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Pasqualino Caterisano 02/07/2021 0

Morire in Italia da immigrati.

I decessi di cittadini stranieri, poco più di 5.000 l’anno (circa 1 ogni 1.450 persone, inclusa la componente irregolare, mentre tra gli italiani sono circa 1 ogni 140) sono molto meno numerosi rispetto alle nascite. In ogni caso, sempre più anche gli immigrati di prima generazione desiderano essere seppelliti in Italia, dove si sono insediati stabilmente anche i loro figli, seppure in uno scenario molto modificato rispetto alle tradizioni caratteristiche dei Paesi d’origine. Per alcuni, però, la tumulazione in patria conserva una grande importanza, rappresentando un ritorno “simbolico” nella terra degli avi e delle proprie tradizioni, anche se questo desiderio è fonte per i familiari di notevoli complessità. Ragioni di sensibilità umana e religiosa inducono a porre riflessione su questa delicata questione, partendo da brevi considerazioni relative al rituale-religioso e dai dati statistici per entrare nel merito degli aspetti economici, normativi e burocratici, per giungere, quindi, ad alcune conclusioni pratiche. In generale gli immigrati cristiani incontrano meno difficoltà in un Paese come l’Italia, dove però i protestanti, così come avveniva per gli ebrei, nel passato non potevano essere sepolti nei cimiteri comunali, che altrimenti sarebbero stati sconsacrati. Per questo venivano loro riservate apposite aree o costruiti speciali cimiteri, soluzione tuttora valida e adottata anche per i musulmani. Il rito hindu e quello sikh contemplano la cremazione, alla quale in patria si provvede bruciando la salma su una pira e disperdendo le ceneri nei luoghi riconosciuti come importanti per il defunto. La collettività cinese, nel suo insieme, pur favorevole all’inumazione basata sul taoismo popolare, ricorre di regola alla cremazione, che consente di tenere le ceneri presso le abitazioni dei congiunti in Italia o di inviarle a quelli rimasti in Cina. Secondo una parte delle religioni tradizionali africane, il rito funebre deve accompagnare le anime dei defunti così da farle diventare parte del mondo degli antenati, che rappresentano una sorta di autorità suprema, intermediaria tra i mortali e il divino. Per i musulmani, da una parte, è importante “riposare in terra d’Islam” e, dall’altra, è preferibile seppellire il corpo (che secondo la tradizione andrebbe avvolto nel solo sudario) in terra d’immigrazione per provvedere al seppellimento entro breve tempo, prescrizione impossibile in caso di rimpatrio delle salme, che può richiedere anche dei mesi.

 

 

Aspetti burocratici di un rimpatrio

Per avere un’idea della complessità della trafila burocratica, seguiamo il trasporto di una salma dall’Italia al Marocco. Come prescritto per tutti gli immigrati, la rappresentanza diplomatica o consolare, contattata dai familiari del defunto, deve inoltrare una richiesta al Comune italiano dove si è verificato il decesso per ottenere il “nulla osta all’introduzione della salma

” (indispensabile per l’agenzia di pompe funebri), come anche si deve presentare la denuncia di morte ed eventualmente una relazione dettagliata sul decesso dell’autorità giudiziaria. A complicare le cose si aggiunge il fatto che più della metà degli stranieri che muoiono in Italia non sono residenti, in pratica persone di passaggio o, più di frequente, immigrati irregolari che

non possono contare sulla rete di parenti e di amici. Se il defunto non ha documenti, non è regolarmente residente o non si è certi della sua identità, si richiedono le impronte digitali per l’identificazione; i documenti e il passaporto vengono annullati.

Il consolato deve inoltrare una richiesta al ministero degli Affari Esteri del Marocco, dove sono indicate le generalità, il luogo del

