimoniano alcuni casi di riapertura di tombe e la

mutilazione del cadavere, atti dovuti probabilmente alla volontà di rendere definitivamente innocue

persone considerate malvagie, nefaste e pericolose, delle quali si temeva il ritorno in vita e alle quali

doveva essere imputato un evento inspiegabile, come morti dovute a epidemie. Le strategie per

fermare il morto e impedirne il ritorno si possono così catalogare in base ai ritrovamenti

archeologici: impedire l’uscita dalla tomba apponendo pietre sulle gambe e sul corpo; sepoltura

bocconi (ma forse questo rituale può riconnettersi anche a una modalità di esecuzione capitale);

legare gli arti con legacci di varia natura; usare oggetti apotropaici e funzionali, come chiodi che

fissano materialmente il corpo alla sepoltura, oppure un sasso in bocca; tagliare la testa e metterla

tra le gambe.

Il corpo dopo la morte può suscitare paura e ansia che possono ricondursi alle alterazioni cui il

cadavere va incontro in fase di decomposizione in un processo che può essere “alterato”

casualmente o intenzionalmente dalla natura e dalla cultura: si manifestano processi esclusivamente

naturali (fisici, chimici, biologici) che prendono il nome di «tanato-morfosi» (dal greco thánatos,

‘morte’, e morphé, ‘forma’) e trasformano il corpo in maniera irreversibile e radicale allontanandolo

sempre più dalla sua condizione biologica di organismo individuale e autonomo, oltre che dalla sua

condizione sociale di persona. Al momento del decesso di un individuo la società si trova ad

affrontare un enorme trauma che deve essere obbligatoriamente gestito ritualmente. La vita sociale

dei resti, in quanto forma di riappropriazione culturale, si presenta allora come la risposta positiva

delle comunità umane alla fine biologica.

 

L'adozione di pratiche tendenti ad assicurare la conservazione del cadavere è diffusa presso

numerose popolazioni. Quali erano le tecniche di conservazione del corpo nel mondo antico?

 

Fin dagli albori della civiltà, gli uomini hanno sempre cercato di preservare i loro morti dalla

putrefazione.  Oltre alle imbalsamazioni degli Egizi e dei Guanches, sono stati utilizzati molti altri

metodi, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal clima. Sono stati ritrovati, in Africa ed

in Asia, dei corpi collocati dentro a cavità riempite di catrame, bitume, carbone di legna o con altri

prodotti ritenuti dei conservanti. In America Centrale ed in Perù, sono stati scoperti alcuni cadaveri

mummificati, sepolti in immense giare, riempite senza alcun dubbio di erbe, o di sale vegetale; tali

giare erano state poste dentro a grotte in cui l'aria era particolarmente secca e salubre, a temperatura

costante. Gli Egizi raggiunsero nell'arte d'imbalsamare i cadaveri una singolare perfezione,

testimoniata dalla conservazione delle loro mummie. Erodoto e Diodoro Siculo hanno lasciato

un'accurata descrizione dei loro sistemi: l'imbalsamazione era eseguita in un laboratorio chiamato

“la buona casa", da artigiani specializzati. Tecniche di conservazione del cadavere furono praticate

anche nel mondo greco-romano. Stazio ci riporta la testimonianza dell’uso di cera e altre sostanze

aromatiche e resinose della moglie di un liberto di Domiziano, scomparsa nel 95 d.C.: «gli anni non

potranno arrecare nessun danno al corpo di Priscilla, che rimarrà preservato nel tempo all'interno

della sua tomba di marmo».

È importante sottolineare che il risultato voluto era quello della mummificazione del cadavere, cioè

della sua conservazione eterna, e questo per uno scopo essenzialmente metafisico legato, nella

maggior parte dei casi, alle credenze nella metempsicosi. Bisogna aggiungere, comunque, che anche

l'igiene era, pur se in misura minore, una delle ragioni dell'imbalsamazione praticata su tutti i

defunti. L'Egitto sembra quindi avere inventato la conservazione in asepsi e l'eccellenza dei suoi

metodi ha fatto sì che i principi da esso utilizzati venissero ripresi anche nelle tanatoprassi moderne.

 

Lo scavo archeologico come metafora della nostra esistenza: è il titolo di un laboratorio che

proponi in ambito formativo a operatori sanitari e anche nelle scuole. Di cosa si tratta

esattamente?