decesso, la causa e il luogo di inumazione; da lì è possibile, in seguito, avvertire i familiari. Il Ministero invia al consolato un codice da inserire nel lasciapassare mortuario per provvedere al trasporto della salma. In seguito all’agenzia di pompe funebri, prescelta dai familiari, vengono rilasciati alcuni documenti: il passaporto mortuario; la dichiarazione che la morte non è riconducibile a malattie contagiose (in caso contrario la Asl prescrive che la cassa non venga aperta per alcun motivo), un documento in lingua francese indispensabile per la dogana marocchina e, infine, il lasciapassare del consolato in lingua italiana. Questi documenti, firmati dal Console, vengono consegnati dall’agenzia di pompe funebri alla Prefettura per legalizzare la firma, così che poi si possa procedere al trasporto della cassa. Quando il feretro arriva in Marocco, sono necessari il visto della dogana e della polizia di frontiera; inoltre deve essere comunicato l’orario di arrivo dell’aereo per far trovare un Carro Funebre che si occuperà  del trasporto della salma fino al cimitero ubicato nel luogo di sepoltura indicato nel lasciapassare. Sono le agenzie di pompe funebri a sapersi districare in questa selva di adempimenti e negli ultimi anni ne sono nate diverse anche tra gli immigrati. In conclusione, la questione del trasporto salme richiede che si intervenga per temperare i costi praticati finora dal “mercato” e a questo scopo si auspica: la Costituzione di un Tavolo nazionale ad hoc per coinvolgere i Ministeri interessati (Interno, Lavoro Salute e Politiche Sociali, Infrastrutture), il Coordinamento delle Regioni, le Compagnie aeree; la semplificazione e riduzione degli oneri burocratici (passaporto mortuario e oneri locali) che pesano per circa un quarto sui costi complessivi; una maggiore considerazione di queste necessità sia nella legislazione nazionale che negli interventi regionali che nella contrattazione collettiva, con specifiche agevolazioni per i parenti chiamati a far fronte al trasporto delle loro salme.

Aspetti statistici

I decessi tra gli stranieri sono poco diffusi rispetto a quanto si rileva tra gli italiani. Ciò si giustifica per il fatto che a emigrare sono solitamente i soggetti più giovani e di robusta costituzione, destinati semmai a conoscere un peggioramento della loro salute a causa delle pregiudizievoli condizioni di insediamento: è il cosiddetto “effetto migrante sano” posto in rilievo dalla medicina delle migrazioni. Nel periodo 1992-2002 sono stati registrati 32.738 decessi di cittadini stranieri. Dall’archivio dell’Istat risulta che poco più della metà di questi riguarda cittadini stranieri non residenti, per lo più maschi, giovani, provenienti da Paesi a forte pressione migratoria e in condizione di irregolarità. Negli ultimi anni i decessi dei residenti hanno superato per la prima volta di oltre le 2.000 unità . Nel 2018 sono state superate per la prima volta le 5.000 unità. Poiché nel complesso i decessi delle persone non residenti hanno superato sempre quello delle persone residenti, è ragionevole ipotizzare che i numeri riportati  vanno all’incirca raddoppiati. La Regione con il più alto numero di morti è stata la Lombardia (983), seguita dal Lazio (644) e dal Veneto e l’Emilia Romagna, con più di 500 decessi ciascuna, e dal Piemonte e la Toscana con 400, mentre il Molise e la Basilicata registrano appena una ventina di decessi. L’archivio Istat, dove sono registrate le cause di morte, pone in risalto una differenza rispetto all’origine nazionale. Per gli italiani e gli immigrati provenienti dall’Occidente industrializzato le malattie del sistema circolatorio e i tumori sono le prime cause di morte, mentre per gli immigrati provenienti dai Paesi a forte pressione migratoria lo sono i traumatismi e gli avvelenamenti: così, ad esempio,  è stato per gli albanesi (50,2% per questi motivi) e per i marocchini (55,5%), mentre per gli italiani l’incidenza è stata solo del 4,7%. Per traumatismi e avvelenamenti si intendono diverse cause, quali infortuni mortali sul lavoro, incidenti stradali, omicidi, suicidi, incidenti domestici e altro. Tra le cause di morte dei cittadini stranieri sono molto ricorrenti anche le malattie dell’apparato digerente, i disturbi psichici e le malattie del sistema nervoso e delle ghiandole endocrine. Per quanto riguarda la mortalità infantile gli studiosi hanno sottolineato che le disuguaglianze tra italiani e stranieri si riducono nel corso del tempo, tuttavia con l’eccezione di alcune aree di origine che presentano aspetti problematici meritevoli di ulteriori approfondimenti.  Elaborazioni su dati Istat Una quota non trascurabile di questi eventi è legata agli infortuni mortali sul lavoro, con un tasso di ricorrenza più elevato rispetto a quanto avviene tra gli italiani, essendo gli immigrati impegnati in settori a più alto rischio, segnatamente in edilizia.

Aspetti economici

La sepoltura all’estero riveste per gli immigrati notevoli implicazioni di natura finanziaria, più di quanto avvenga per gli italiani che, peraltro, talvolta in caso di sepoltura hanno dovuto ricorrere agli usurai. I costi comuni riguardano il tipo e qualità della cassa, il servizio auto, i fiori, gli annunci mortuari. Ad essi si aggiungono quelli proprio delle spese di rimpatrio della salma. Per il trasporto della salma dalla località di residenza all’aeroporto la tariffa minima è di 1 euro al chilometro con una spesa che può arrivare, a seconda delle località di partenza, fino a 3.500 euro. I costi di trasporto internazionale variano in considerazione dell’aeroporto di partenza in Italia, del Paese di destinazione, del periodo dell’anno e del vettore e possono arrivare mediamente fino a 2.600 euro. Nell’ipotesi che il defunto sia un immigrato originario della Costa d’Avorio, le spese complessive possono aggirarsi tra poco più di 4.000 euro fino a più di 5.500 euro. 3 Le spese sono più contenute nell’ipotesi di convenzioni tra le agenzie funebri e le agenzie assicurative che coprono le polizze in caso di morte e le compagnie aeree, le quali possono effettuare il rimpatrio della salma con forti sconti (lo fa gratuitamente quella di bandiera bangladese). Naturalmente, nel caso di un’apposita polizza, sono la banca o l’agenzia assicurativa a intervenire. La banca nazionale marocchina (Wafabank) per pochi euro al mese garantisce la copertura delle spese del rimpatrio e dei funerali. Anche le banche italiane hanno iniziato a prevedere pacchetti specifici che garantiscono un contributo differenziato (da 2.500 a 6.000 euro). Tra gli immigrati sono sorte anche associazioni che secondo statuto si occupano dell’assistenza burocratica ed economica in caso di malattia e di decesso. Aspetti normativi A livello internazionale i precedenti normativi sono scarsi. È datata 10 febbraio 1937 la Convenzione di Berlino ed è del 5-13 dicembre 1965 la Dichiarazione della Conferenza dell’Organizzazione Panamericana della Sanità, che si sono occupati dei documenti necessari per il trasporto delle salme e dell’obbligo di una bara chiusa ermeuticamente La questione è stata affrontata anche dal Parlamento Europeo, partendo dalla constatazione che, sono numerosi i cittadini comunitari che abitano in uno Stato membro diverso da quello in cui, in caso di morte, deve aver luogo l’inumazione o la cremazione. Ciò nonostante non esistono disposizioni che disciplinino in maniera uniforme il rimpatrio di una salma senza eccessive spese e procedure amministrative, mentre questo obiettivo deve essere considerato un corollario del diritto di cui dispone ciascun cittadino europeo di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Perciò il Parlamento Europeo, con la Risoluzione 2003/2032(INI ha chiesto alla Commissione di adoperarsi per un’armonizzazione delle procedure e delle norme applicate al trasporto transfrontaliero delle salme sull’intero territorio dell’Unione e di cercare di addivenire in questo contesto, per quanto possibile, a una assimilazione dei cittadini comunitari a quelli nazionali. In Italia, in passato, la copertura per i lavoratori non comunitari era stata praticata a livello previdenziale. Il Fondo Inps per il rimpatrio, istituito nel 1986 (art. 13 legge 943 del 1986) e poi confluito nella gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti (art. 24 della legge 9 marzo 1989, n. 88), veniva alimentato dallo 0,5% prelevato dalle retribuzioni dei lavoratori non comunitari. Scopo del Fondo era quello di coprire le spese per il rimpatrio, in pratica il biglietto di viaggio degli immigrati regolari restati privi di mezzi dopo aver versato almeno un contributo obbligatorio e anche le spese per il trasporto delle salme di lavoratori morti in Italia, tramite le agenzie funebri. Dopo l’entrata in vigore della legge 40/1998 (Turco-Napolitano), che ha inquadrato l’immigrazione come una realtà stabile, il Fondo per il rimpatrio ha operato fino al 31 dicembre 1999 e poi è stato soppresso. La legge 189/2002 (Bossi-Fini) ha introdotto il pagamento del viaggio di ritorno, ponendolo a carico della ditta o della persona che assume il lavoratore immigrato chiamato dall’estero, mentre non viene affrontata la copertura del trasporto delle salme. In assenza di una legge nazionale, la competenza specifica è degli Enti Locali. Sostanzialmente le ipotesi che ricorrono sono due. 1.Alcune Regioni prevedono nelle loro leggi sull’immigrazione interventi a sostegno del trasporto delle salme. L’Emilia Romagna (L. R. 5/2004, art. 5) attua un rimborso di almeno il 50% dell’importo complessivo documentato, mentre la Toscana favorisce l’adozione di apposite misure volte a facilitare il rimpatrio delle salme (L.R. 29/2009, art. 54). 2.Le altre leggi regionali sull’immigrazione non dispongono appositi interventi (Piemonte, Veneto, Umbria, Marche, Campania, Puglia, Sardegna e Provincia di Trento). A maggior ragione questa è l’ipotesi riguardante le Regioni sprovviste di una legge specifica sugli immigrati. Ciò non esclude che i Comuni possano erogare un contributo o con i propri fondi o attingendo al fondo regionale per l’immigrazione o a quello per l’emergenza sociale (Basilicata, Campania, Sardegna). 4 La richiesta del contributo può essere inoltrata dai parenti, residenti in Italia o nei Paesi di origine, da organismi rappresentativi degli immigrati, dalle associazioni registrate di cittadini stranieri immigrati o di italiani che si occupano degli immigrati. Naturalmente, si procede all’erogazione del contributo previa acquisizione della documentazione di tipo anagrafico e contabile e le spese ammissibili sono solo quelle riconducibili alla procedura di traslazione di salme, cadaveri e resti mortali di cittadini stranieri immigrati. 