Lo scavo, riferito metaforicamente alla nostra esistenza e ai passaggi frequenti che dobbiamo

attraversare (come accade spesso agli adolescenti), può anche rappresentare l’occasione in cui far

emergere, strato dopo strato, i ricordi che costituiscono l’identità di una persona e dei suoi rapporti

con l’ambiente familiare, sociale e culturale. Viene introdotto il metodo dello scavo archeologico

per far emergere “la propria storia”, così come accade nell’ambito della ricognizione di una

sepoltura antica laddove ogni oggetto assurge a simbolo della social persona che è stata sepolta.

I linguaggi della cura per chi cura, in particolare, è il titolo di un importante progetto che io,

insieme a Laura Liberale, Maria Giardini e Federica Lo Dato, stiamo proponendo a tutti quei

medici, infermieri e operatori sanitari che hanno dovuto fronteggiare un’emergenza sanitaria quale

l’epidemia del Covid 19. Da fine febbraio 2020 tutto il personale sanitario è sottoposto

costantemente a uno stress emotivo altissimo: una pressione difficile da sostenere e che, se non

gestita adeguatamente, potrà portare ad un crollo emotivo nel prossimo futuro. Il nostro gruppo di

lavoro multidisciplinare nasce dall'esperienza condivisa nell’ambito degli death studies (ricerche

sull’accompagnamento alla morte e sulla elaborazione del lutto) e, in particolare, nei progetti e

seminari sulla resilienza con l'utilizzo di metodologie attive innovative. Nell’ambito di questa

proposta vi sono, accanto agli interventi di tipo psicoterapico, i seminari relativi alla scrittura e alla

archeologia riabilitativa, utilissime strategie per valorizzare il lavoro dei numerosi caregivers a

contatto ogni giorno con la malattia e la morte.

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Laura Liberale 29/09/2020 0

Questo mese incontriamo la Servizi Funebri Ramini, della provincia di Padova.

Un’impresa giovane, sia in senso cronologico sia per la giovane età del titolare, ventitré anni per l’esattezza. E proprio da qui vorrei partire.

In molti mi hanno chiesto come mai un ragazzo della mia età si fosse

avvicinato a questo ambiente e tante volte sono stato deriso e bistrattato

da chi mi chiamava “il becchino” facendo gesti scaramantici in quanto

messaggero di morte.

Tutto è iniziato quando ancora frequentavo le scuole medie e un mio caro

amico e compagno di scuola è venuto a mancare dopo una lunga malattia.

La perdita di una persona cara è sempre dolorosa, ma quando si tratta di

un ragazzo lo è ancora di più. Sono rimasto traumatizzato e sono stato

così male che ogni giorno sentivo il bisogno di andare a trovarlo al

cimitero e passare un po’ di tempo con lui.

Forse un segno del destino a indicarmi la strada così come il fatto di

essere nato nel giorno della commemorazione dei defunti.

Le frequenti visite al camposanto mi hanno portato a relazionarmi spesso

con vari operatori del settore funebre dando loro una mano in qualche

occasione. Molti erano i quesiti che ponevo riguardo questo mondo

oscuro, quasi inviolabile, ricco di segreti, ma non ne ero spaventato anzi

ne ero affascinato.

Durante la scuola superiore, quando potevo, collaboravo con varie

imprese per i servizi funebri e poi al termine della scuola è diventata una

vera e propria professione.

Dopo qualche anno, è nato il desiderio di mettermi in proprio. Le

difficoltà sono state tante, come pure l’impegno economico. Un settore

difficile, per pochi e senza avere una azienda di famiglia alle spalle, quasi

impossibile. Un vero salto nel vuoto, ma la passione e l’amore per questo

mestiere non mi hanno fatto rinunciare. Questa professione non è facile,

dietro ci stanno molti pregiudizi, che catalogano gli impresari come

individui assetati di denaro e approfittatori del dolore.

Ma ho sempre cercato di fare capire alla gente chi sono e lo spirito di

come mi approccio a questo mestiere, cioè con sensibilità, onestà,

trasparenza e rispetto.

Per me fare l’impresario funebre non è solo un lavoro, è una vera

missione. Oltre agli aspetti tecnici di cui mi occupo personalmente,

documentazione, tanatoestetica, lavori cimiteriali e quant’altro, l’aspetto

a cui tengo e che curo maggiormente è il rapporto umano.