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Pasqualino Caterisano 17/09/2020 0

Etica della tanatoprassi

Diversi termini sono utilizzati dai direttori delle pompe funebri per designare questo trattamento, come conservazione sanitaria, trattamento igienico, preparazione del cadavere ecc.. Nel far conoscere la Tanatoprassi al grande pubblico, il direttore delle pompe funebri, deve egli stesso essere convinto che essa è efficace e che fa parte di un moderno procedimento funerario. Legalmente, bisogna ottenere il permesso prima di procedere al trattamento, dando come ragioni di impiego le seguenti:

  1. in primo luogo ciò assicura che non sussistano rischi o paura d’infezione nel contatto con il cadavere;
  2. in secondo luogo ciò produce, senza mutilazioni, un colore e un’aria naturale sul corpo tali da far pensare ad un essere vivente;
  3. in terzo luogo ciò arresta le modificazioni dovute alla putrefazione che si presentano come emissioni e scoli da tutti gli orifizi del corpo.

La Tanatoprassi diventerà una pratica usuale in un circondario se la persona responsabile della sua introduzione darà a ciascun caso la cura e l’attenzione necessarie, se sarà all’altezza professionalmente e userà ogni misura igienica raccomandata per ogni articolo, persona o locale utilizzati sia nel trasporto che nella cura del cadavere: ciò è più importante delle costruzioni e delle apparecchiature ultra moderne. E’ importante avere dalla propria parte la classe medica e perciò è bene effettuare incontri con medici ed ufficiali sanitari locali e incoraggiarli a dare sostegno al trattamento. Come già detto in precedenza, il procedimento attuale di tanatoprassi è un metodo di conservazione temporanea e di presentazione del defunto, relativamente semplice in termini di principio, ma che richiede da parte del tanatoprattore delle solide conoscenze sia teoriche che pratiche, senza contare alcune qualità morali indispensabili per esercitare una professione così delicata.Si tratta in realtà di una iniezione intra-arteriosa di un liquido antisettico che disinfetta e conserva, ad una pressione abbastanza forte da farlo mescolare al sangue, la maggiore fonte di decomposizione. Viene praticato un drenaggio venoso di lieve entità, seguito dal drenaggio delle cavità addominali e toraciche, soprattutto in presenza di determinate malattie.

Questi trattamenti vengono completati da una accurata pulizia e sistemazione del cadavere e dalle cure al viso che renderanno così alla famiglia un defunto "tranquillo e tranquillizzante", una immagine serena che rimarrà per molto tempo nei loro ricordi. È forse necessario ricordare le orribili smorfie della morte, il rictus dell'agonia, la cianosi dei tessuti che mostra i corpi lividi e accartocciati.Tutti conosciamo la perfetta descrizione di Ippocrate del volto cadaverico, tanto osservato e sempre attuale.Non c'è bisogno di ricordare gli stadi classici iniziali della tanatomorfosi che cominciano con l'immobilità, la rigidità e l'adattamento alla temperatura ambiente; la lividezza che precede le macchie verdi, il rigonfiamento, l'odore e l'evacuazione delle cavità naturali. La descrizione del processo di decomposizione si ferma qui, ma tutti gli specialisti sanno benissimo fin dove può arrivare la putrefazione! Tutti questi esempi ci dimostrano qual è il contributo della tanatoprassi in particolare. Di seguito vengono riportate delle immagini dove possiamo osservare un corpo prima del trattamento e verificare il buon risultato su di esso di un trattamento di Tanatoprassi

Al contrario di altre professioni, il comportamento individuale del Tanatoprattore è considerato indice di comportamento dell’intera categoria e quindi occorre essere molto prudenti ai fini di una pubblicità negativa.

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