 

Il fatto di stare a fianco delle persone e dare loro aiuto e supporto nelle

varie fasi post decesso e un degno addio al loro caro mi fa sentire bene. Si

creano amicizie e rapporti che vanno oltre, che non si estinguono a fine

servizio, ma che durano nel tempo, e questa per me è la cosa più

gratificante.

Come avete fronteggiato l’impatto con l’emergenza Covid-19? Quali sono

stati i principali cambiamenti\adattamenti a livello organizzativo e le

maggiori difficoltà affrontate?

All’iniziale sgomento che la tragedia sanitaria e sociale conseguente a

questa epidemia ha suscitato, noi, come impresa funebre, ci siamo

preoccupati di come fronteggiare la situazione dal punto di vista dei

contagi, essendo parte di una categoria tra quelle più esposte. Eravamo

preoccupati di come espletare il nostro lavoro in sicurezza. Ad accentuare

la preoccupazione è stata la mancanza immediata di linee guida ufficiali

che potessero in qualche modo aiutarci dal lato operativo, dato che il

nostro lavoro comportava un contatto diretto sia con le salme che con i

familiari di malati Covid-19. Ma nessuno sembrava interessarsi alla

nostra categoria, eravamo quasi degli invisibili.

Dopo il lockdown e vietati gli assembramenti, incluse quindi le cerimonie

funebri, ci siamo trovati in un periodo in cui abbiamo usato il buon senso

e le regole generali divulgate per il contenimento del contagio, quali

l’utilizzo degli strumenti di protezione che comunque inizialmente si

faceva fatica anche a reperire.

Tante erano le domande che ci ponevamo assieme ai colleghi: come fare i

funerali data la sospensione delle cerimonie religiose, come gestire i

decessi a domicilio, come manipolare le salme infette, come gestire la

parte burocratica che prevedeva il recarsi di persona presso i vari uffici,

come relazionarci con i familiari, non escludendo che alcuni di loro

potessero essere positivi.

Dopo aver fatto sentire le nostre voci anche attraverso le associazioni di

categoria, finalmente sono uscite le circolari del Ministero della Salute

dell’8 aprile e del 2 maggio: “Linee guida per la prevenzione del rischio

biologico nel settore dei servizi necroscopici, autoptici e delle pompe

funebri”, dove finalmente sono state messe nero su bianco le normative

che dovevano regolare il nostro specifico settore.

Non sto qui a citare tutti dettagli, ma in poche parole e riassumendo

grossolanamente, le direttive da seguire sarebbero state quelle utilizzate

 

per il trattamento delle salme infettive, cioè evitarne la manipolazione

attraverso la vestizione ma avvolgerle in lenzuola imbevute di disinfettante

o in sacchi biodegradabili; niente trattamenti di tanatoestetica, trasporti a

cassa chiusa ecc. E poi tutto il protocollo previsto per evitare il contagio

con l’utilizzo, per gli operatori, dei dispositivi di sicurezza quali

mascherine, guanti, tute, occhiali e quant’altro.

Qualche modifica poi è stata fatta negli uffici comunali e nelle aziende

ospedaliere e sanitarie, per sveltire l’iter delle pratiche ed evitare il

contatto personale, con la trasmissione dei documenti per via telematica.

Quali sono, in questo periodo così travagliato, le richieste dei dolenti?

I dolenti non hanno fatto particolari richieste in questo momento; hanno

solo chiesto delucidazioni su quello che si poteva o non si poteva fare e,

sebbene con rammarico e rassegnazione, si sono adeguati alla situazione

e alle regole imposte dai vari decreti.

La riduzione drastica della parte rituale del funerale imposta per il

contenimento della diffusione del virus, in aggiunta anche al clima di

incertezza economica venutasi a creare in seguito all’epidemia, ha fatto sì

che i familiari abbiano rinunciato alla qualità, ad esempio, dei cofani e ad

addobbi e accessori decorativi, optando per un funerale assolutamente di

tipo spartano. Non neghiamo che questo impoverimento delle cerimonie

funebri ha avuto un certo impatto a livello economico anche per noi

imprese.

La cremazione è stato il metodo di sepoltura più richiesto, sia perché

ormai è il trend del momento, sia per risparmiare, ma secondo me anche

perché si ha la sensazione che l’incenerimento del corpo, presupponendo

la conseguente distruzione del virus, elimini ogni possibile contaminazione

del terreno di contro alle fuoriuscite di gas infetti in caso di esumazioni o

estumulazioni, anche se in realtà non è così.

Come vivete emotivamente, in quanto operatori in costante contatto coi

corpi e con le strutture sanitarie, il rischio del contagio?

Ci hanno detto che la trasmissione del virus avviene per droplets e che con

il decesso, venendo a cessare le funzioni vitali e quindi respiratorie, le

salme non sono fonti di contagio.

Ma il caso di decessi a domicilio o nelle case di cura e RSA dove la

preparazione della salma spetta comunque all’impresa funebre, sebbene

vengano usati tutti gli accorgimenti e i dispositivi di sicurezza, non ci ha

 

fatto stare del tutto tranquilli e sicuri; inoltre il contatto con i parenti dei

deceduti non lo puoi evitare,

e normalmente si tratta di persone che magari hanno frequentato ambienti

sanitari, persone malate oppure, come in tanti casi, possono essere positivi

asintomatici, come potremmo esserlo noi del resto.

In questo periodo abbiamo utilizzato il più possibile gli strumenti messi a

disposizione dalla tecnologia, quali telefono, mail o whatsapp per

eventuali comunicazioni, ma non in tutti i casi è possibile, vedi le persone

anziane, e comunque non abbiamo voluto negare in un momento così

doloroso e drammatico, seppur correndo alcuni rischi, il nostro supporto e

la nostra presenza fisica, indispensabile e doverosa. Quello che ci ha

anche messo in una situazione di imbarazzo e di difficoltà è stato il fatto di

dover accogliere nei nostri uffici, o andare a casa dei dolenti, coperti con

mascherine e guanti senza neanche poter dare loro la mano o un

abbraccio di conforto.

Puoi raccontarci un’esperienza lavorativa di questi ultimi due mesi che ti

ha particolarmente colpito a livello umano?

Sia nel caso di decesso per Covid-19 sia per altre cause, il coinvolgimento

emotivo è inevitabile, sempre. Difficile conciliare nel nostro lavoro le

distanze che impongono i protocolli sanitari con il rapporto umano.

In questo specifico periodo, non c’è stato un particolare episodio che ci ha

colpito; ogni caso è a sé, ognuno con la sua storia, ognuno ci ha toccato

dal punto di vista umano. In generale quello che ci ha addolorato di più è

stato in primo luogo il fatto di non poter dare la possibilità ai familiari di

vedere neanche per un attimo il loro caro; poterlo salutare sfiorandogli la

mano o la fronte, potere vedere e ricordare il suo volto sereno e tranquillo,

e invece costretti magari a immaginare cose orribili.

In secondo luogo, il negare loro quella celebrazione collettiva, cioè il rito

del funerale, che significava poter condividere il dolore e l’estremo saluto

con i parenti, gli amici e i conoscenti, con le dimostrazioni di affetto e

vicinanza.

Sia la ritualizzazione del commiato che quel momento di intimo

raccoglimento con chi è mancato sono due elementi fondamentali per il

processo di elaborazione del lutto. Ci sembra che, come “professionisti

dell’addio”, di non avere adempiuto alla nostra missione nella sua

completezza, anche se non è dipeso certo dalla nostra volontà.

Vorrei concludere con una citazione tratta da un brano che

 

esprime, a discapito di ogni pregiudizio, il valore del nostro mestiere, della

nostra categoria di lavoratori, in questo periodo particolarmente

sottoposta a grandi pressioni fisiche ed emotive, ma di cui mi sento

onorato di fare parte.

“Signor becchino mi ascolti un poco

il suo lavoro a tutti non piace

non lo consideran tanto un bel gioco

coprir di terra chi riposa in pace

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro

ed è per questo che io mi onoro

nel consegnarle la vanga d'oro.

Il testamento, Fabrizio De Andrè.

 

Laura Liberale, tanatologa e indologa, è laureata in Filosofia (Università degli Studi

di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma),

docente di scrittura al Master in Death Studies & the End of Life (Università degli

Studi di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di

Cultura e Filosofia dell'India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e

narrativa. È docente in corsi di formazione per infermieri nell’ambito delle medical

humanities. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009),

Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte

poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011), La

disponibilità della nostra carne (Oèdipus); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā

(Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della

Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori

di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).

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